Illustrazione di Camilla Neri

Camminando per le strade rocciose di Riace (piccolo comune in provincia di Reggio Calabria) saltano all’occhio i numerosi murales che decorano le pareti delle case antiche. Colori e messaggi di solidarietà spiccano sulle crepe lasciate dal tempo. Del resto, il tempo in questi luoghi a tratti sembra essersi fermato, come quando, di tanto in tanto, si vede un uomo raccogliere i rifiuti porta a porta portandosi dietro due asinelli. Riace mantiene tutto il fascino della Calabria, terra aspra e dannata, dove in mezzo alle rovine greche nascono ginestre e bergamotti. Eppure, è proprio da questo piccolo e vivo centro nel cuore della costa ionica, che, da qualche anno, si sta portando avanti una vera e propria rivoluzione.

Negli ultimi decenni si è spesso parlato, in toni più o meno accesi, dei flussi migratori che stanno interessando la nostra penisola in maniera sempre più consistente. È chiaro che si tratta di un problema concreto e che l’integrazione non può essere semplice né immediata, ma questo non esclude che le soluzioni possano esistere. Da questo punto di vista, Riace, a partire dagli anni ’90, in concomitanza con i primi sbarchi, si è meritato a tutti gli effetti l’appellativo di “Paese dell’Accoglienza”.

Al momento, infatti, convivono nel paese almeno 25 etnie diverse, ciascuna delle quali contribuisce a dare vita a quello che, altrimenti, sarebbe ancora un comune fantasma. Non solo i profughi (circa un terzo della popolazione attuale) sono una vera e propria risorsa, ma la loro presenza nel territorio ha contribuito allo sviluppo di iniziative all’avanguardia. Una di queste è stata l’introduzione, nel 2010, di una moneta locale, volta a compensare la mancata puntualità degli aiuti economici dello SPRAR (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati), che spesso giungono a destinazione con diversi mesi di ritardo. I negozianti hanno accolto la proposta con entusiasmo e, tuttora, permettono ai migranti di acquistare nei loro esercizi commerciali beni di prima necessità, favorendo ulteriormente l’integrazione tra le comunità. A ciascuno, infatti, vengono consegnate delle banconote del valore complessivo di circa 185 euro mensili, che non comprendono i costi delle utenze e dell’affitto (a carico di progetti ONU). Una volta arrivati i fondi statali, i debiti vengono saldati, senza che l’economia locale subisca alcun danno.

“Si tratta di Comuni poveri, in cui il settore tributi è bloccato: a Riace non ci sono addizionali comunali in quanto abbiamo deciso di non incidere con i prelievi fiscali e abbiamo consentito inoltre a tutte le attività commerciali di utilizzare gli spazi pubblici senza pagare alcuna concessione comunale. I costi della politica sono ridotti ai minimi termini, in quanto non abbiamo indennizzi, telefoni aziendali, macchine comunali, autisti o altro. C’è voluta, quindi, grande creatività per fare tutto questo, per quella che per noi è una nuova possibilità di sviluppo per vari settori.”

A parlare è il sindaco (da tre mandati) Domenico Lucano, portavoce dei cambiamenti che stanno interessando questo piccolo centro della Calabria, che non finisce mai di guadagnarsi l’ammirazione del dibattito mondiale. Infatti, lo stesso primo cittadino è stato recentemente menzionato nella lista delle cinquanta persone più influenti a livello mondiale indetta dalla rivista statunitense Fortune. I turisti, del resto, non mancano e possono anche loro usufruire della moneta locale, acquistando le banconote (del valore di 1, 2, 5, 10, 20 e 50 euro e raffiguranti vittime della mafia come Peppino Impastato e liberatori di popoli come Che Guevara o Gandhi) con uno sconto del 20% sul prezzo in euro corrispondente.

Naturalmente non sono mancate le proteste.

“Il servizio centrale del Ministero dell’Interno non è d’accordo con il nostro esperimento perché è fuori dalle sue linee guida. Io stesso sono visto male dalle autorità, ma questo sistema presenta molti vantaggi: per intanto, è trasparente e impedisce che qualcuno si arricchisca alle spalle dei migranti; non ci sono fondi neri o sporchi, e soprattutto i rifugiati sono direttamente coinvolti e incrementano il circuito dell’economia locale.”

Mimmo ‘o curdu (come è stato ribattezzato proprio per il forte legame che ha stabilito con i profughi) sa che la strada che ha intrapreso fa storcere più di un naso, ma è determinato a proseguire. Sempre più comuni stanno adottando il sistema delle monete locali, riportando in vita una tradizione che fonda le proprie radici nell’antichità e che anche in passato è servita a far fronte alle mancanze statali (basti pensare ai “miniassegni” emessi dal Banco San Paolo di Torino nel 1975 per far fronte alle piccole spese giornaliere in un periodo in cui c’era pecunia di denaro di piccolo taglio).

Jamu, dunque, Mimmo! Riace continua a essere la bussola che guida questo cammino e il fuoco che anima chi, stringendo i denti, continua a seguirne buon esempio. Passo dopo passo, sfida dopo sfida, sarà, forse, possibile costruire davvero un mondo più sano.

Del resto, come sosteneva Giuseppe Valarioti (un altro grande calabrese, caduto nella lotta alla ‘ndrangheta e raffigurato su una delle monete comunali): “Se non lo facciamo noi, chi deve farlo?”

Gaia Barillà
Author

Calabrese di origine (anche se nessuno sembra capirlo), studio filosofia nella città pendente. Tra le mie numerose passioni si annoverano la scrittura, l'improvvisazione teatrale, la proiezione di film improbabili, la lettura di roba illustrata, il binge-watching e il caffè, che mi permette di conciliare tutte queste attività senza impazzire (o quasi).

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