Author

Carlo Cantisani

Browsing

BABBO NATALE, LA MORFINA E L’ANGELO DELLA MORTE DANZANO INSIEME PER L’UOMO DELLA SABBIA

Illustrazioni di Armando Genco

Papaver somniferum è il nome scientifico per il papavero da oppio. L’oppio non è altro che il succo di questa pianta, ottenuto tramite l’incisione delle sue capsule immature che rilasciano una specie di liquido, simile a lattice essiccato. Sumeri, egizi, greci e latini, tutti si divertivano già con questa sostanza, utilizzata sia per scopi medici contro cefalee, epilessia e problemi di vista, che per scopi molto meno scientifici, tanto da denominare il papavero “pianta della gioia”. La svolta avvenne nel 1800 con Friedrich Wilhelm Adam Serturner, medico e farmacista tedesco che riuscì ad isolare dall’oppio quello che è considerato il primo principio attivo estratto da un vegetale: il principium somniferum, meglio conosciuto come morfina. Era nato un potentissimo analgesico per la cura del dolore associato soprattutto ai tumori, all’infarto del miocardio e per il trattamento del dolore post-operatorio. La sua assunzione prolungata porta a uno stato di totale dipendenza, con ripercussioni molto serie sul fisico e la psiche. A causa della sua potente azione sui centri di respirazione, in caso di sovradosaggio possono insorgere gravi depressioni circolatorie e respiratorie che portano ad una riduzione dello stato di coscienza, arresto respiratorio, coma e, infine, alla morte. Il confine che questa sostanza segna fra vita e morte, sollievo e dolore, è labile. Profondo e labile allo stesso tempo. Di conseguenza quantità, modalità e frequenza della somministrazione di morfina devono essere attentamente seguite da un medico. È lui il guardiano alla porta di questa strana bestia, ed è naturalmente l’unico del quale ci possiamo fidare.

Come Annie Wilkes di Misery insegna, i serial killer si possono trovare anche fra le mura degli ospedali, fra coloro che dovrebbero prendersi cura di noi, dei nostri famigliari e, in generale, di coloro che sono talmente tanto ammalati e impossibilitati da non poter provvedere a sé stessi. Possono indossare il camice bianco di medici ed infermieri. E chi meglio di loro si trova quotidianamente e direttamente a decidere delle sorti della salute di una persona. Sarà capitato di sentire appellare un dottore come “angelo”, spesso da persone guarite da un male molto grave o dai famigliari di queste persone. Proprio perché la figura del medico si trova in una posizione peculiare che ha a che fare sia con la vita che con la morte degli esseri umani, essa assume un carattere quasi “sovrannaturale”, di religiosa reverenza e rispetto. Non è assolutamente un caso, quindi, che questa caratteristica possa fare presa su soggetti disturbati da determinate psicopatologie, che trovano gratificante mettere fine alla vita di persone già di per sé malate o totalmente indifese, specialmente bambini ed anziani. La criminologia li chiama angeli della morte, o angeli della misericordia. Le motivazioni del gesto criminale possono essere varie ma rientrano fondamentalmente in tre categorie. La prima: credendo di aiutare il malato, l’assassino decide di mettere fine alle sue (reali o ipotetiche, questo per lui è indifferente) sofferenze, come fece ad esempio Jane Toppan, infermiera americana che ammise anche di essere stata sessualmente eccitata dalla morte dei pazienti con i quali giaceva nel loro letto dopo averli iniettato un mix letale di farmaci. La seconda: in modo da apparire agli occhi dei famigliari come loro eroe e salvatore, l’assassino può mettere volontariamente in pericolo la vita del malato e cercare quindi di salvarlo in un secondo momento, tentando ad esempio la rianimazione nonostante la persona sia ormai deceduta, come dimostra il caso esemplare di Richard Angelo, infermiere condannato nel 1989 a cinquant’anni di carcere per aver procurato la morte di otto persone e averne avvelenate altre ventisei. Infine la terza, la motivazione più semplice e allo stesso tempo più tremenda: nascondendosi dietro l’aspetto rassicurante del medico, soddisfare le proprie pulsioni omicide con la soppressione della vita altrui ribadendo così la propria forza. In parole povere, sentirsi un dio.


È il caso, questo, di Harold Frederick Shipman. Toglietevi dalla testa soggetti esistenti o inventati, che siano dottori cannibali alla Hannibal Lecter, esaltati in preda alle loro visioni alla Charles Manson o gente in fissa col travestitismo e con un pessimo gusto per l’arredamento alla Ed Gein. A vederlo dall’esterno, Shipman, nato nel 1946 a Nottingham, è il prototipo del classico dottore tutto concentrato sul proprio lavoro. Non potreste non immaginarlo se non con un camice bianco mentre si aggira fra le corsie del suo ospedale, con una classica barba bianca alla Babbo Natale a contornargli buona parte del viso, occhi piccoli dietro a degli occhialetti a montatura leggera, una classica pancetta che mette a dura prova la camicia, alto ma non troppo imponente e la classica andatura un po’ impacciata e orsina. Tutto sembra essere “classico” in quest’uomo, tutto sembra comune, ordinario, medio. Un dottore come tanti, laureatosi in medicina all’università di Leeds, stimato e rispettato per le sue capacità, padre di famiglia della middle-class inglese con quattro figli e una moglie devota. Un po’ burbero a volte, ma che tutto sommato piaceva alle due comunità del Todmorden e del Lancashire in cui si era inserito. Peccato però che Shipman, è oggi considerato come uno dei più prolifici (se non proprio il più prolifico) serial killer della storia, avendo ucciso per venticinque anni i suoi pazienti al ritmo di circa uno al mese. L’unico metodo da lui usato è sempre stato lo stesso: dosi letali di morfina. Dal 1975 al 1998, anno della sua incarcerazione, il Dr. Morte, come è stato in seguito denominato, si recava a casa dei suoi pazienti che erano principalmente donne anziane che vivevano sole. Iniettava loro una dose letale di morfina e le osservava morire, tranquillamente seduto. Alzava il riscaldamento al massimo per ritardare il processo di raffreddamento dei corpi dovuto al decesso e il giorno dopo, quando l’anziana veniva scoperta, compilava un certificato di morte, stimando l’ora del decesso con considerevole ritardo rispetto alla sua visita precedente e attribuendo la causa della morte semplicemente alla vecchiaia o ad un’insufficienza cardiaca. Fattore fondamentale: non prescriveva nessun esame post mortem visto che lui stesso era il medico del defunto, affermando che lo aveva visitato di recente. L’inchiesta su Shipman, oltre all’identificazione di tutte le vittime, possibili ed accertate, si è posta anche due altre domande: perché usare proprio la morfina? E quali sono state le motivazioni che hanno spinto il medico inglese ad uccidere con tanta meticolosità? Alla prima domanda gli psicologi affermano che una possibile risposta andrebbe ricercata in tutte quelle volte che, da bambino, osservava la madre trovare un po’ di pace sprofondando nell’oblio della morfina, iniettata per alleviarle il dolore causato dal cancro ai polmoni. Harold aveva appena diciassette anni quando la donna morì, nel 1963. Alla seconda domanda è più difficile rispondere, innanzitutto perché Shipman ha mentito sempre sulle sue reali motivazioni sino al giorno della sua morte nel 2004, impiccandosi alla finestra della sua cella. Non ha mai ucciso per soldi, tranne in un caso, quello dell’ottantunenne Kathleen Grundy, in cui il medico inglese arrivò a falsificare il testamento dell’anziana per ottenere le sue proprietà immobiliari dopo averla assassinata. Fu la sua ultima vittima.

Venne tradito da una sua stessa impronta digitale sul testamento, redatto fra l’altro con la macchina da scrivere che aveva nello studio. Proprio questo episodio di ordinaria e comune avidità dimostra il tipico carattere megalomane dei serial killer. Man mano che le loro vittime aumentano, aumenta anche la sicurezza nei propri mezzi e nel proprio modus operandi, portando ad un atteggiamento superficiale e a trascurare particolari che, in un secondo momento, si riveleranno decisivi per la loro cattura. Se non fosse stato per la sua radicata convinzione di poter decidere deliberatamente di uccidere chi voleva, costata la vita a 210 persone (alle quali vanno aggiunte altre probabili 40), Shipman sarebbe stato uomo qualsiasi affetto da una comune, ordinaria, classica arroganza.

Harold Shipman rimarrà per sempre un assassino che soffriva della più comune, ordinaria e classica delle umane caratteristiche: sentirsi talmente al di sopra degli altri da credere di poter impersonare il ruolo di Dio, per sempre.

ME(z)MERIZE

Illustrazioni di Icona T

 

Tutto all’improvviso si fa confuso.

Le immagini delle cose intorno sono come avvolte da una cortina di fumo, iniziano a distorcersi, dapprima delicatamente e poi via via in maniera sempre più vorticosa. All’inizio ti chiedi cosa stia succedendo, sei scosso e anche un po’ impaurito. Qualcuno intorno parla ma ogni singolo suono è un’eco che rimbomba, proveniente da un’altra dimensione. Da un altro mondo. Lentamente ti senti sollevare. Sei leggero come una piuma e ti libri piano nell’aria. Un piccolo e flebile bagliore di luce bianca si fa largo mentre inizi a dirigerti verso quello che sembra un oscuro corridoio attraversato da veloci scariche bluastre. Un ultimo sguardo intorno e ti accorgi che, ehi! Sei proprio tu quello che giace sul letto! Ma com’è possibile? Pensi che è assurdo vedere il proprio corpo come riflesso nello specchio del bagno, con la differenza che non ti trovi proprio nel tuo bagno a lavarti i denti, a schiacciarti i brufoli, a tagliarti i peli del naso o a contarti gli ultimi capelli rimasti. Ma ormai poco importa. Ciò che è, è. Un senso di pace ti attraversa. Le domande ormai si sciolgono come neve al sole. C’è musica nell’aria. Hai attraversato un confine invisibile ma che percepisci come incredibilmente reale. Incredibilmente reale perché senti di non voler e di non poter più tornare indietro. Quella luce, ormai avvolgente, è così splendente e chiarissima eppure non così accecante da dover rimpiangere gli occhiali da sole comprati in spiaggia a quindici euro (Bvlgari non era la marca ma i due venditori ambulanti che ti hanno fregato). La Luce emana pace e amore infinito. All’improvviso, la Sua voce, profonda e calma:

“Non avere paura. Se sei pronto, prima di fare il grande passo, osserva allora la tua vita passata”

In un lampo, sulle pareti dell’oscuro corridoio iniziano a scorrere volti, oggetti, frasi, alcune di queste cose sono statiche, altre in movimento. Le conosci bene. Sono tutte le storie che hai postato su Facebook e Instagram. Soprattutto, una quantità incalcolabile di meme. Di tutti i tipi, alcuni noti e altri semi sconosciuti, alcuni originali, creati proprio da te, e altri ripresi dai profili dei tuoi contatti e ripostati. Un meme per ogni occasione, un meme per ogni evento, un meme per ogni tragedia, un meme per ogni momento della tua vita. Il tuo sguardo beato ormai è perso quando la Luce ti incita: “Vieni a me”. Sei ormai al termine di quello che sembra un lungo viaggio. Non c’è ombra di stanchezza nei tuoi occhi ma solo gioia infinita e un largo sorriso si apre sul tuo volto quando da quella Luce splendente emerge la Sua figura. Ormai è tutto chiaro, ormai la Verità è manifesta. I tuoi occhi ammirano ciò che i comuni mortali hanno potuto soltanto immaginare nelle loro fantasie. Germano Mosconi è lì, in abiti papali e circondato da una luce bianca che ne esalta la beatitudine. Protende verso di te le sue braccia aperte. Il suo sorriso è indulgente. Gli occhi pieni di compassione. Con una mano sulla tua spalla ti accompagna verso il sacro cancello celeste. Si gira verso di te e in tono benevolo ma sicuro esclama:

“Una volta che sarai passato chiudi quella porta lì, per favore. E, soprattutto, non sbattere e non urlare”

Chiudi gli occhi e le sue parole sono come miele. Aspettavi questo momento da sempre. Ti accarezza la testa e ti lascia andare. Nel frattempo, da qualche parte, Dante contempla la scena e annuisce invidioso.

In principio, quindi, era Germano Mosconi. Spero che risulti altamente inutile stare qui a spiegare chi fosse e soprattutto perché è diventato un’icona nazionale, nonché uno dei simboli della cultura internettiana italiana (non vorrei ritrovarmi a sbattere i pugni sul tavolo e a urlare le sue stesse simpaticissime ed educatissime ingiurie rivolte all’Altissimo). L’ex giornalista sportivo, che ha attraversato per davvero il proverbiale tunnel ormai cinque anni fa, può essere elevato al rango di meme maximo fra i più famosi, sicuramente in Italia, ripreso, riassemblato e ripostato in tantissime forme incredibilmente virali. Il suo caso dimostra una semplice e lampante verità sul mondo di oggi, traslata direttamente da quel filosofo contemporaneo 50 Cent. O vivi abbastanza per diventare un meme oppure muori provandoci. Ma morire provando ad essere un meme equivale sostanzialmente ad adempiere a metà del compito, e la rete, soprattutto per quanto riguarda il raggiungimento della celebrità, non ammette mezze misure. O ci sei o non ci sei. O impugni i guantoni come un novello Rocky e ti spari quei due tuorli d’uovo la mattina prima di andare a correre o col cazzo che potrai gridare dal ring “ADRIAAAANAAAA SONO UN MEMEEEEE!!!”.

A ragionarci un po’ su, in un’epoca in cui non si parla più di una sola religione ma della convivenza e della diffusione su larga scala di molte religioni, quella del “diventare un meme” può essere vista come una sorta di reincarnazione. Perché no? D’altronde, se esiste una cosa come la Chiesa missionaria del Copismo, che ha messo Internet al centro della sua religione alla stregua di un vero e proprio luogo sacro con tanto di riti e leggi, perché la pratica del meme portata avanti dalle numerose comunità in rete non potrebbe essere interpretata come una forma di reincarnazione 2.0? Può sembrare un’idea bizzarra ma teniamo a mente ciò che ha scritto quel testone di Richard Dawkins nel 1976 nel suo Il gene egoista: il meme non sarebbe altro che la controparte culturale del gene e, proprio come quest’ultimo, anche lui trasporta informazioni in cerca di nuovi supporti per essere replicate.

La sopravvivenza del meme dipende sia dalla sua capacità di adattamento culturale, ovvero dal poter essere trasformato, modificato e risemantizzato su vari contesti e livelli, e sia dalla sua diffusione su larga scala. E maggiore è la diffusione, più alta può essere la possibilità per il meme di essere rimodellato, ovvero reincarnato. Per non parlare poi degli ambienti dove nascono i meme: 4Chan, giusto per citare il più sputtanato, è una vera e propria mecca per i memer e gli autists (coloro che portano avanti la pratica dei meme in maniera sistematica) operano una dicotomia netta del mondo. Da una parte, infatti, ci sono i normies (i normali, le persone comuni, quelli che “hanno una vita”) e dall’altra gli autists, appunto, sorta di popolo eletto regolato da propri codici comportamentali e di riconoscimento che prende tremendamente sul serio ogni cosa che riguardi i meme.

Oggi col termine meme siamo soliti identificare video e immagini che girano principalmente sui social networks e che associano particolari figure e parole scritte a carattere Impact. Ma quante vite hanno vissuto i meme che condividiamo quotidianamente sulle nostre bacheche? Dalle community virtuali come 4Chan e 9gag a Facebook la strada è lunga e per niente affatto lineare. Qual è stato e quale sarà ancora il ciclo del samsara che sottende alle vite dei meme diventati ormai stranoti come quelli con Willie Wonka, Boromir o il Confused Travolta?

Ma la cosa diventa ancora più interessante se ci poniamo la stessa domanda per quanto riguarda i meme che hanno come “oggetto” non star e icone dello spettacolo bensì persone qualunque diventate dei meme a loro insaputa. È il caso, ad esempio, di Bad Luck Brian, il ragazzino sfigato tutto apparecchio e vestiti per niente alla moda, l’alias virtuale di Kyle Craven, oggi supervisore in una società di costruzioni di chiese e capace di capitalizzare la sua immagine pubblica di meme (in tre anni ha racimolato circa quindici mila dollari, provate ancora a chiamarlo sfigato!). Oppure di Good Guy Greg, il tizio tranquillone che non rompe mai le scatole per nulla. O di animali come il gorilla Harambe e quel mito di Grumpy Cat, il micio più girato di palle che si sia mai visto (forse perché Tardar Sauce, il nome che gli ha appioppato il suo padrone, fa davvero schifo). Quante reincarnazioni aspettano ancora questi meme?

Se consideriamo che icone degli autists come Pepe The Frog, Dat boi e Caveman Spongebob hanno subito o stanno subendo l’abbandono da parte dello zoccolo duro della comunità memer, allora il ciclo vitale di molti altri meme sembra davvero assai breve.

Ma alla fin fine, il bello dei fenomeni come i meme è quello di avere sempre qualche asso nella manica, di ricomparire all’improvviso quando meno ce lo aspetteremmo. È un po’ se vogliamo con il ritorno agli anni ’80 che da un po’ di anni a questa parte stiamo assistendo nei vari ambienti dell’industria culturale, dal cinema, alla musica e alle serie tv. Cose che credevamo morte ma che in realtà non lo sono (e Romero questo lo sapeva bene). Qual è allora il livello di interpretazione ancora possibile per i meme?

Resisteranno al tempo o la loro capacità di adattamento virtuale verrà meno? Riusciranno a reincarnarsi ancora sino al raggiungimento del nirvana? C’è vita dopo un meme?

Come diceva Guzzanti: “la risposta è dentro di te epperò è sbagliata”.

VACANZA DA SOGNO PER HIPSTER STRONZI IN CERCA DI SOLITUDINE

Illustrazione di Nicolò Rimerici

 

La signora Paolina Grassi si alza ogni mattina alle otto in punto.

Fa colazione con la sua tazza di caffellatte e un pacchetto di crackers. Dà da mangiare alle galline, si dà da fare con rastrello e falcetto per procurarsi del fieno, raccoglie l’insalata (quella selvatica va tagliata fine, anche se è un po’ duretta), pulisce la chiesa e riempie la gerla di legna per la stufa. A pranzo un risottino e dopo si riposa a braccia conserte sul tavolo. D’estate saluta e si ferma a chiacchierare con quei pochi turisti tedeschi, svizzeri o italiani che passano dalle sue parti, pronti per ripartire per le loro destinazioni. La signora Paolina va una volta al mese a fare la spesa al supermercato della città più vicina ed è andata due volte, in tutta la sua vita, al cinema. Ha fatto solo due viaggi nella sua vita, non allontanandosi mai per più di cento chilometri. Non ha mai letto un libro. Ha la televisione perennemente spenta, coperta da un telo per la polvere. La signora Paolina ha novant’anni ed è l’unica e sola abitante rimasta, di Casali Socraggio, nella Valle Canobina a due passi dalla Svizzera, paesino piemontese che sta lentamente, ma inesorabilmente, scomparendo dalle mappe.

Non li vedete commuoversi già? Non li sentite piangere immersi in un lago di lacrime? Non li guardate condividere freneticamente la storia della vecchietta sul loro profilo accompagnando il tutto con gattini, cuoricini, massime sulla vita di Paulo Coelho e cani color “kaffèèèèèèè” con in bocca delle rose del cazzo? E il pensiero che si articola in qualcosa del genere: “oh, che bellissima storia! Com’è terribilmente toccante! La vecchietta che vive tutta sola nel suo vecchio paesello a contatto con la natura senza tutta la tecnologia che oggi domina le nostre vite! Vive così bene perché non vede la tv e non legge libri!!11!!1!!! Quanto la invidioooooo!11!!!11!!”.

Coloro che commentano in questa maniera probabilmente sono gli stessi che metterebbero il naso fuori di casa principalmente per trascorrere le loro ferie barricati nel centro commerciale più vicino e che, a dispetto delle loro parole, non farebbero mai a cambio con la singolare situazione della signora Paolina. Singolare sì, ma solo per la peculiare modalità in cui si presenta. Il mondo, infatti, è pieno di casi che assomigliano a quello della vecchietta piemontese, dove comunità umane o singoli individui vivono quanto più possibile isolati dal tutto, per una propria personale scelta o a causa di altri fattori. Questo sino a quando qualcuno non decide di andare a rompere le scatole a queste persone e, dopo uno sguardo veloce su Google Maps e TripAdvisor, va lì, fa qualche foto, ci scrive un articolo e porta a galla l’esistenza di questi luoghi molto poco noti e delle persone tanto folli o coraggiose (questo dipende dal punto di vista del lettore) da viverci.

Bisognerebbe ammettere che nessun posto sul pianeta si può realmente dire “isolato” o così distante dai principali nuclei umani da poter sfuggire alla nostra fame di “isolamento”. Il desiderio, o la speranza, che possano esistere ancora luoghi (possibilmente incontaminati) lontani da tutto e da tutti per poter ricominciare la propria vita. Nulla di nuovo in questo, lo si fa dalla scoperta del Nuovo Mondo, passando per Robinson Crusoe sino a Cast Away e Selvaggi di Carlo Vanzina. Se non fosse, però, per due inconvenienti a livello culturale che permettono di tastare il modo con cui ci rapportiamo a ciò che riteniamo “civiltà”. La nostra idea di “luogo isolato” si avvicina più a un catalogo di Costa Crociere che ad altro. Se da una parte le località remote ci attraggono, dall’altra ci spaventano, e una volta viste da vicino realtà così particolari e così lontane da quelle alle quali siamo abituati, probabilmente, ci penseremmo su una ventina di volte prima di lanciarci in entusiastiche grida di meraviglia e gioia come quelle riportate sopra.

Condizioni ambientali ostili, comunità composte da quattro gatti, nessun luogo di svago, pochissimi collegamenti con i centri più vicini (che possono essere distanti giorni o settimane). Adattarsi all’ambiente sarebbe prioritario, quindi, vegano avvisato mezzo salvato. Se poi siete respiriani ricordatevi di portarvi dietro le scorte di luce dell’universo di cui andate ghiotti, perché in zone come la Siberia o il Polo Sud i mesi di luce sono molto pochi. E naturalmente il Wi-Fi per postare quelle cazzo di foto su Facebook funzionerà un paio di orette al giorno. Ammesso che ci sia. Non sarà allora un caso che uno di questi “luoghi isolati” sia stato denominato Desolation Islands, un arcipelago francese nel bel mezzo dell’Oceano Indiano meridionale, a metà strada fra l’Australia e il Sudafrica, lontano migliaia e migliaia di chilometri dai continenti. Il simpatico epiteto gli fu affibbiato nel XVIII secolo dal famoso navigatore inglese James Cook, e non c’è da biasimarlo visto che le Kerguelen (questo il vero nome delle isole) sono quanto di più vicino a Mordor si possa immaginare. Precipitazioni frequenti e abbondanti tutto l’anno, e soprattutto un vento gelido che va dai 150 ai 200 Km/h, imperversano continuamente sull’isola. Il vento è così violento che ha impedito la crescita di alberi e cespugli. Questo vuol dire che la terra è spoglia, dominata da rocce appuntite e scoscesi speroni in basalto sul mare, perennemente in tempesta (Mordor almeno non era ventosa). Nonostante ciò, dai settanta ai centodieci tecnici e scienziati vivono annualmente nell’insediamento di Port-aux-Francais, sede di laboratori geofisici e di biologia delle Kerguelen. I fortissimi venti soffiano anche sull’isola vulcanica di Tristan Da Cunha, nell’Oceano Atlantico meridionale, a più di tre settimane di nave dal Sudafrica. Le poche imbarcazioni di passaggio sono l’unico filo che lega l’isola all’outside world, concetto sviluppato dai duecento abitanti per indicare tutto ciò che esiste al di là del muro d’acqua che li circonda. Un isolamento voluto e difeso nel corso del tempo, con il rifiuto categorico degli isolani delle condizioni vantaggiose offerte dal governo inglese per farli trasferire definitivamente in Inghilterra, e che si riflette in una forte coesione sociale, assenza di criminalità (sino agli anni ’50 anche del denaro) e senso di ospitalità che ha invogliato vari naufraghi a trasferirsi qui, nonostante le difficili condizioni ambientali.

Sorte opposta capitata invece alle isole Pitcairn, nel mezzo del Pacifico e di proprietà inglese, e alla città di La Rinconada, in Perù. Le prime sono la classica località tropicale da paradiso terrestre con sole, spiagge imbiancate, mare cristallino, cocktail in noci di cocco e party hard tutta la notte. Avranno pensato a tutto ciò gli ammutinati del Bounty che nel 1790 decisero di insediarsi qui insieme a delle donne tahitiane, dopo esser sfuggiti alla Marina britannica che li cercava ovunque per impiccarli. Comunque, le loro notti da leoni non durarono a lungo visto che gli uomini iniziarono ad uccidersi a vicenda, spesso per liti sulle donne, aggravando il tutto con abbondanti dosi di alcol quotidiano distillato sull’isola. Alla fine, povero a lui, rimasero in vita solo un uomo, otto donne e vari bambini, ed oggi il numero degli isolani è di poco superiore, aggirandosi sulle cinquanta persone.

Come se non bastasse, la dimostrazione di come un paradiso si possa facilmente trasformare in un inferno è stata anche data dal fatto che a partire dal 2004 furono accusati alcuni uomini, fra cui anche il sindaco della capitale, di abusi sessuali su minori, che si sarebbero svolti sin dagli anni ’60. Da allora l’isola ha cercato di riabilitare la sua immagine ma con scarso successo. Se avete studiato mineralogia e siete uno dei tanti cervelli in fuga, La Rinconada non è propriamente indicata per sentirsi valorizzati a dovere. I vostri “colleghi” potrebbero essere spacciatori, terroristi, narcotrafficanti e poveracci d’ogni sorta, tutti comunque esclusivamente minatori, considerando la presenza di giacimenti d’oro alle pendici del ghiacciaio che da il nome alla città, posta a più di 5000 metri d’altitudine, risultando così la più alta del mondo e quasi inaccessibile. Molti arrivano qui attratti dalla facilità con cui ci si può procurare il prezioso minerale, ma le uniche cose certe che incontrano sono la temperatura sotto lo zero, i gas tossici nelle miniere, respirati per ore, la totale assenza di infrastrutture sicure sui luoghi di estrazione e la mancanza di una rete fognaria, che in una cittadina di 50.000 persone risulta un problema da non sottovalutare. E per chi non sopportasse l’afa estiva, ci sono Oymyakon, cittadina siberiana di cinquecento anime, praticamente il luogo più freddo della Terra, con temperature che arrivano a -67° e distante due giorni di auto dal centro principale, e Longyearbyen in Norvegia, il luogo composto da mille persone più a nord del mondo in cui è illegale essere dei senzatetto. Se vi doveste trovare da quelle parti, oltre a stare attenti alla Cosa di Carpenter, cercate di non morire, perché poi è un casino. A Longyearbyen potreste ritrovarvi senza qualche parte del corpo dopo aver fatto conoscenza con la fauna locale, in particolare con gli orsi polari, e a Oymyakon bisognerebbe accendere per molti giorni dei falò per riscaldare il terreno per poter poi seppellire il vostro cadavere.

Magari la signora Paolina conosce un metodo migliore e più veloce. D’altronde vi siete già chiesti perché poi alla fine è rimasta l’unica abitante del suo paese e perché le sue galline sono così grasse?

WELCOME TO THE MACHINE

Illustrazione di Roberto D’Agnano

Tutto ha inizio dai particolari più insignificanti.

Un oggetto che non avevate mai notato prima d’ora. Piccoli avvenimenti quotidiani che si ripetono troppo spesso per essere delle coincidenze, continui déjà-vu, ricordi di luoghi e persone di cui non abbiamo mai fatto esperienza. Se abitaste in una cittadina americana, magari in uno di quei tranquilli e placidi quartieri di periferia, avreste a disposizione un unico paesaggio ogni qual volta vi affacciaste dalla finestra posta sotto quel simpatico tetto spiovente. Schiere e ancora schiere di case tutte uguali, dall’identica forma cubica, dall’identica verandina all’ingresso e dall’identico praticello verde e perfettamente curato. Qua è là indistinte figure arricchiscono la monotona scena, comparse evanescenti più che veri e propri esseri umani. Chi fa jogging, chi lava l’auto, bambini che giocano di fronte casa e l’immancabile ronzio provocato dal tagliaerba del vicino. Un quadretto idilliaco, sereno, perfetto. La monotona ripetizione di questi elementi crea l’impressione che ogni cosa sia esattamente al suo posto. A parte un enorme proiettore che sta cascando all’improvviso dal cielo.
Questa scena di The Truman Show indica uno dei momenti cruciali per ogni narrazione che cerchi di mettere in discussione la natura della realtà nella quale siamo immersi. L’insinuazione nella mente del protagonista del dubbio più radicale che possa esistere, ovvero che il mondo nel quale ha sempre vissuto sia inautentico, fittizio, artificiale. In sostanza una simulazione. Per carità, un mondo costruito a tavolino in cui i talent potrebbero non esistere e gente come Gigi D’Alessio e Selvaggia Lucarelli sarebbero condannati per crimini contro l’umanità ha i suoi bei lati positivi e alcuni penserebbero che sia anche auspicabile. Ma alla fine scoprire all’improvviso di essere stati trattati come topi di laboratorio e soprattutto che ogni cosa – dalle scelte che abbiamo compiuto in qualsiasi campo, alle relazioni che faticosamente siamo riusciti a creare con gli altri – non sia frutto delle nostre azioni, significherebbe che la nostra vita non ha avuto un senso. Potremmo ancora chiamare qualcosa del genere “vita”? Non è un caso che una delle domande più ricorrenti dei personaggi che affrontano la nuova verità sul mondo è: “chi sono io?”. A questo punto, forse, la morte sarebbe sì un’opzione estrema ma, a ben vedere, da tenere in considerazione. Ammesso che naturalmente non si riveli fittizia pure quella.

Sono passati diciannove anni dall’uscita del film con Jim Carrey e diciotto dal primo capitolo di Matrix, un’altra opera che a cavallo degli ultimi due secoli ha riportato prepotentemente in auge il tema più filosoficamente pregnante sulla natura della realtà. Le due pellicole si pongono come tappe di un lungo percorso artistico e culturale che vede nella letteratura fantascientifica di derivazione speculativa il suo momento cruciale per l’immaginario popolare – con autori come Philip K. Dick, Stanislav Lem e Daniel Galouye – sino a spingersi ancora più indietro nel tempo, passando per il genio maligno di Cartesio, il velo di Maya della tradizione induista e la caverna di Platone, la “madre” di tutte le principali metafore sulla distinzione fra reale e irreale e vero e falso. Da allora le cose sono assai cambiate e al posto del fuoco che proietta le ombre delle figure nella caverna, la scienza propone un altro tipo di immagine, naturalmente aggiornata alle ultime scoperte in campo fisico e cosmologico: il cosiddetto simulation argument, ovvero l’ipotesi che l’universo non sia altro che una simulazione virtuale programmata da una civiltà o da un’intelligenza incredibilmente più progredita della nostra ed esterna alla nostra realtà. A sostenere un’idea tanto bizzarra quanto affascinante non sono un branco di nerd in fissa con la fantascienza o un gruppo di complottisti che si spacciano per esperti di fisica quantistica, bensì alcune delle menti che recentemente stanno animando il dibattito scientifico proprio intorno a questi temi.

Giusto per fare un esempio, nell’aprile dell’anno scorso, presso l’American Museum of Natural History di New York, si è tenuto l’annuale “Isaac Asimov Memorial Debate” dove cinque personalità – un filosofo, un cosmologo e tre fisici teorici tra cui Lisa Randall, uno dei nomi attualmente più in risalto nell’ambiente – sono stati chiamati a discutere intorno alla domanda “Il nostro universo è una simulazione?”. Se una tale concentrazione di materia grigia vi sembra uno spreco pauroso sappiate che è colpa di un filosofo, naturalmente: lo svedese Nick Bostrom, in un paper intitolato Are you living in a computer simulation?, ha espresso le sue speculazioni a favore della nostra futura capacità di creare intelligenze artificiali dotate di consapevolezza, aggiungendo che potrebbero esserci delle possibilità riguardo ad una civiltà super evoluta capace non solo di creare una simulazione della realtà così fedele da essere indistinguibile dalla realtà stessa ma anche un numero “astronomico” di tali simulazioni. Noi poveri topi da laboratorio quindi non vivremmo che in una di queste numerose simulazioni. Se tutto ciò non fosse già abbastanza, Bostrom si è spinto ancora più in là, ipotizzando che una civiltà simulata che raggiungesse nel corso della sua storia un elevato progresso tecnologico sarebbe capace a sua volta di creare una simulazione dell’universo dotata di esseri coscienti. Questo dimostrerebbe sia la possibilità di creare simulazioni di tale portata e sia l’aumento delle probabilità di vivere in una simulazione programmata. Se tutte queste congetture fossero circolate all’interno del mondo accademico e filosofico molto probabilmente nessuno le avrebbe calcolate di striscio come spesso è successo a vari pensatori, ma nel momento in cui un personaggio a cavallo fra visionario, imprenditoria ed esagerazione come Elon Musk, CEO di SpaceX (il dibattito sulla colonizzazione di Marte vi dice qualcosa?) e Tesla (e le auto elettriche?), nonché nome di punta fra i capoccia della Silicon Valley, si interessa alle questioni della simulazione universale e delle intelligenze artificiali super avanzate allora le cose cambiano, e di molto. Primo, perché ogni sua dichiarazione attira sempre molta attenzione, come quella fatta nel giugno scorso che afferma che la probabilità che il nostro universo non sia una simulazione è appena di una su un miliardo, secondo, perché muove denaro, come dimostra la milionaria donazione fatta al Future of Life Institute di Boston, istituto che studia come minimizzare in futuro gli eventuali rischi connessi allo sviluppo delle intelligenze artificiali.

Quali rischi potrebbero nascere? La risposta è presto detta e non è tanto diversa dallo scenario raccontato in Matrix. L’incredibile sviluppo delle intelligenze artificiali dotate di una forma di autocoscienza le porterebbe a sacrificare la vita umana per la loro, in modo da poter continuare a svilupparsi e non sentirsi quindi minacciate. Il modo migliore per metterci da parte nella catena evolutiva non sarebbe tanto quello di eliminarci come farebbero dei Terminator, ma creando delle simulazioni dell’universo estremamente particolareggiate e realistiche nel quale farci credere di continuare a vivere. E se vi sono venuti in mente ancora nerd e complottisti, mi dispiace ma loro non c’entrano nulla visto che Musk si troverebbe in buona compagnia condividendo queste idee con Bill Gates e Stephen Hawking. Che sia paranoia antropocentrica, una versione aggiornata della teoria della selezione naturale o uno scenario possibile, per ora non lo sappiamo. Di certo è che dietro tali nomi si muove un piccolo ma agguerrito esercito di fisici e scienziati che a suon di reticoli spazio-temporali, teorie quantistiche e codici informatici sta cercando di penetrare il velo di Maya di quella che agli occhi dell’uomo è spesso sembrata una pura realtà simulata e fittizia.

E no, per una volta non stiamo parlando dei talent.