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Lucia Motolese

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POPULISMO E PROPELLENTI TRA LE BAMBOLE DI HANS BELLMER

Illustrazione di Nalsco

 

Che si possa combattere con altri mezzi che non siano pallottole, è un fatto risaputo.

Che si possa combattere con delle bambole, è un fatto assurdo.

Ma il nemico di Hans Bellmer era di per sé assurdo. In una Germania nazista e oppressiva, l’idea di un corpo ariano perfetto finì per disgustare Bellmer a tal punto da iniziare una sua personalissima diserzione. Nel ‘33 diede vita ad una petite fille [bambina], nulla di più di una bambola dalle fattezze adolescenziali, ottenuta dall’assemblaggio di pezzi, una ragazza artificiale creata per «inventare desideri». Una parodia, un’arte degenerata, in poco tempo condannata dal regime.
La Poupée aveva un suo modello nella letteratura di inizio secolo, come il Der Fetisch di Kokoschka. Il grande espressionista austriaco non seppe fare i conti con la fine di una relazione, e intrappolò le fattezze dell’amata in una bambola costruita a grandezza naturale.

E allo stesso modo Bellmer componeva le sue bambole con organi, membra e articolazioni dislocati, moltiplicati, montati e poi fotografati, che potessero scandalizzare o risvegliare la coscienza del pubblico. E ancor più, nel mezzo, collocava un panorama, un dispositivo ottico debitamente illuminato che comprendeva sei mini-scene che avevano la funzione di analizzare i «sogni» della ragazza-oggetto.
Di fatti, la bambola non era che un anagramma plastico, i cui pezzi erano tasselli di un puzzle da incastrare, perché lo spettatore ne risolvesse il contenuto, rivelasse l’enigma del corpo. La percezione veniva scossa da visioni alterate e allucinatorie. Ma fu qui che il gioco sfuggì di mano, quando la satira divenne ossessione.

Il volto, appartenuto all’amore infantile di Bellmer, svelava una profonda malinconia che rendeva viva la petite fille. lo sguardo malinconico di un oggetto senza vita interpretava la frustrazione e l’impotenza del soggetto nazista che relegò la donna, essere deputato alla maternità, in quell’ambiente familiare e domestico che Bellmer le fece abitare e profanare. La fotografava avvinghiata a una ringhiera, slegata nel letto, legata su un telaio, fra quelle quattro mura dove non avrebbe potuto essere un nemico.

Non fu di certo l’unico che vide etichettata la propria arte come sottoprodotto della degenerazione e sotto la ghigliottina ci finirono persino Nolde, Kirchner, Kandiskij, Chagall e ancora Beckmann, Grosz e Segall, in quanto responsabili del degrado della morale. La mostra organizzata sull’entartete Kunst, [mostra sull’arte degenerata inaugurata a Monaco nel 37, che comprendeva le opere indice di un «futuro corrotto e malato»] era una grande raccolta di opere grottesche che potessero infangare il diktat nazista. L’allestimento si apriva con un grande crocifisso snaturato, di Ludwig Gies, rappresentante un Cristo contorto, posizionato in modo che le gambe piegate ostruissero il passaggio allo spettatore, sul quale campeggiava la scritta “Questa orrenda opera è appesa come omaggio ai caduti nella Cattedrale di Lubecca”. E non sarebbe certamente stato anacronistico trovare fra quelli il nome di Pyotr Pavlensky, artista russo perennemente nei guai per le sue performance. Tra labbra cucite in onore delle Pussy Riot, testicoli inchiodati sui sampietrini della piazza Rossa di Mosca, e incendi di porte di servizi segreti, l’artista fu celebrato come un denigratore nei cui atti vi era molto di vandalico e poco di artistico. Eppure quell’arte senza tele e pennelli è incisiva, rende il dissenso contro l’assurdità della Russia di Putin e dell’impotenza che regna nell’antica URSS. Non perciò un attentato alla morale, come venne vista la creazione di Bellmer, che riuscì a scrollarsi di dosso l’apatia inflitta dal regime, per esaltare l’uomo nascosto dietro il corpo.

Ma quest’arte che fa spesso a meno della legittimazione dell’autorità costituita, si ritrova a fare i conti con la persecuzione, e finisce per aver comunque bisogno di un’ala protettiva. Bellmer la trovò in Francia, nel caldo mondo dei surrealisti di Breton, il cui intento risiedeva nello sprigionare la libera immaginazione senza i vincoli della realtà materiale.

Eppure, quegli umili estimatori d’arte dei gerarchi nazisti non fecero altro che incrementare un interesse proprio verso ciò che aborrivano. Adolf Hitler non capì mai il valore dell’improfanabile mistero del corpo che Bellmer celebrò, ma respingendone l’idea e condannandolo non fece altro che evidenziare il pensiero e il significato che si celavano dietro l’opera-aborto. Ciò che comprese fu la potenza sociale dell’arte, e ne ebbe paura. Tanta da relegare perfino Van Gogh in qualche malmesso museo dell’orrore.

Di certo, proprio quel Van Gogh per cui oggi si fanno ore di fila con prenotazione, la cui opera meno pretenziosa è al riparo dietro vetri antiproiettile e visibile da almeno 13 metri oltre una linea gialla, sorvegliata da imperturbabili guardie inglesi cui ne proteggono il valore (economico). Proprio quella fila durante la quale si ha il tempo di riflettere su quanto non si sappiano più produrre opere belle e la storia sembra essersi fermata, annichilita e ormai inetta al produrre altra arte che non sia qualche avanguardia su muro, ssporchi e brutti ‘sti teppisti, devasta-intonacoscrostato-e-brucia-chiese, e di ricordarsi di nascondere “Mamma aiuto”, il libro di Cavanna e Altan, nel comodino in camera, perché così rispettosi non sono e potrebbero deviare qualcuno. E ricadiamo nella stessa identica trappola che ci vuole contenti solo di un certo standard artistico, che non implichi alcuna rivalutazione o critica del nostro modo di pensare agire, o ancor meno percepire. E se dietro i caschi gialli che fecero svegliare Piazza Affari quattro anni fa vi erano delle persone che cercavano di manifestare una preoccupazione, nella nostra mente rimbalza solo il significante, il mero gesto che di per sé risulterebbe vano e senza senso, una perdita di tempo, una trovata per non lavorare, un cattivo esempio.

Non la definiremmo propriamente arte, non ne analizzeremmo gli antecedenti e le conseguenze, semplicemente la condanneremmo in qualche etichetta denigratoria nella nostra mente, al fianco delle bambole di Bellmer, senza che possano riscattare il vero motivo della loro esistenza.