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Giovanni Catania

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PROTT GENESI

Illustrazione di Andrea Pizzo

 

Un classico motto Twainiano dice che “Dapprima Dio creò l’uomo, poi la donna. Dopo, l’uomo gli fece pena e gli diede il tabacco.” Sessismi o sofismi a parte evitiamo di decontestualizzare il nostro caro vecchio Mark, e di tacciarlo di complottismi anti-gender, e partiamo da un’incessante ironia fondatrice di molteplici riflessioni sui massimi sistemi, di cui l’altrettanto famoso Alphonse Toussenel, si servì in maniera sicuramente più pacata affermando che “In principio Dio creò l’uomo, ma vedendolo così debole gli donò il cane.”

Ok.

Diciamo che è un po’ su questo spirito che, in una giornata troppo calda di Maggio, durante un corso di marketing editoriale, discutendo con due colleghi sull’inutilità della moviola in partite di Champions ad alto tasso alcoolico, chiesi loro se ci fosse una remota possibilità che, al mondo più che saturo dell’Editoria (parola che ormai oggi ha lo stesso valore della pizza per i Filippini), mancasse qualcosa. Qualcosa ancora impensato ma estremamente utile.
Desistemmo dopo poco. Spogliarelliste, droghe sintetiche e un mood alla Tony Montana, forse non erano proprio le cose di cui l’Editoria avesse bisogno. Anche se in realtà è una cosa che continuo a pensare come ipotetica soluzione all’arrivismo, alle raccomandazioni, alle onde mediatiche cavalcate da illustratrici prostitute di serie B e scrittori di fotoromanzi new age spacciati per letteratura erotico-sociale. Alla fine sarebbe meglio una buon vecchia e sana lotta tra gang invece di ridicoli pettegolezzi da parte di perfetti estranei con cui non si è avuto nemmeno il piacere di andare a bere una birra prima di farsi insultare, e che probabilmente nel giro di un anno o due avranno leccato il culo a chi di dovere sacrificando amicizie e colleghi e una reputazione e una dignità praticamente inesistenti già da prima, e le loro auto-produzioni finite del dimenticatoio per non dire nel cesso. L’ho detto mi sa. Vabbè.

Lo spirito comunque era pacatamente belligerante, ma intorno a noi, soprattutto a Bologna, erano state accatastate ormai troppe delusioni dagli addetti ai lavori che avevano dovuto sopportare nel vedersi fallire. Sono molte le persone che pur di non vedersi fallire lasciano alla paura le redini dell’agire. Ma alla fine noi parlavamo di sesso, droga e sparatorie, non ci saremmo mai lasciati prendere dal panico o dallo sconforto. Né quel giorno né mai (il mai è solo enfatico).

Non fu poi tanto lungo il processo che ci portò a metter su una Casa editrice vera e propria, e nemmeno poi così complesso sotto un aspetto puramente burocratico. Eravamo in tre, ma poco prima di iniziare tutta la fase di progettazione che ancora non prevedeva quella di creare un’Edizione, l’unica ragazza del nostro trio, nonché una delle mie migliori amiche, ritornò in patria. Inutile dilungarsi. È felice, fidanzata e fa la pasticcera adesso. A pensarci ora avrei barattato tutto con lei, ma ahimè, indietro non si torna anche se i sogni di gloria nella carriera culinaria per me continuano ad essere più vivi che mai.

Prott nacque in una caldissima estate e durante un viaggio in Sicilia tribolato e durato più del previsto a causa di errori (fortunati alla fine) di acquisto biglietti aerei. Non mi dilungherò, ma sappiate che il tutto finì con un inseguimento in Panda da Ragusa a Messina per riuscire ad imbarcarci sul bus che avrebbe dovuto portare il sottoscritto (e una delle persone che poi sarebbe divenuta una dei nostri editori) a Roma, per poi prendere un aereo per la Puglia il giorno dopo. Il tutto fu un viaggio di più di quindici ore.

Nacque con una ricerca spasmodica di staff alla fine di una rilassata progettazione di quella che poi sarebbe stata la nostra prima produzione. Produzione che in realtà sarebbe dovuta essere il nostro Unicum (l’idea di Casa editrice non era ancora nemmeno un’ipotesi).

Da Agosto a Dicembre 2016 senza che ce lo potessimo aspettare, con il redivivo membro del trio che era diventato ormai un duo, riuscimmo a tirar su un organico di quindici persone tra illustratori e pubblicisti.
Troppo bello per essere vero, e troppo impegnativo per esserci riusciti a organizzare per bene, ma per il rotto della cuffia portammo a termine la nostra prima ed erculea fatica, che vista ad oggi, ci sembra un ricordo tanto lontano e tanto idiota da farci guardare negli occhi con una nostalgica nevrosi con tanto di tic agli occhi e spasmi muscolari inconsulti.

Così, in occasione di Fruit Exhibition 2017 ci presentammo col nostro Magazine omonimo di seconda cronaca pieno zeppo di illustrazioni e articoli assurdi da far rabbrividire il migliore dei perbenisti nel credere che siano davvero veri. Ma questa è un’altra storia di cui magari vi parleremo da qualche altra parte o in una circostanza più propizia o più alcoolica (purtroppo sono astemio, scusatemi ma sarebbe dovuta arrivare prima o poi questa confessione).

Ad oggi la squadra ha subito sostituzioni, perdite, suicidi e omicidi sfiorati, dipartite alla Way back e foibe evitate alla Alberto Tomba nello slalom gigante. Contiamo una trentina di persone tra illustratori e pubblicisti, e svariate collaborazioni esterne con autori e festival di settore. Ce l’abbiamo fatta? No. O almeno non per i nostri standard. Quali sono i nostri standard? Ah beh Boh. Sicuramente sono particolarmente alti, ma solo perchè è alta la concezione che abbiamo dei nostri e dei lettori in generale e di ciò che con la pacata belligeranza di prima vogliamo proporgli o più che altro scagliargli contro.

Ah! quasi dimenticavo.

Prott.

Il nostro nome.

All’inizio si pensava di inserire un punto esclamativo alla fine. Evitammo. Come scoreggia andava già bene così. Eh sì, avete capito bene, Prott è proprio quel che è. Cosa avete capito?
Una Casa editrice. Una di quelle case editrici liberatorie, oppure una di quelle che quando arriva non ti avvisa, e magari brucia un po’. Ma alla fine, quasi sempre, puzza. Ma ehi! A chi non piacciono le proprie!

P.S. Il trio divenne un duo per poi lasciarmi da solo con nuovi componenti. Attualmente siamo tre Editori e un Direttore Artistico a gestire un branco di scalmanati idioti.
Notizie non pervenute dalla seconda dipartita del trio.
Michela sta ancora bene invece, e continua a fare ottimi dolci.

Passo e chiudo!

TORINO. MINACCIA UNA RAPINA MA NESSUNO LO ASCOLTA

Illustrazioni di Icona T

 

“Cos’è rapinare una banca a paragone di fondarne una?” si chiedeva Bertolt Brecht. E alla sua celebre frase s’ispira Insospettabili sospetti, remake di una deliziosa commedia geriatrica del 1979 (con George Burns, Art Carney e Lee Strasberg).

La questione è semplice.

Defraudati dei fondi-pensione dalla loro banca, gli anziani Joe, Willie e Albert decidono di rapinarla. Dopo essersi grottescamente esercitati in un supermercato di quartiere al “colpo perfetto” (una delle gag più divertenti della pellicola), mettono realmente in atto il loro piano. E magari la scelta/cammeo di coprirsi il volto con le maschere di Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis jr, non è solo una piccola e irriverente citazione a cui tra l’altro noi italiani eravamo già stati sensibilizzati da uno dei capisaldi della commedia italiana anni 90. E forse anche Aldo, Giovanni e Giacomo personificando con delle maschere tre presidenti italiani (Cossiga, Scalfaro, e Pertini), e alla ricerca della loro gamba, qualche (e non solo qualche) figura di merda l’hanno fatta poi, sedendo di fronte al comando dei carabinieri come dei bambini colti mentre hanno le cosiddette mani nella marmellata, per usare un eufemismo politicamente corretto, o con le mani nelle mutande in piena pubertà mentre cercano disperatamente di chiudere tutte le schede di Pornhub aperte.

E alla fine a Torino, precisamente a Lombriasco, non è che ci sia stata tutta questa fantasia umoristica. Ma neanche un po’. E forse non si trattava nemmeno di quasi-pensionati derubati di qualcosa che gli spettava di diritto. Però un dieci per l’impegno i due quarantenni Luca Menerella e Giuseppe di Vincenzo se lo meritano.

Sapete no, quando si dice, UN DIECI ALL’INTENZIONE.

Ecco.

Così. Non si sa per quale motivo, magari c’era un Garpez di mezzo non si sa, i due in una bella mattinata di Luglio hanno deciso di rapinare la filiale di Intesa San Paolo di Lombriasco. Giuseppe di Vincenzo nei panni de “IL PALO” e Luca Menerella in quelli del protagonista, che armato di una 9 millimetri entra in questa piccola banca diretto verso una delle impiegate e agitando l’arma intima la mal capitata ad aprire la porta che conduce al bottino.

Il tutto si risolve in poco più di un minuto.

La donna con freddezza gli risponde che non può soddisfare la sua richiesta perchè la porta è blindata e bloccata e lei non dispone delle autorizzazioni necessarie ad aprirla. L’uomo così, sconsolato inizia a brandire la pistola con sempre meno convinzione mentre l’impiegata, semplicemente ritorna a lavorare, ignorandolo. Ebbene sì. Il rapinatore viene completamente ignorato dall’intero staff e dai correntisti dell’Intesa San Paolo presenti.

Così Luca, al quale ci sentiamo particolarmente affezionati visionando quel minuto e mezzo delle riprese a circuito chiuso completamente senz’audio, si precipita verso l’uscita per fuggire col compagno Giuseppe.

Quello che ci viene da pensare in primis è chissà cosa l’amico PALO avrà mai potuto pensare vedendoselo ritornare dopo così poco tempo e sostanzialmente con le pive nel sacco. Anzi. Senza manco il sacco in realtà.

Fatto sta che grazie alle telecamere di sorveglianza e ai testimoni i due malviventi occasionali sono stati arrestati dall’arma dei Carabinieri di Moncalieri pochi giorni dopo.

Ed è anche vero che la Giustizia è uguale per tutti e non ammette ignoranza, ma alla fine, per quanto possa far ridere una situazione di questo tipo, dovrebbe anche far riflettere.
Negli ultimi anni il tasso di criminalità in Italia è rimasto abbastanza stabile, leggermente aumentato, ma quello che dà da pensare sono le sottocategorie e come queste percentuali si stiano muovendo all’interno della grande famiglia “Criminalità”.
Gli omicidi sono pressoché stabili e le differenze latitudinali non sono particolarmente influenti. Ma non si tratta dello stesso affare quando si parla di due crimini in particolare. Stupri e rapine. Mentre nel primo caso si vede una maggiore affluenza di pubblico (eh sì, il pubblico negli ultimi anni ha fatto da protagonista a scandali di questo genere) dalle regioni italiane da Roma in su, nel secondo caso, l’aumento di percentuale è sconvolgente anche se l’AGI e il nostro amato Matteo Salvini rivendicano il contrario. E l’ISTAT e le testimonianze di certo non mentono. E forse sarà un problema di questa fantomatica crisi economica statale, inverosimile, dato che la realtà dei fatti è un’altra e l’Italia non è nemmeno tra i primi dieci Stati dell’UE per debito pubblico nazionale. Oppure il problema è proprio questo?

La reale fantomaticità della crisi.

Un effetto banalmente conseguenziale alla campagna propagandistica anti-storica e anti-verità che dall’avvento dell’Euro si è fatta, ovviamente ai danni dei cittadini.

E allora come mai rapine e furti sono in aumento? E non ci interessa sapere dove, tanto si sa come l’Italia bene o male sia messa. Non viviamo gli anni d’oro dei Casinò in Nevada e delle varie bande alla Bonnie e Clyde, o manipoli alla Ocean’s Eleven, e non c’è nessun Clooney a spacciarci una rapina come un atto di abilità sportiva o come una qualche sorta di auto-giustizia.

In Italia, furti e rapine in banche, case, negozi in generale è in aumento. E allora vi vorrei far riflettere solo su due punti.

L’ultima crisi economica che il mondo abbia visto, di una portata non indifferente, fu quella del 1929 (tranquilli siamo a conoscenze delle bolle immobiliari del 2000) e vi ricordate come fu risanata? Probabilmente no. Alla fine vi insegnano solo che un fottutissimo invasato discendente di ebrei appassionato di acquerelli ha sterminato circa sei milioni di, guardate un po’, ricchi banchieri che ancora oggi detengono un quinto della ricchezza mondiale. Magari era un pazzo. Magari la parola Olocausto è più che meritata, e qui non ci piove. Ma ricordate che un pazzo raramente si dimostra uno dei migliori statisti ed economisti degli ultimi duecento anni.
Quindi, questa crisi è realmente reale? O è solo l’ombra di qualcos’altro che in realtà vogliamo vedere?

E alla fine un altro dato interessante è il tasso di rapine quasi nullo nelle zone commerciali dove la presenza cinese è alta. Mah, magari è una coincidenza, o magari MISTERO ha ragione… Ma torniamo alla realtà.

Gli improvvisati, oggi, aumentano e commettono sempre più rapine, e la quasi totalità finisce con figure di merda o famiglie rovinate, e allora non ho ragione a dire che alla fine era meglio nascere Ebrei?

O cinesi.

Ebrei o Cinesi.

GOING THE DISTANCE

Se vi dicessi che in pochi di voi conoscono Sir James Dyson, sicuramente mi dareste ragione.

E in effetti anch’io mi sarei dato ragione fino a qualche tempo fa, finchè volete per caso, volete per fortuna, volete invece per caparbietà dettata da un’accidiosa indole al non lavoro, il suo nome fece capolino fra quelli di tanti altri, che sicuramente conoscerete. Svettava, così timido, piccolo e solennemente impettito da addirittura essere un Sir, il suo nome, accanto al calibro di Isaac Newton, Winston Churchill, Albert Einstein, Vincent Van Gogh e Thomas Edison. E cosa quest’uomo ha in comune con queste personalità storiche così rilevanti è semplice, inaspettata e così maledettamente reale. Una lunghissima serie di tremendi fallimenti. Winston Churchill perse per anni una miriade di concorsi per diventare funzionario pubblico, riuscendo poi alla fine, quello che tutti funzionari pubblici vogliono essere. Isaac Newton padre della meccanica classica e grande matematico, quando gli fu chiesto di tenere le redini dell’azienda agricola di famiglia, inspiegabilmente mandò tutto a puttane. Inutile citarvi le bocciature di Einstein e la sua incapacità comunicativa fino ai 4 anni, come inutile elencarvi che delle sue più di 800 opere il nostro amico Vincenzo riuscì a venderne soltanto una, orecchio escluso. Senza nulla togliere al Signor Edison a cui fu detto testualmente, da una sua insegnante, che era troppo stupido per imparare una qualsiasi cosa. E allora Sir Dyson, imperterrito lavoratore negli anni settanta, instancabilmente per 15 anni della sua vita si prodigò alla creazione di più di 5.000 prototipi non funzionanti di uno strumento che avrebbe rivoluzionato il mondo. Il Dual Cyclone è l’aspirapolvere senza sacchetto la cui stima oggi si aggira intorno ai 1,45 miliardi di dollari. Se qualcuno decidesse di spartire questo patrimonio tra tutti noi abitanti del Bel Paese, cari miei amici e lettori italiani, sappiate che ci spetterebbero 25.000 euro a testa. Questo potrebbe essere sicuramente un buon motivo per emigrare. Basta Slow Food e ristorantini radical chic in pallet e crusca ai limiti della Papua Nuova Guinea occidentale.

E tra i nomi di chi ce l’ha senz’altro fatta, ovviamente, immancabili e ancor più instancabili, svettano i nomi di chi, ahimè, famelico di successo e pessimo scommettitore del Monopoli, non ce l’ha fatta.

Non penso verrà mai stimata una tabella annua di persone che ce l’hanno o non ce l’hanno fatta. Forse sarebbe divertente. Forse semplicemente di un razzismo inaudito. Ma la storia di Marc Griffin, un senzatetto americano di colore, è tutto, fuorchè noiosa quanto una semplice tabella.

Dopo aver speso 26 anni della sua intera esistenza in bilanciamenti, progettazione e fasi beta, si presenta alla sede di American Inventor, per capirci, il format da cui l’Italia ha palesemente copiato per la creazione di Shark Tank, programma per ricerca investimenti per start-up, con un’invenzione che secondo lui avrebbe potuto cambiare le sorti perfino delle olimpiadi. Così, per la prima volta, con un battesimo nel fuoco, il mondo viene a conoscenza dell’esistenza del Bulletball (o Pong da tavolo che dir si voglia. No, non Ping Pong, avete capito bene. Proprio Pong da tavolo).

Il Bulletball è un gioco pressoché semplicissimo, e non si sa per quale motivo viene specificato il fatto che la sua fruizione non causi problemi per la distinzione di genere (o gender, siccome siamo nell’era pride 2.0). Il gioco è costituito da un tavolo circolare più o meno del diametro di un metro e qualcosa. Adesso dirò un’oscenità, ma capite che spiegarlo non è alquanto facile. Alle due estremità di questo cerchio (il cerchio non ha estremità) ci sono le due porte. Agli altri due lati (il cerchio ha infiniti lati perchè ha infiniti punti in circonferenza), ci sono due fustelle di 5/6 centimetri che creano dei muri. Questi muri creano quindi le due porte sopracitate. Ovvio che questo gioco preveda sfide 1vs1 (senza distinzione di genere). Parte ovviamente essenziale del gioco è la palla. Non più grande di una boccia, non più piccola di una palla da biliardo, di gomma cava. Come quella dei racchettoni per il mare insomma. E se vi state chiedendo quale sia lo scopo delle partite, beh, non pensiate di essere poi così stupidi. Per paura, anche io inizierei a pensare l’impensabile e ipotizzare qualcosa di originale, per ora è solo un tavolo circolare con due porte. E potrebbe stupirvi davvero, ma no, il fine è segnare nella porta avversaria. Dei semplici goal esatto. La cosa però interessante è la posizione che bisogna assumere per giocarci. Ci sono sostanzialmente due metodi. Da seduto e a papera con displasia alle anche e metastasi massivamente diffuse in tutta la colonna vertebrale. Se non avete ancora ben chiaro questa posizione potreste provare a scrivere su youtube “Nicki Minaj Anaconda” e andare al minuto 1.28. Fosse finita qui ci faremmo un sorriso e torneremmo a guardare video idioti sui social per poi pentirci un paio d’ore dopo per aver sprecato del tempo prezioso. L’ambiguità della posizione delle mani è solo un altro antipasto prima della portata principale. Dorso delle mani rivolti verso la porta avversaria e via di movimento flipper per una sfida all’ultimo sangue, finchè artrite reumatoide non sopraggiunga.

Marc Griffin purtroppo, lungo la strada ha dimenticato di rendere il suo gioco effettivamente divertente e per di più ha finito per vendere la casa, lasciare il suo lavoro, impegnare l’anello di matrimonio della moglie, che ovviamente ha chiesto il divorzio, e scambiare la sua Saab per una station wagon di merda. Tutto questo per finanziare la sua invenzione. O, per vederla poeticamente, finanziare I suoi sogni. Piuttosto che rinunciare a fronte del buon senso, e del sonoro e clamoroso rifiuto da parte dello staff di American Inventor, Marc Griffin ha deciso di vendere il suo gioco a vecchi pazzi e storpi americani, continuando ad investire anche sul design e la realizzazione di una gamma d’abbigliamento tecnico per il Bulletball. Non soddisfatto dell’incredibile ondata d’entusiasmo causata da questa sua invenzione, il suo sport ha iniziato ad evolversi creando la variante Extreme. Le regole rimangono invariate e l’unica effettiva innovazione è l’aerografia su fondo nero del tavolo da gioco. Ed in effetti, utilizzando quel briciolo di fantasia che spero non ci manchi, il gioco ne prende davvero un’accezione fortemente estrema. Il prezzo al pubblico per questo incredibile macchinario è di soli 79,99 dollari, ma quella merda è per I dilettanti e si vede. Se si vuole giocare come dei veri campioni, si avrà bisogno di un vero e proprio tavolo per la versione Extreme. Tutto, a soli 525,99 dollari. Ultimissima trovata pubblicitaria del signor Griffin è stata poco tempo fa, quella della messa in scena della sua morte per suicidio, nella sua station wagon. Googlando la notizia, e iniziando a leggere l’articolo a riguardo, la pagina dopo qualche minuto di lettura si ricaricherà in automatico facendo comparire la sua enorme faccia scontornata malissimo, con la scritta Bulletball in rosso e un grande slogan in nero.

Quasi trent’anni prima, parallelamente alla crescita della popolarità del gioco del frisbee, il 4 Agosto 1974, Alex Stein, uno studente di 19 anni dell’Ohio e il suo cane Ashley Whippet, alla fine dell’ottavo inning, mentre il pubblico e la televisione attendevano frementi la ripresa della partita, saltarono dentro al campo e diedero spettacolo. Per minuti interi Alex ebbe un intero stadio e tutte le principali televisioni nazionali per lui e il suo amico. Fu un successo. Alex fu arrestato, multato (200$) e separato da Ashley. Per fortuna una ragazza trovò il cane, lo portò a casa sua e lo tenne fino a che Alex non fu rilasciato. Da quel giorno Alex cominciò a ricevere moltissime richieste. In autunno fu chiamato dai Los Angeles Rams per fare due esibizioni negli intervalli di partita. Poi fu chiamato al Tonight Show con Merv Griffin (nessuna parentela col Griffin di prima). Quindi fu il momento dei campionati mondiali di Frisbee (all’epoca legare erano solo per umani) per tenere un’esibizione, e nel 1975 il Disc Dog divenne una specialità di gara ufficiale. In Italia sono diversi le associazioni, e i club che si occupano della cura, l’istruzione e la diffusione di questo strano sport, e la sua ottima risposta, su larga scala, non è solo dovuta alla sua spettacolarità, ma anche al semplice fatto di essere facilmente accessibile a tutti.

Avete un cane? Avete un frisbee? Vi serve solo un prato. Il gioco è fatto. E no, non dovete comprarvi un prato e né affittare del suolo pubblico statale. Cioè, beh, potreste farlo. Se siete Dan Bilzerian fatelo. Anzi, fate qualsiasi cosa vi piaccia. E così dopo esser venuti a conoscenza di questa strana pratica quasi per un gioco del telefono, abbiamo deciso con la nostra Ford Ka verde pisello, di muoverci alla volta di Pianoro (BO) e incontrare Alessandro Francalancia, un atleta di Disc Dog che sogna e freme per un futuro come istruttore, e Musa, semplicemente, la sua compagna di acrobazie. Ammetto però che, leggendo i cartelli stradali, per muoverci esattamente verso Pian di Macina, avrei voluto fare prima tappa a Botteghino di Zocca. Non chiedetemi perchè.

Ci siamo comunque passati per una pausa pranzo inesistente, ma andiamo con ordine. Dopo aver incontrato Alessandro vicino casa sua, e aver usufruito di un’abbondante colazione a base di estratto di melograno, brownies e zabaione, e rischiando un’indimenticabile diarrea mattutina, ci siamo diretti presso un piccolo parco nelle vicinanze. Musa pareva aver capito, e la conferma della sua esaltazione fu la vista dei cinque frisbee tirati lentamente fuori dallo zaino del suo compagno. Musa è un Border Collie di 14 mesi, ancora troppo piccola per determinate acrobazie, con un occhio azzurro e uno marrone, venduto ad Alessandro da un losco tizio dagli stessi occhi bicolore. La prima cosa che Alessandro ci racconta è ovviamente la storia del suo cane, e delle sue prime interazioni con lui. Della sua educazione e di come sono arrivati ad avere un affiatamento del genere. Prima su tutte, dice, è molto importante l’enfasi che bisogna versare in ogni piccolo gesto di comando diretto al proprio cane. È fondamentale ed essenziale che il cane prenda gli ordini non come un lavoro, ma come un vero e proprio gioco. Oltre ad essere un discorso sicuramente etico, ci fa capire che è il modo più efficace per portare a buon fine un comando. Il cane deve pensare di star giocando. Il suo premio è il frisbee. Lui lo sa. Obbedisce. E il rapporto che si instaura è naturale, i movimenti non sono artificiosi e i trick risultano più efficaci. Il regolamento di questo sport non è univoco per ogni gara, e questo purtroppo è uno degli aspetti negativi di questa disciplina che ancora non riesce ad imporsi per come dovrebbe in realtà essere socialmente e sportivamente riconosciuta. Esistono sostanzialmente quattro tipi di tornei. Ogni torneo ha le sue regole che differiscono dagli altri per piccoli cavilli tecnici, che anche lui, dice, non conoscere alla perfezione. Queste discrepanze non aiutano di certo questo sport che vive una grossa situazione di disomogeneità. E in effetti non esiste un vero e proprio regolamento che racchiuda un po’ il Disc Dog in generale. Seconda cosa fondamentale in una gara sono gli atterraggi. Il cane può anche saltare bene, in alto, prendere al volo il frisbee, ma se l’atterraggio non è sufficientemente buono e nelle norme stabilite, è perfino inutile continuare a lanciare il frisbee e continuare la gara. Questa rigidità in questa goliardia, ci ha molto ricordato le ginnaste russe. Senza stupri, pedofilia o incesti però. Alessandro dopo essersi riscaldato e averci fatto godere di alcuni attimi di bambinesca esaltazione, ci inizia ad elencare le componenti essenziali dello sport. Tra nomenclature, trick, acrobazie e figure veniamo a conoscenza del linguaggio tecnico e apprendiamo cosa sono i Vault e gli Over. E no, appassionati videoludici senza una decente scopata da decenni, non stiamo parlando della saga Fallout della Bethesda Softworks. I Vault affiancati dal comando Top (quando il cane sale su di una parte del corpo dell’atleta, possano essere schiena o gambe o altro, e ci rimane prima del salto fino a nuovo ordine), e Tocca (quando il cane semplicemente usa come punto di slancio una parte del corpo, in automatico senza l’uso di un secondo ordine), sono delle figure generiche in cui appunto, l’amico peloso, interagisce col corpo dell’atleta entrandoci in contatto e sfruttandolo a suo vantaggio. Gli Over invece sono comandi, almeno per noi profani più semplici e diretti, dove il cane salta scavalcando una parte del corpo dell’atleta senza toccarlo. Ovviamente alla fine di questi due tipi di figura, la parte essenziale è la conquista del frisbee in volo, e l’atterraggio. Come ben potete immaginare, le valutazioni della giuria variano su di una miriade di fattori, da quelli più tecnici a quelli più emotivi ed empatici. La pulizia di un movimento, la perfetta esecuzione delle linee, la reazione di un cane al comando in maniera tempestiva, la sincronia tra movimento e accenti musicali, e via via anche l’enfasi nell’esecuzione, nel rapporto tra cane e atleta, la sincronia tra i due che empaticamente trascinano lo spettatore a rimanere col fiato sospeso o semplicemente a sorridere vedendo i due divertirsi. La felicità e le risate sono contagiose, e questo è un elemento fondamentale per la valutazione di un’esibizione che in alcuni casi può arrivare a durare anche due interi minuti. Gli atleti lo sanno, e la loro soddisfazione, il loro calore, devono essere quanto più trasmessi agli spettatori, che siano giuria o altro. Un’esibizione per quanto perfetta, potrebbe peccare in freddezza, e il fattore percettivo e quanto più di imprevedibile esista in questo sport. Ovviamente le figure che le coppie utilizzano variano anche in base alle capacità motorie di entrambi. E se state immaginando asiatici che volano e fanno capriole, esperti di arti marziali, che inseriscono movimenti al limite dell’umano e della fisica, bene, avete fatto bingo. È possibile trovare elementi del genere. Come amici metallari che si divertono su pezzi “cattivissimi”, in esibizioni veloci e al cardiopalma. Anche se Alessandro ci comunica che gran parte della musica utilizzata varia dal Pop al Raggae.

Godiamo ancora di salti e cadute, prese mancate e voli sensazionali mentre il tempo passa e l’ora di pranzo sta per volare via. Non mancano i momenti in cui si cazzeggia con la piccola Musa, come nemmeno momenti in cui ignorando deliberatamente il suo padrone viene più incuriosita dalla macchina fotografica che abbiamo in mano che dal frisbee. Decisi infine a cercare un posto dove pranzare, ritorniamo nella nostra Ford Ka, e in direzione Botteghino di Zocca, Alessandro ci spiega che far diventare il Disc Dog un lavoro è cosa alquanto dura. Ma questo lo avevamo già immaginato. Lui comunque continua a studiare, lavorando per la sua magistrale in Economia, e cercando di far diventare un sogno, un vero e proprio mestiere. E potrebbe sembrare un po’ la storia di una Cenerentola dozzinale da Eurospin, ma la verità è ben altra. L’affiatamento in questo sport, il suo semplice affacciarsi a chiunque possegga un cane (badate alle razze, inutile dirvi che una roba del genere non è indicata per Alani o San Bernardo), e un frisbee. I costi non ci paiono elevati e allora ci sovviene anche l’idea di poterci provare e farci istruire da Alessandro, che a mio dire, di pazienza ne ha anche parecchia. E se avete un cane provateci. La spettacolarità del tutto è contornata da una così umile e pura forma di divertimento da sembrare un qualcosa da fare semplicemente perchè ci va.

Alessandro Francalancia sa quello che fa, e come istruttore probabilmente lo pagherei più del dovuto, anche solo per guardare di nuovo ciò che abbiamo, in questa giornata, visto nei suoi occhi e in quelli di Musa. C’è qualcosa di indefinibile, e mentre in Marc Griffin era solo del buonsenso andato a puttane, nei loro occhi questo qualcosa diventa dolcemente contagioso e tremendamente forte. Riusciamo a concludere la giornata con una buona porzione di tortellini alla panna, e in brodo, e una caterva di crescentine. Stranamente la diarrea almeno per quella giornata siamo riusciti ad evitarla, come il pranzo al Lago dei castori a Botteghino di Zocca. Dopo anni per me è ancora incredibile che un ristorante chiuda la sua cucina alle due e mezza di pomeriggio. Come se la gente non possa aver fame anche alle tre. Salutiamo questo ridente paese composto prevalentemente da anziani (ci viene spiegato che buona parte della popolazione giovanile è o in riformatorio o in carcere), e ci dirigiamo nuovamente verso Pianoro, comune più grande d’Italia (o almeno così ci viene detto, e ci sembra un po’ come quando alcuni veneti si vantano del formaggio. Accettiamolo, e andiamo avanti). Salutiamo Alessandro e Musa, e alla volta di casa per espletare bisogni fisiologici da standing ovation, ricapitoliamo mentalmente la mattinata.

C’è chi ce la fa e chi non ce la fa. C’è chi ci prova e ci riesce, e chi nemmeno ci prova. C’è chi studia per anni e anni in università che poi gli daranno la soddisfazione di diventare un cuoco stellato, cambiando radicalmente vita e alzando il dito medio all’Istruzione italiana. C’è chi perde la moglie e quasi la vita per progettare torce da campeggio per ciechi e catene da neve per sedie a rotelle. Ma va tutto bene. In fondo i tortellini son buoni e le crescentine anche. Sia chiaro però. Non c’è paragone con un piatto di orecchiette con le cime di rapa e acciuga soffritta.

Un ringraziamento solidale va al proprietario della Ford Ka sopracitata, e di una splendida collezione di miniature del Signore degli Anelli. Iacopo Albanelli. Purtroppo non c’è stato tempo e modo per usufruirne. Eravamo lì per lavoro alla fine.