Illustrazione di Sofia Buratti

 

«Ciao ragazzi, vi ho trovati su Instagram e sono corso a prendere il primo numero del vostro magazine. Me lo sono divorato, è ben fatto, crudo, diretto, e con un buongusto infinito (…) mi piacerebbe collaborare e fare una storiella acidissima per un prossimo numero, se può piacere anche a voi come idea fatemi sapere!».

Insomma.

“Fatemi sapere”.

Se nella vita vorrete mai proporvi a un editore, ecco, o a qualcuno in generale di importante, professore o datore di lavoro che sia, evitate di chiudere una frase con queste parole. “Fatemi sapere” potreste usarlo solo se il vostro nome fosse Ortolani, o Gipi, o che so io – e se questo dovesse essere il caso, sappiate che noi siamo disponibili a pubblicare. E comunque il mercato di oggi dovrebbe incoraggiare i giovani, fossimo in voi faremmo un tentativo.
Quel messaggio in apertura, ad ogni modo, non è inventato. È il testo di un direct message inviato su Instagram (più casual di così si muore) nel luglio dell’anno scorso da uno che, all’epoca, per Prott Edizioni era un perfetto sconosciuto (ero un perfetto sconosciuto). Quel tizio si proponeva come illustratore. Con un messaggio così, da prenderlo a schiaffi subito per come era scritto.

Potevamo farlo entrare nella casa editrice, con un messaggio così?

Certo che sì. E infatti quel tizio è entrato.

C’è da dire che non è stato il tentativo peggiore. Una volta ricevemmo la mail di qualcuno che forse aveva bisogno di affetto, forse solo di un po’ di comprensione, vai a capire, fatto sta che quelle quindici righe erano interamente dedicate ai suoi elogi verso se stesso. Tutto un discorso rivolto all’autore, come un moderno Marco Aurelio. Pure interessante, se vogliamo, almeno divertente. Ma non è che il messaggio contenesse molto altro oltre a questo. Solo una lunga sessione di auto-fellatio, uno spettacolo a cui quasi dispiaceva assistere. Anche lui alla fine concludeva con qualcosa di simile a un “fatemi sapere”.

Ma se proprio volete seguire questa strada, premuratevi almeno di mostrare da subito che conoscete la casa editrice.
Poi, per carità, la mail (o il messaggio in direct) è solo un anticipo. Con le persone bisogna parlare, e questa in genere è una regola d’oro per ogni collaborazione, specie se rivolta a produrre fisicamente un libro o un racconto o anche solo un articolo o un’illustrazione. Bisogna parlarci, con le persone, possibilmente dal vivo. Alcuni degli autori di Prott sono stati conosciuti così, in un faccia-a-faccia diretto, senza lettere di presentazione. A volte erano amici di altre persone già dentro (è il caso di molti illustratori), a volte ci venivano a trovare dal vivo, anche solo per curiosità, agli eventi (ne parliamo in un altro articolo – dal punto di vista “fieristico” Prott è il cugino zingaro dell’editoria, quello che prende e parte a bordo della sua bella carovana gitana).

Perché un punto di forza di Prott Edizioni, questo possiamo dirlo, è che delle convenzioni ce ne sbattiamo sempre abbastanza. Non ci importa di chi ci presenta un’idea, purché sia una bella idea. E che siate umani o marziani, non ci interessa. Purché non siate vegani (inside joke per uno dei nostri illustratori).

Tanto per capirci, a inizio 2018 abbiamo pubblicato una raccolta di racconti brevi intitolata “Paella Meccanica”. L’autore di quel libro, oltre a essere ovviamente parte di Prott Edizioni, è il padre di un altro dei nostri. In sostanza pubblichiamo padre e figlio (che perdonateci ma sono già due terzi di trinità, se non è dedizione questa), una piccola eccezionalità editoriale. Ora vi sfidiamo a trovare un’altra casa editrice a cui sia capitato qualcosa di simile.
Oddio, in America la Harper Collins ha pubblicato sia John che Dan Fante (rispettivamente padre e figlio), ma questa è un’altra storia. Dan Fante all’epoca aveva già un bel nome d’arte. Noi invece abbiamo fatto il contrario. Quando questo ragazzo ci ha raccontato delle storie scritte dal padre, conservate da qualche parte in casa come quel famoso e proverbiale sogno nel cassetto, abbiamo insistito per darci un’occhiata. E a ragione, visto che oggi è una delle pubblicazioni di cui siamo più soddisfatti.

In sostanza ci sono molti modi di entrare in una casa editrice, più o meno convenzionali, specie se si parla di Prott. Si tratta solo di farsi avanti, a prescindere dal mezzo usato, e di farsi notare – in senso positivo, se possibile. Quando ci chiedono come fare a proporci un’idea, la risposta è sempre una soltanto, “fallo e basta”. Non c’è molto altro di importante. E se sarete entusiasti di parlarcene, noi saremo entusiasti di ascoltare. Senza cadere nel banale o nel troppo impostato.
In conclusione c’è solo una cosa da fare, ed è presentarvi. Se i vostri lavori ci piacciono, state sicuri che potremo fare qualcosa di meraviglioso insieme. E per entrare in Prott non ci sono sfide da superare o ostacoli da evitare. C’è solo un rito d’iniziazione, diciamo, questo sì.

A dire il vero è più una sorta di patto col sangue, ma con la passata di pomodorino fresco al posto del sangue e la pancetta affumicata al vino, magari il tutto accompagnato da un bel pacchero e qualche erbetta rara di contorno. È una tortura per lo stomaco pensare a tutto ciò se avete fame o se siete studenti universitari (condannati quindi alla pasta col tonno Coop), ma vale la pena di accennare alle cene che il super-mega-direttore-galattico, nonché Editore di Prott, riserva ai nuovi entrati. Ecco, questa forse è l’unica vera soglia da superare per essere dentro. Niente mail, niente discorsi di lavoro. Se accettate una cena cucinata dalle manine dell’editore, sappiate che non si torna più indietro. La vostra esistenza da quel momento in poi sarà legata a Prott da un filo rosso, anzi, da uno spaghetto ruvido De Cecco.

Se avevate bisogno di un altro buon motivo per entrare in Prott Edizioni, eccovelo servito.

Ora non vi resta che farvi invitare.

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