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Micol Gelsi

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ADESSO ANCHE GREEN-SPORT E FRISBEE

Illustrazione di Samuele Recchia

 

Il Windmill di Amsterdam è il più importante torneo di Ultimate Frisbee in Europa.

Richiama giocatori da tutto il mondo, che si presentano per competere in una delle tre divisioni (maschile, femminile o mista) con le loro squadre o in “pick-up” (squadre composte da giocatori che non si allenano abitualmente insieme ma che si accordano per partecipare all’evento).

L’Ultimate nasce in America negli anni ’70, nei parcheggi della Columbia, grazie ad alcuni ragazzi che probabilmente durante una comune sessione di lanci di frisbee in notturna, e probabilmente non troppo lucidi si rendono conto che la situazione avrebbe potuto essere dinamicizzata un po’, e si inventano a tavolino (o forse in piedi) le regole di un nuovo vero e proprio sport di squadra.

Oggi l’Ultimate ufficiale si gioca sette contro sette in un campo che presenta le stesse dimensioni di un campo da calcio. Alle estremità ci sono delle aree di meta in cui segnare come nel rugby. C’è il piede perno e non si può avanzare con il disco in mano come nel basket, e per segnare un punto occorre semplicemente riuscire a passare il disco ad un compagno che si trova in meta senza perderne il possesso.

Molto più complesso a dirsi che a farsi.

Il frisbee non viene passato necessariamente solo all’indietro, (niente granchi), e teoricamente non è ammesso contatto fisico; e quando il disco cade per terra viene raccolto da un giocatore della squadra avversaria che cerca di fare meta in direzione opposta.
Interessante è la questione dell’arbitraggio, nonchè l’aspetto che rende l’Ultimate uno sport veramente estremo a livello di mantenimento della propria salubrità mentale.
Il gioco non contempla infatti la presenza dell’arbitro “Maat egizia” che gestisce la verità e l’ordine cosmico in campo , ma sono l’autocontrollo e l’attitudine positiva dei giocatori stessi, uniti con il rispetto verso l’avversario, a (teoricamente) garantire l’armonia.
Quando vengono commesse delle infrazioni, dei falli o altri tipi di episodi che comportano l’interruzione del gioco e necessitano di una conseguente risoluzione, è compito dei coinvolti segnalarli e raggiungere una risoluzione.
Un giocatore può “fare una chiamata” e l’avversario deve stabilire ragionevolmente se accettarla o contestarla. Si chiama “etica del fair-play” e viene ritenuta così fondamentale che, al di là del risultato, le squadre a fine partita votano vicendevolmente uno “spirito di gioco”, avente come parametri di valutazione l’attitudine sportiva dell’altra squadra , l’autocontrollo, la conoscenza delle regole, la fisicità nel gioco, la fallosità e la capacità di comunicare e interagire con gli avversari.
Nella pratica ciò si traduce abitualmente in una considerevole dose di tensione aggiuntiva, condita da un pizzico di finto moralismo, perchè in qualsiasi momento di alta competizione l’oggettività dei giocatori è normale che sfumi, (non per malafede ma per santo e spontaneo agonismo).
Ad ogni modo questo sport, proprio per la sua linea politicamente corretta, continua a prendere largamente piede nelle scuole, dove attinge dal bacino degli “stanchi/rifiutati” dagli sport tradizionali, e dai “curiosi”, attratti dalla dimensione di squadra, dalla differenziazione delle competenze richieste a livello fisico, e dall’outdoor.

Perchè nell’Ultimate devi essere psicologicamente preparato a giocare all’aria aperta, con la neve così come sulla sabbia (avendo solitamente in dotazione campi che hanno visto l’erba solo molti e molti anni fa), oppure con cinquecento nodi di vento, cosa che accade  nella maggior parte dei tornei nel Nord Europa, dove la disciplina è più praticata nonostante le condizioni climatiche cerchino di indicare che non è cosa buona e giusta.

Nel corso degli anni l’Ultimate sta rapidamente compiendo il duro percorso degli sport minori per essere riconosciuto e così ottenere un posticino tra le federazioni colosso ai giochi olimpici.

Ad Amsterdam vi partecipano le migliori squadre del continente (a tutti gli effetti agonistiche) e nonostante questo è incredibile come venga ancora qui mantenuta ed enfatizzata la dimensione ludica e hippy che contraddistingue storicamente lo sport, in perfetta compatibilità con le verdi e speziate vocazioni del luogo.
I giocatori alloggiano per i tre giorni dell’evento nelle proprie tendine a bordo campo, c’è un contributo spese per chi riesce ad arrivare al posto sfruttando sistemi di trasporto poco inquinanti, il simbolo del torneo è un piccolo elefante colorato Herbie, e la struttura di accoglienza principale è un tendone da circo dentro cui la sera gruppi sperimentali fanno performance per dare libero sfogo ad ogni e qualsivoglia discutibile gusto musicale. La mattina vengono organizzate per i giocatori sessioni di yoga ad accesso libero e i pasti vengono serviti da camioncini colorati con grafiche psichedeliche.

Non resta che immaginare cosa venga regalato come gadget e souvenir dell’evento ai giocatori.

Appuntamento al 10-14 giugno 2018

INFO

 

VISIONI CUBANE

Vignales,14 aprile

Nella piazza di Vignales c’è sempre gente, ma non sempre c’è rumore.
Si creano spontanei a-social club di persone, per rivendicare (a tempo limitato e a pagamento) l’adeguamento al terzo millennio, laddove 3G è una sigla senza significato e la scritta “Wifi+codici” non fa parte della tappezzeria delle pareti di alcuna casa.
Forse, anche per l’assenza di turisti stazionari, le piazze senza “spot wi-fi controllati” sono sempre più vuote e abbandonate rispetto alle altre.
Come un tormentone estivo, lo spazio virtuale pervade e innesca lo spazio pubblico.

Vignales, 15 aprile

Alba.
La foschia sembra fumo stazionario sulla distesa piana di piantagioni di caffè e tabacco.
Sopra la nebbia si innalzano rigidamente grandi panettoni di pietra calcarea costellati da grotte. Vuoti di materiale come strappati a mano, colmati da macchie verdi di vegetazione antigravità.

Matanzas, 16 aprile

Tramonto.
Sulla Via Blanca che costeggia il litorale nordest dell’isola passano poche auto e qualche camion, e alcune motociclette, e un sidecar. Sui sedili della moto un uomo e una donna con in testa due elmetti, e nel “side”, zampe all’aria, il culo incastrato e lo sguardo sul retro, un asino.

Varadero, 17 aprile

La Lonely dice che a Varadero ci sono tra le più belle e ampie spiagge di tutti i Caraibi.
È giustamente una lunga lingua di terra occupata da resort che privatizzano l’accesso al mare, inframmezzati da tratti di spiaggia libera in cui turisti poveri e cubani si godono brezza e benessere. Una famiglia autoctona allargata (sia per numero che per dimensioni) sorseggia cerveza a mollo nell’acqua trasparente, e, con la stessa leggiadria, accartoccia le lattine verde brillante e le getta senza pensieri tra le onde delicate di una “tra le più belle e ampie spiagge di tutti i Caraibi”.

Playa Larga, 18 aprile 

Piove.
Un bambino e il suo cavallo aspettano la calma dopo il temporale. Il primo accovacciato, il secondo in piedi al suo fianco. entrambi rifugiati sotto la carena sospesa di una nave della Marina da guerra americana, monumentalmente ricollocata al centro di una piazza.
Un bambino, il suo cavallo, e uno sgraziato scalpo ferruginoso dalle conquiste della Revolución.

Playa Giron, 19 Aprile

La sera del 19 aprile a Playa Giron si celebra la vittoria delle armate rivoluzionarie nella Baia dei porci.
Una festa di paese con giostre meccaniche appartenenti ad altre epoche e dai colori slavati, macchine dello zucchero filato e stand economici di giocattoli usati.
Intanto un concerto di raggaeton. Donne, ragazze e bambine indossano abiti succinti accompagnati da gioielli falsi e appariscenti.
Da Playa Giron la notte non si può ritornare in auto a Playa Larga perché lungo quei 17km migliaia di granchi, dopo aver depositato le uova nella foresta, attraversano la strada per tornare in mare e con le loro chele bucano i pneumatici.
Tra Playa Giron e Playa Larga, la notte del 19 aprile, nella guerra contro l’invasività dell’uomo nel loro ecosistema, piccole forze della natura vincono una battaglia.
Fortuna nostra che ci sono i camion.

Cienfuegos, 20 Aprile

Nell’autostazione di Cienfuegos, nonostante siano presenti (e rigidamente separati) sia il terminale delle linee turistiche che quello dei trasporti nazionali, c’è un solo bagno agibile.
Nel bagno dell’autostazione di Cienfuegos non c’è né carta né acqua corrente. Né nel vaso, né nel rubinetto.
Per ventiquattro ore al giorno, un funzionario statale, dopo ogni uso, entra con un secchio d’acqua dentro quelle quattro pareti mezze grigie mezze bianche.

Trinidad, 21 Aprile

Trasporti

Trinidad (4 e qualcosa am.)- L’ Habana (14 p.m.), poco meno di 400 km.

  •  Autobus con pochi sedili adiacenti alle pareti e in cui piove dentro, e, nel buio del mattino, l’acqua si distribuisce in tutte le direzioni sul liscio pavimento metallico.
  •  Autobus costellato da scritte in coreano, troppo affollato. Un venditore ambulante ripone a fianco all’autista due secchi colmi di frittura.
    Di fianco, una grande torta decorata e ricoperta di panna è posata per terra e si spalma contro l’estintore alla destra della leva del cambio.
    I nostri zaini occupano sempre troppo spazio e per scendere li facciamo passare dal finestrino. Non abbiamo moneta, una signora gobba paga per noi, gringos indesiderabili.
  • Camion sovietico con cassone posteriore sigillato con una sottile feritoia trasversale, adibito nelle lunghe tratte al trasporto passeggeri, 50 pesos cubani (2 euro) per 200 km.
    Nei giorni festivi gli amarillos, funzionari in tuta gialla, si posizionano in alcuni punti strategici dell’autopista e fermano i mezzi che passano per distribuire e indirizzare i pendolari.

L’autostop è metodo ufficializzato di trasporto nazionale.

L’Habana, 22 Aprile

Il Centro Habana mi fa impazzire.
Un brulichio di formiche che entrano ed escono attraverso gli alti portali di quelli che erano sontuosi palazzi coloniali. E giocano a scacchi e urlano e cantano e stendono panni sporchi sopra i parapetti di ferro battuto in stile art nouveau dei balconi ai primi piani, e da cui, inspiegabilmente e senza preavviso, crescono alberi.

L’Habana, 23 Aprile

Ora della merenda.
Tra le vie confuse del Centro Habana una panetteria come tante vende due tipi di pane per 1 peso cubano (4 cent) a pagnotta, e tre tipi di dolci, anch’essi a 1 peso al pezzo.
I prodotti vengono serviti ai clienti direttamente dalle teglie in cui sono stati sfornati. Il pane a mano. I dolci con goiaba su ritagli di carta di giornale. La marmellata di goiaba appiccica.
Lo spazio di vendita è il laboratorio di produzione, (o il laboratorio di produzione è lo spazio di vendita), e il negozio è in una casa (o una casa è nel negozio). Qui tra spazio di vita e commercio non c’è embargo né frontiera.

 

Flash di viaggio sulla transizione di un paese in estinzione, senza pretese di intendere, né intenzioni di spiegare

 

Illustrazioni di Laura Cagnoni