Illustrazione di Samuele Recchia

 

Il Windmill di Amsterdam è il più importante torneo di Ultimate Frisbee in Europa.

Richiama giocatori da tutto il mondo, che si presentano per competere in una delle tre divisioni (maschile, femminile o mista) con le loro squadre o in “pick-up” (squadre composte da giocatori che non si allenano abitualmente insieme ma che si accordano per partecipare all’evento).

L’Ultimate nasce in America negli anni ’70, nei parcheggi della Columbia, grazie ad alcuni ragazzi che probabilmente durante una comune sessione di lanci di frisbee in notturna, e probabilmente non troppo lucidi si rendono conto che la situazione avrebbe potuto essere dinamicizzata un po’, e si inventano a tavolino (o forse in piedi) le regole di un nuovo vero e proprio sport di squadra.

Oggi l’Ultimate ufficiale si gioca sette contro sette in un campo che presenta le stesse dimensioni di un campo da calcio. Alle estremità ci sono delle aree di meta in cui segnare come nel rugby. C’è il piede perno e non si può avanzare con il disco in mano come nel basket, e per segnare un punto occorre semplicemente riuscire a passare il disco ad un compagno che si trova in meta senza perderne il possesso.

Molto più complesso a dirsi che a farsi.

Il frisbee non viene passato necessariamente solo all’indietro, (niente granchi), e teoricamente non è ammesso contatto fisico; e quando il disco cade per terra viene raccolto da un giocatore della squadra avversaria che cerca di fare meta in direzione opposta.
Interessante è la questione dell’arbitraggio, nonchè l’aspetto che rende l’Ultimate uno sport veramente estremo a livello di mantenimento della propria salubrità mentale.
Il gioco non contempla infatti la presenza dell’arbitro “Maat egizia” che gestisce la verità e l’ordine cosmico in campo , ma sono l’autocontrollo e l’attitudine positiva dei giocatori stessi, uniti con il rispetto verso l’avversario, a (teoricamente) garantire l’armonia.
Quando vengono commesse delle infrazioni, dei falli o altri tipi di episodi che comportano l’interruzione del gioco e necessitano di una conseguente risoluzione, è compito dei coinvolti segnalarli e raggiungere una risoluzione.
Un giocatore può “fare una chiamata” e l’avversario deve stabilire ragionevolmente se accettarla o contestarla. Si chiama “etica del fair-play” e viene ritenuta così fondamentale che, al di là del risultato, le squadre a fine partita votano vicendevolmente uno “spirito di gioco”, avente come parametri di valutazione l’attitudine sportiva dell’altra squadra , l’autocontrollo, la conoscenza delle regole, la fisicità nel gioco, la fallosità e la capacità di comunicare e interagire con gli avversari.
Nella pratica ciò si traduce abitualmente in una considerevole dose di tensione aggiuntiva, condita da un pizzico di finto moralismo, perchè in qualsiasi momento di alta competizione l’oggettività dei giocatori è normale che sfumi, (non per malafede ma per santo e spontaneo agonismo).
Ad ogni modo questo sport, proprio per la sua linea politicamente corretta, continua a prendere largamente piede nelle scuole, dove attinge dal bacino degli “stanchi/rifiutati” dagli sport tradizionali, e dai “curiosi”, attratti dalla dimensione di squadra, dalla differenziazione delle competenze richieste a livello fisico, e dall’outdoor.

Perchè nell’Ultimate devi essere psicologicamente preparato a giocare all’aria aperta, con la neve così come sulla sabbia (avendo solitamente in dotazione campi che hanno visto l’erba solo molti e molti anni fa), oppure con cinquecento nodi di vento, cosa che accade  nella maggior parte dei tornei nel Nord Europa, dove la disciplina è più praticata nonostante le condizioni climatiche cerchino di indicare che non è cosa buona e giusta.

Nel corso degli anni l’Ultimate sta rapidamente compiendo il duro percorso degli sport minori per essere riconosciuto e così ottenere un posticino tra le federazioni colosso ai giochi olimpici.

Ad Amsterdam vi partecipano le migliori squadre del continente (a tutti gli effetti agonistiche) e nonostante questo è incredibile come venga ancora qui mantenuta ed enfatizzata la dimensione ludica e hippy che contraddistingue storicamente lo sport, in perfetta compatibilità con le verdi e speziate vocazioni del luogo.
I giocatori alloggiano per i tre giorni dell’evento nelle proprie tendine a bordo campo, c’è un contributo spese per chi riesce ad arrivare al posto sfruttando sistemi di trasporto poco inquinanti, il simbolo del torneo è un piccolo elefante colorato Herbie, e la struttura di accoglienza principale è un tendone da circo dentro cui la sera gruppi sperimentali fanno performance per dare libero sfogo ad ogni e qualsivoglia discutibile gusto musicale. La mattina vengono organizzate per i giocatori sessioni di yoga ad accesso libero e i pasti vengono serviti da camioncini colorati con grafiche psichedeliche.

Non resta che immaginare cosa venga regalato come gadget e souvenir dell’evento ai giocatori.

Appuntamento al 10-14 giugno 2018

INFO

 

Micol Gelsi
Author

Dice, si contraddice, poi si giustifica dicendo che contiene moltitudine. Non credetele.

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