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Carlo Andrea Schlatter

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ON THE ROAD WITH PROTT: Le trasferte di una Casa editrice zingara

Illustrazione di Nicolò Rimerici

 

Voglio chiedervi di usare l’immaginazione. Prendete una macchina, buttateci dentro quattro giovani intorno ai ventitré anni. La macchina non è niente di speciale. E non fate storie per quel ventitré, era per dire – dategli un po’ l’età che preferite, a questi ragazzi.

Prendete una macchina, dicevo, e lanciatela ai centocinquanta in autostrada. Nel bagagliaio ci sono sei valigie, quattro piene di vestiti, due piene di libri, più una serie imprecisata di oggetti, corredi, espositori di cartone ripiegati. C’è un soprammobile a forma di lampada pieno di tappi di sughero, c’è una bandiera americana stampata su tessuto, c’è un enorme banner in pvc arrotolato su se stesso. Ora non potete srotolarlo, il banner, dato che la macchina (non dimenticatelo) è sparata a centocinquanta in autostrada. Ma sopra, bianca su sfondo nero, è stampata enorme la scritta PROTT Edizioni.

Lo so, sembra l’inizio di un film un po’ sentimentale, magari melodrammatico, una finzione. Quattro giovani sognatori, una casa editrice, il catalogo quasi tutto lì, stipato in una macchina. Sapete cosa rende reale tutto questo?

Il fatto che dallo stereo non arrivino gli AC/DC, né Mykonos dei Fleet Foxes, né qualsiasi altro pezzo che vi aspettereste tra quelli sentiti mille volte al cinema. No. Affatto. Dallo stereo, alzato a livelli pericolosi di volume per annebbiarvi ogni residuo di pensiero negativo, c’è Lui.

Massimo Ranieri.

Facciamo un passo indietro, guardiamo il quadro più ampio.

PROTT Edizioni esiste da ormai un anno. Da un anno scriviamo, disegniamo e pubblichiamo storie, ed è bellissimo – le scelte stilistiche, editoriali, è un lavoro meraviglioso. Avere il prodotto finito tra le mani, poi, ti trasmette sempre un fascino incredibile. Lo guardi e lo studi come fosse un’opera d’arte (cosa che in effetti è, detto tra noi). Lo sfogli e te ne innamori. Ma la vera festa arriva quando devi portarlo al pubblico, quel prodotto. Quando devi presentarlo. Quando devi venderlo. Il divertimento arriva con le fiere.

Il mio primo evento fuori porta (dopo il Fruit e il Barrique) con PROTT è stato il Treviso Comic Book Festival. Settembre 2017, estate appena finita. Era la prima volta che conoscevo per davvero i componenti della casa editrice, la prima volta che mi trovavo a conviverci allo stesso stand. La prima volta che vedevo un editore all’opera da così vicino, ed era il mio editore. Faceva effetto. Era alienante. Tutto il giorno a parlare, a incontrare persone, a imbustare libri e a contare soldi. L’area espositiva chiudeva col buio delle sette, e noi allora andavamo alla ricerca di un posto dove mangiare qualcosa.

Avevamo preso due appartamenti separati, ma cenavamo sempre tutti insieme.
Si parlava dei risultati della giornata, dei nostri punti di forza, dei nostri punti deboli, si faceva un piano per il giorno dopo e mille piani per il futuro. Quel futuro sarebbe arrivato a comprendere questo presente, e nel momento in cui scrivo posso dirvi che molti di quei piani sono stati realizzati.
Non voglio tessere lodi ingiustificate. Voglio dire che PROTT è una macchina da guerra, e io lo capii a Treviso.

C’era un qualcosa di difficile e diabolico, in quel lavoro e in quelle persone, che mi piaceva da morire. Forse vi è capitata un’esperienza simile nel vostro campo, e forse capite cosa intendo. Avete a che fare con un mare di sapere a voi sconosciuto, e tutto quel potenziale materiale da imparare vi scalda il sangue nelle vene. Ogni viaggio è così, quando siete a contatto con chi ha qualcosa di nuovo da insegnarvi.
Quella volta, per inciso, scoprii anche il talento culinario del nostro Editore Capo. Non che il risotto con gamberi e pesche (no, non pesce, proprio pesche, la frutta. Dico sul serio) mi abbia convinto a entrare dentro PROTT. Ma mi diede probabilmente un’ottima spinta.
La volta successiva fu a Torino. Eravamo più organizzati, anche se dormivamo sempre in due posti diversi. Quella volta facemmo il viaggio in treno, ed io capii fin dalla prima sera che la macchina mi sarebbe mancata parecchio. Solo, gli altri già accasati, la valigia appresso e il telefono quasi scarico, presi il tram sbagliato e mi persi cercando di arrivare a casa di uno dei nostri illustratori. Non pagai il biglietto del tram. L’autista mi scambiò per un turista e mi disse che it’s okay, in Italy we don’t control the tickets. Cosa potevo rispondere? Feci Danke Schön e mi misi ad ascoltare Der Kommissar di Falco, da vero turista tedesco. Il turista tedesco va sempre di moda.
(Agenzia dei Trasporti di Torino, non venite a cercarmi coi forconi. Nel viaggio di ritorno mi sentii in colpa e comprai due biglietti anziché uno, per rimediare all’offesa.)

Ma Torino, giusto per tornare a noi, è una città bellissima, in cui vale anche la pena di perdersi. Alla fine della fiera uscimmo per festeggiare. Io e Roberto, uno degli illustratori, tornammo a casa tardissimo con un taxi. Avevamo bevuto abbastanza da restare imbambolati mezz’ora davanti alla vetrina di un barbiere che trasmetteva su uno schermo le foto di celebrità imbarazzanti da lui pettinate. Era uno spettacolo osceno. C’era Platinette, credo, e qualche famoso cantautore italiano degli anni ’80. Il barbiere sorrideva sempre, ma le foto erano talmente brutte da farti domandare il perché di quello slideshow. Non era proprio necessario, e sicuramente non portava gli effetti sperati.

È un ricordo un po’ annebbiato quello di Torino, ma raramente ho riso così tanto da ubriaco.

L’ultimo viaggio in ordine cronologico è stato quello per il BordaFest. Ricordate la scena di cui parlavamo all’inizio di quest’articolo? Ecco. A centocinquanta in autostrada, con gli appennini intorno a noi e Se Bruciasse la Città al massimo volume, eravamo diretti verso Lucca.
Una premessa. Se non siete mai andati al Borda, fateci un pensierino la prossima volta che capitate al Lucca Comix. Perché è un evento dal cuore underground, che dentro fa l’effetto del seminterrato di una discoteca Berlinese, ma coi tavoli di fumetti al posto dei cubi colorati e le canne, beh, al posto delle canne. Qualcosa di speciale, sicuramente.
Certo, il fatto che a novembre fosse organizzato in una grotta non ci ha aiutati molto. E non ci ha aiutati neanche lasciare un solo strato di plastica nera sopra il nostro tavolo, dove erano disposte tutte le pubblicazioni. Non ci ha evitato il periodo. Non ci ha aiutati la pioggia. L’acqua che filtrava dal soffitto non ci ha aiutati.

Dire PORCA PUTTANA il mattino dopo, quando una volta arrivati abbiamo trovato i nostri libri zuppi d’acqua e infradiciati, non ci ha aiutati. Ma è stato liberatorio.

Ma anche questo, a dire il vero, fa parte del divertimento. Ogni volta torniamo a casa stremati, le valigie dei vestiti piene di panni sporchi e le scatole di libri più o meno vuote, a seconda di quanto siamo stati bravi. Tiriamo le somme, come alla fine di una maratona. Bene, diciamo, questo funziona, quest’altro anche, continuiamo così. Però la prossima volta più organizzati. Più responsabili. Più attenti. Quello che conta è arrivare al prossimo evento con qualcosa in più.
E in questo, credeteci, davvero PROTT è come una macchina in viaggio.

La strada fino all’obiettivo è lunga. La macchina non è niente di speciale.

Ma noi cantiamo a squarciagola, lanciati ai centocinquanta in autostrada.

HOW TO JOIN THE PROTT SEALS

Illustrazione di Sofia Buratti

 

«Ciao ragazzi, vi ho trovati su Instagram e sono corso a prendere il primo numero del vostro magazine. Me lo sono divorato, è ben fatto, crudo, diretto, e con un buongusto infinito (…) mi piacerebbe collaborare e fare una storiella acidissima per un prossimo numero, se può piacere anche a voi come idea fatemi sapere!».

Insomma.

“Fatemi sapere”.

Se nella vita vorrete mai proporvi a un editore, ecco, o a qualcuno in generale di importante, professore o datore di lavoro che sia, evitate di chiudere una frase con queste parole. “Fatemi sapere” potreste usarlo solo se il vostro nome fosse Ortolani, o Gipi, o che so io – e se questo dovesse essere il caso, sappiate che noi siamo disponibili a pubblicare. E comunque il mercato di oggi dovrebbe incoraggiare i giovani, fossimo in voi faremmo un tentativo.
Quel messaggio in apertura, ad ogni modo, non è inventato. È il testo di un direct message inviato su Instagram (più casual di così si muore) nel luglio dell’anno scorso da uno che, all’epoca, per Prott Edizioni era un perfetto sconosciuto (ero un perfetto sconosciuto). Quel tizio si proponeva come illustratore. Con un messaggio così, da prenderlo a schiaffi subito per come era scritto.

Potevamo farlo entrare nella casa editrice, con un messaggio così?

Certo che sì. E infatti quel tizio è entrato.

C’è da dire che non è stato il tentativo peggiore. Una volta ricevemmo la mail di qualcuno che forse aveva bisogno di affetto, forse solo di un po’ di comprensione, vai a capire, fatto sta che quelle quindici righe erano interamente dedicate ai suoi elogi verso se stesso. Tutto un discorso rivolto all’autore, come un moderno Marco Aurelio. Pure interessante, se vogliamo, almeno divertente. Ma non è che il messaggio contenesse molto altro oltre a questo. Solo una lunga sessione di auto-fellatio, uno spettacolo a cui quasi dispiaceva assistere. Anche lui alla fine concludeva con qualcosa di simile a un “fatemi sapere”.

Ma se proprio volete seguire questa strada, premuratevi almeno di mostrare da subito che conoscete la casa editrice.
Poi, per carità, la mail (o il messaggio in direct) è solo un anticipo. Con le persone bisogna parlare, e questa in genere è una regola d’oro per ogni collaborazione, specie se rivolta a produrre fisicamente un libro o un racconto o anche solo un articolo o un’illustrazione. Bisogna parlarci, con le persone, possibilmente dal vivo. Alcuni degli autori di Prott sono stati conosciuti così, in un faccia-a-faccia diretto, senza lettere di presentazione. A volte erano amici di altre persone già dentro (è il caso di molti illustratori), a volte ci venivano a trovare dal vivo, anche solo per curiosità, agli eventi (ne parliamo in un altro articolo – dal punto di vista “fieristico” Prott è il cugino zingaro dell’editoria, quello che prende e parte a bordo della sua bella carovana gitana).

Perché un punto di forza di Prott Edizioni, questo possiamo dirlo, è che delle convenzioni ce ne sbattiamo sempre abbastanza. Non ci importa di chi ci presenta un’idea, purché sia una bella idea. E che siate umani o marziani, non ci interessa. Purché non siate vegani (inside joke per uno dei nostri illustratori).

Tanto per capirci, a inizio 2018 abbiamo pubblicato una raccolta di racconti brevi intitolata “Paella Meccanica”. L’autore di quel libro, oltre a essere ovviamente parte di Prott Edizioni, è il padre di un altro dei nostri. In sostanza pubblichiamo padre e figlio (che perdonateci ma sono già due terzi di trinità, se non è dedizione questa), una piccola eccezionalità editoriale. Ora vi sfidiamo a trovare un’altra casa editrice a cui sia capitato qualcosa di simile.
Oddio, in America la Harper Collins ha pubblicato sia John che Dan Fante (rispettivamente padre e figlio), ma questa è un’altra storia. Dan Fante all’epoca aveva già un bel nome d’arte. Noi invece abbiamo fatto il contrario. Quando questo ragazzo ci ha raccontato delle storie scritte dal padre, conservate da qualche parte in casa come quel famoso e proverbiale sogno nel cassetto, abbiamo insistito per darci un’occhiata. E a ragione, visto che oggi è una delle pubblicazioni di cui siamo più soddisfatti.

In sostanza ci sono molti modi di entrare in una casa editrice, più o meno convenzionali, specie se si parla di Prott. Si tratta solo di farsi avanti, a prescindere dal mezzo usato, e di farsi notare – in senso positivo, se possibile. Quando ci chiedono come fare a proporci un’idea, la risposta è sempre una soltanto, “fallo e basta”. Non c’è molto altro di importante. E se sarete entusiasti di parlarcene, noi saremo entusiasti di ascoltare. Senza cadere nel banale o nel troppo impostato.
In conclusione c’è solo una cosa da fare, ed è presentarvi. Se i vostri lavori ci piacciono, state sicuri che potremo fare qualcosa di meraviglioso insieme. E per entrare in Prott non ci sono sfide da superare o ostacoli da evitare. C’è solo un rito d’iniziazione, diciamo, questo sì.

A dire il vero è più una sorta di patto col sangue, ma con la passata di pomodorino fresco al posto del sangue e la pancetta affumicata al vino, magari il tutto accompagnato da un bel pacchero e qualche erbetta rara di contorno. È una tortura per lo stomaco pensare a tutto ciò se avete fame o se siete studenti universitari (condannati quindi alla pasta col tonno Coop), ma vale la pena di accennare alle cene che il super-mega-direttore-galattico, nonché Editore di Prott, riserva ai nuovi entrati. Ecco, questa forse è l’unica vera soglia da superare per essere dentro. Niente mail, niente discorsi di lavoro. Se accettate una cena cucinata dalle manine dell’editore, sappiate che non si torna più indietro. La vostra esistenza da quel momento in poi sarà legata a Prott da un filo rosso, anzi, da uno spaghetto ruvido De Cecco.

Se avevate bisogno di un altro buon motivo per entrare in Prott Edizioni, eccovelo servito.

Ora non vi resta che farvi invitare.

SE PLATONE VIVESSE OGGI ANDREBBE AL GRANDE FRATELLO

Seghe sotto le coperte, sveltine dentro l’armadio, tradimenti, lacrime, disperazione.

E poi Malgioglio, Malgioglio, Malgioglio, ripetuto come un mantra. Le sue frasi citate ovunque, le sue gif condivise pure dall’anima de li mortacci vostra. L’ultima stagione del Grande Fratello Vip si sta per concludere, e abbiamo visto esattamente ciò che ci aspettavamo. Scandali, polemiche ed un ormone sessuale nell’aria che neanche un allevamento di cavalli in primavera.

D’altronde stiamo parlando della trasmissione trash per eccellenza, che del “vedo-non vedo” e del “sento-non sento” ha fatto i propri cavalli di battaglia. Tra le perle di quest’anno, in ordine sparso, abbiamo potuto ammirare Lorenzo Flaherty che tra le coperte pratica l’attività consolatoria ad-una-sola-mano più amata da grandi e piccini, Cecilia Rodriguez che bacia le rotule di Ignazio Moser, un’incredibile Veronica Angeloni che salva in corner una bestemmia contro la Santa Vergine convertendola in un incomprensibile neologismo di provenienza ignota (Camalow, Camalow). La fiera del ritardo mentale, roba da circo Barnum. Ma con più applausi.

Eppure c’è un personaggio che, ahinoi, continua a mancare da questo zoo di individui sobri quanto Platinette e istruiti quanto un melograno. Un’assenza illustre. Un difetto riconducibile ad un solo, futile motivo. Quest’uomo è morto nel 347 avanti Cristo.

Stiamo parlando di Platone, il filosofo Ateniese più famoso di sempre. Ve lo trovereste in televisione, camicia di flanella e barba lunga (che oggi va pure di moda), a discutere con Alfonso Signorini circa le legittimazioni metafisiche del televoto. Sarebbe lì, in prima serata.

E volete sapere perché?

Innanzitutto perché Platone era un fico. E non lo diciamo tanto per dire. Figlio di genitori aristocratici, Platone era, prima ancora che un filosofo, un tizio coi big money tra le pieghe del chitone che di mestiere faceva il nullafacente. Che a pensarci bene, su questo saremo tutti d’accordo, è il mestiere perfetto per un concorrente tipo del Grande Fratello Vip. Se ne andava perlopiù in giro per la città, Platone, in compagnia del suo maestro Socrate. I due discutevano tutto il giorno con falegnami, interrogavano muratori, rompevano insomma le palle un po’ a tutti i lavoratori di Atene, mettendo alla prova le opinioni del fruttivendolo sugli dèi e criticando l’utilità dei poeti. Comportandosi da VIP, insomma, simpatici come la diarrea in piscina.

E una volta morto Socrate (condannato a morte da quegli stessi falegnami, muratori, fruttivendoli e poeti), Platone si diede all’attività che l’avrebbe reso celebre fino ai giorni nostri. La scrittura. Divenne un intellettuale scrittore le cui opere, a dirla tutta, erano anche scritte bene. Principalmente dialoghi, perché a quel fico barbuto non bastava spiegare le cose semplicemente, come avrebbe fatto una persona normale. Lui doveva trasmettere la passione, la realtà, lo sforzo della discussione. Doveva rappresentare la vita vera, con tanto di amici ubriachi e litigi superflui.

Se ora vi è più facile accostare Platone a Fabio Volo, non ditelo a nessuno, ma vi state avvicinando alla verità.
Che poi, diciamocelo, Platone assomigliava pure un po’ ad Adriano Pappalardo (la cui presenza su L’Isola dei Famosi nel 2003 ancora oggi brilla come una stella nel cielo delle compilation trash su Youtube). E non passava sicuramente inosservato, il nostro filosofo, dato che da giovane aveva praticato il pancrazio (l’equivalente greco del pugilato). Lo stesso nome con cui oggi lo conosciamo, Platone, non era che un soprannome datogli dal maestro di ginnastica, e significava qualcosa tipo “spalle larghe”. Il suo vero nome era Aristocle, riconducibile alla parola greca aristos, “nobile”. Ricco, famoso e con un appellativo del genere all’anagrafe, capirete benissimo perché Platone fosse il tipo di persona da non presentare mai alla vostra ragazza.

Facciamo allora finta che questo tizio, questo greco alto e grosso, abbronzato e in forma, venga come per magia riportato davvero in vita, in Italia, nel 2017. A quanto abbiamo appena detto dobbiamo aggiungere che parlerebbe di cose incomprensibili e a noi aliene, come metafisica, stabilità politica, moralità, uguaglianza di diritti tra uomo e donna. Il che, quando uno ha i soldi in tasca, diventa un affascinante motivo d’interesse.
Ovviamente, parlassimo noi di queste cose, magari seduti per terra in piazza, magari con una Peroni in mano, sembreremmo solamente i cugini scemi di Diego Fusaro.
Resta da specificare un ultimo punto. Posto che Platone sarebbe il concorrente perfetto per quel grande pot-pourri di stramberie che è il Grande Fratello, posto che avrebbe migliaia di seguaci sui social, posto che sarebbe pure un discreto chiavatore professionista, rimane da chiederci.

Perché dovrebbe andare in televisione?

La risposta è semplice quanto disarmante.

A Platone piacevano le avventure, e ne diede prova più volte nella vita. Nel 388 a.C., all’età di quarant’anni, si imbarcò per un viaggio verso la Sicilia. Ora pensate ai vostri genitori (o a qualunque persona conosciate che abbia superato gli “-anta”), e ditemi voi se loro andrebbero mai in un paese governato da una dittatura. Diciamo la Corea del Nord.

Certo che no. Col cazzo impanato e fritto che lo farebbero. Ma Platone non si limitò a visitare l’isola italiana più amata dal commissario Montalbano, allora governata dal tiranno Dionisio. Lui andò a convincere il tiranno di cambiare politica. Avete capito bene. Il suo obiettivo era quello.
Non solo. Fico com’era, Platone ripeté per ben tre volte l’esperimento, ogni volta passandosela malissimo. Giusto per darvi un’idea, la prima volta fu venduto come schiavo. Il semplice fatto che a quello seguirono altri due viaggi dovrebbe farvi capire che tipo di persona fosse. Ora ditemi voi se i vostri quarantenni ci andrebbero, a convincere Kim Jong-un che la vera felicità non si raggiunge con il potere, ma studiando la geometria.

Ma Platone era un genio, era un duro. Era uno che dabbava in faccia alla morte. Se Platone fosse stato una rockstar, avrebbe suonato in Vaticano. Fosse stato un tronista di Uomini & Donne, si sarebbe limonato la de Filippi.

Ma Platone era un intellettuale.

E, vivesse oggi, andrebbe al Grande Fratello.