Illustrazione di Roberto D’Agnano

Tutto ha inizio dai particolari più insignificanti.

Un oggetto che non avevate mai notato prima d’ora. Piccoli avvenimenti quotidiani che si ripetono troppo spesso per essere delle coincidenze, continui déjà-vu, ricordi di luoghi e persone di cui non abbiamo mai fatto esperienza. Se abitaste in una cittadina americana, magari in uno di quei tranquilli e placidi quartieri di periferia, avreste a disposizione un unico paesaggio ogni qual volta vi affacciaste dalla finestra posta sotto quel simpatico tetto spiovente. Schiere e ancora schiere di case tutte uguali, dall’identica forma cubica, dall’identica verandina all’ingresso e dall’identico praticello verde e perfettamente curato. Qua è là indistinte figure arricchiscono la monotona scena, comparse evanescenti più che veri e propri esseri umani. Chi fa jogging, chi lava l’auto, bambini che giocano di fronte casa e l’immancabile ronzio provocato dal tagliaerba del vicino. Un quadretto idilliaco, sereno, perfetto. La monotona ripetizione di questi elementi crea l’impressione che ogni cosa sia esattamente al suo posto. A parte un enorme proiettore che sta cascando all’improvviso dal cielo.
Questa scena di The Truman Show indica uno dei momenti cruciali per ogni narrazione che cerchi di mettere in discussione la natura della realtà nella quale siamo immersi. L’insinuazione nella mente del protagonista del dubbio più radicale che possa esistere, ovvero che il mondo nel quale ha sempre vissuto sia inautentico, fittizio, artificiale. In sostanza una simulazione. Per carità, un mondo costruito a tavolino in cui i talent potrebbero non esistere e gente come Gigi D’Alessio e Selvaggia Lucarelli sarebbero condannati per crimini contro l’umanità ha i suoi bei lati positivi e alcuni penserebbero che sia anche auspicabile. Ma alla fine scoprire all’improvviso di essere stati trattati come topi di laboratorio e soprattutto che ogni cosa – dalle scelte che abbiamo compiuto in qualsiasi campo, alle relazioni che faticosamente siamo riusciti a creare con gli altri – non sia frutto delle nostre azioni, significherebbe che la nostra vita non ha avuto un senso. Potremmo ancora chiamare qualcosa del genere “vita”? Non è un caso che una delle domande più ricorrenti dei personaggi che affrontano la nuova verità sul mondo è: “chi sono io?”. A questo punto, forse, la morte sarebbe sì un’opzione estrema ma, a ben vedere, da tenere in considerazione. Ammesso che naturalmente non si riveli fittizia pure quella.

Sono passati diciannove anni dall’uscita del film con Jim Carrey e diciotto dal primo capitolo di Matrix, un’altra opera che a cavallo degli ultimi due secoli ha riportato prepotentemente in auge il tema più filosoficamente pregnante sulla natura della realtà. Le due pellicole si pongono come tappe di un lungo percorso artistico e culturale che vede nella letteratura fantascientifica di derivazione speculativa il suo momento cruciale per l’immaginario popolare – con autori come Philip K. Dick, Stanislav Lem e Daniel Galouye – sino a spingersi ancora più indietro nel tempo, passando per il genio maligno di Cartesio, il velo di Maya della tradizione induista e la caverna di Platone, la “madre” di tutte le principali metafore sulla distinzione fra reale e irreale e vero e falso. Da allora le cose sono assai cambiate e al posto del fuoco che proietta le ombre delle figure nella caverna, la scienza propone un altro tipo di immagine, naturalmente aggiornata alle ultime scoperte in campo fisico e cosmologico: il cosiddetto simulation argument, ovvero l’ipotesi che l’universo non sia altro che una simulazione virtuale programmata da una civiltà o da un’intelligenza incredibilmente più progredita della nostra ed esterna alla nostra realtà. A sostenere un’idea tanto bizzarra quanto affascinante non sono un branco di nerd in fissa con la fantascienza o un gruppo di complottisti che si spacciano per esperti di fisica quantistica, bensì alcune delle menti che recentemente stanno animando il dibattito scientifico proprio intorno a questi temi.

Giusto per fare un esempio, nell’aprile dell’anno scorso, presso l’American Museum of Natural History di New York, si è tenuto l’annuale “Isaac Asimov Memorial Debate” dove cinque personalità – un filosofo, un cosmologo e tre fisici teorici tra cui Lisa Randall, uno dei nomi attualmente più in risalto nell’ambiente – sono stati chiamati a discutere intorno alla domanda “Il nostro universo è una simulazione?”. Se una tale concentrazione di materia grigia vi sembra uno spreco pauroso sappiate che è colpa di un filosofo, naturalmente: lo svedese Nick Bostrom, in un paper intitolato Are you living in a computer simulation?, ha espresso le sue speculazioni a favore della nostra futura capacità di creare intelligenze artificiali dotate di consapevolezza, aggiungendo che potrebbero esserci delle possibilità riguardo ad una civiltà super evoluta capace non solo di creare una simulazione della realtà così fedele da essere indistinguibile dalla realtà stessa ma anche un numero “astronomico” di tali simulazioni. Noi poveri topi da laboratorio quindi non vivremmo che in una di queste numerose simulazioni. Se tutto ciò non fosse già abbastanza, Bostrom si è spinto ancora più in là, ipotizzando che una civiltà simulata che raggiungesse nel corso della sua storia un elevato progresso tecnologico sarebbe capace a sua volta di creare una simulazione dell’universo dotata di esseri coscienti. Questo dimostrerebbe sia la possibilità di creare simulazioni di tale portata e sia l’aumento delle probabilità di vivere in una simulazione programmata. Se tutte queste congetture fossero circolate all’interno del mondo accademico e filosofico molto probabilmente nessuno le avrebbe calcolate di striscio come spesso è successo a vari pensatori, ma nel momento in cui un personaggio a cavallo fra visionario, imprenditoria ed esagerazione come Elon Musk, CEO di SpaceX (il dibattito sulla colonizzazione di Marte vi dice qualcosa?) e Tesla (e le auto elettriche?), nonché nome di punta fra i capoccia della Silicon Valley, si interessa alle questioni della simulazione universale e delle intelligenze artificiali super avanzate allora le cose cambiano, e di molto. Primo, perché ogni sua dichiarazione attira sempre molta attenzione, come quella fatta nel giugno scorso che afferma che la probabilità che il nostro universo non sia una simulazione è appena di una su un miliardo, secondo, perché muove denaro, come dimostra la milionaria donazione fatta al Future of Life Institute di Boston, istituto che studia come minimizzare in futuro gli eventuali rischi connessi allo sviluppo delle intelligenze artificiali.

Quali rischi potrebbero nascere? La risposta è presto detta e non è tanto diversa dallo scenario raccontato in Matrix. L’incredibile sviluppo delle intelligenze artificiali dotate di una forma di autocoscienza le porterebbe a sacrificare la vita umana per la loro, in modo da poter continuare a svilupparsi e non sentirsi quindi minacciate. Il modo migliore per metterci da parte nella catena evolutiva non sarebbe tanto quello di eliminarci come farebbero dei Terminator, ma creando delle simulazioni dell’universo estremamente particolareggiate e realistiche nel quale farci credere di continuare a vivere. E se vi sono venuti in mente ancora nerd e complottisti, mi dispiace ma loro non c’entrano nulla visto che Musk si troverebbe in buona compagnia condividendo queste idee con Bill Gates e Stephen Hawking. Che sia paranoia antropocentrica, una versione aggiornata della teoria della selezione naturale o uno scenario possibile, per ora non lo sappiamo. Di certo è che dietro tali nomi si muove un piccolo ma agguerrito esercito di fisici e scienziati che a suon di reticoli spazio-temporali, teorie quantistiche e codici informatici sta cercando di penetrare il velo di Maya di quella che agli occhi dell’uomo è spesso sembrata una pura realtà simulata e fittizia.

E no, per una volta non stiamo parlando dei talent.

Carlo Cantisani
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Avete presente un buco nero? Ecco, na cosa del genere, però più piccolo, a forma di essere umano, con due gambe, due braccia, mani, occhi, orecchie, occhiali e (pochi) capelli. Ogni offerta in cibo è benvenuta. Sacrifici umani a vostra discrezione. Poi se c'è pure della musica va bene uguale.

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