Illustrazioni di Armando Genco

Papaver somniferum è il nome scientifico per il papavero da oppio. L’oppio non è altro che il succo di questa pianta, ottenuto tramite l’incisione delle sue capsule immature che rilasciano una specie di liquido, simile a lattice essiccato. Sumeri, egizi, greci e latini, tutti si divertivano già con questa sostanza, utilizzata sia per scopi medici contro cefalee, epilessia e problemi di vista, che per scopi molto meno scientifici, tanto da denominare il papavero “pianta della gioia”. La svolta avvenne nel 1800 con Friedrich Wilhelm Adam Serturner, medico e farmacista tedesco che riuscì ad isolare dall’oppio quello che è considerato il primo principio attivo estratto da un vegetale: il principium somniferum, meglio conosciuto come morfina. Era nato un potentissimo analgesico per la cura del dolore associato soprattutto ai tumori, all’infarto del miocardio e per il trattamento del dolore post-operatorio. La sua assunzione prolungata porta a uno stato di totale dipendenza, con ripercussioni molto serie sul fisico e la psiche. A causa della sua potente azione sui centri di respirazione, in caso di sovradosaggio possono insorgere gravi depressioni circolatorie e respiratorie che portano ad una riduzione dello stato di coscienza, arresto respiratorio, coma e, infine, alla morte. Il confine che questa sostanza segna fra vita e morte, sollievo e dolore, è labile. Profondo e labile allo stesso tempo. Di conseguenza quantità, modalità e frequenza della somministrazione di morfina devono essere attentamente seguite da un medico. È lui il guardiano alla porta di questa strana bestia, ed è naturalmente l’unico del quale ci possiamo fidare.

Come Annie Wilkes di Misery insegna, i serial killer si possono trovare anche fra le mura degli ospedali, fra coloro che dovrebbero prendersi cura di noi, dei nostri famigliari e, in generale, di coloro che sono talmente tanto ammalati e impossibilitati da non poter provvedere a sé stessi. Possono indossare il camice bianco di medici ed infermieri. E chi meglio di loro si trova quotidianamente e direttamente a decidere delle sorti della salute di una persona. Sarà capitato di sentire appellare un dottore come “angelo”, spesso da persone guarite da un male molto grave o dai famigliari di queste persone. Proprio perché la figura del medico si trova in una posizione peculiare che ha a che fare sia con la vita che con la morte degli esseri umani, essa assume un carattere quasi “sovrannaturale”, di religiosa reverenza e rispetto. Non è assolutamente un caso, quindi, che questa caratteristica possa fare presa su soggetti disturbati da determinate psicopatologie, che trovano gratificante mettere fine alla vita di persone già di per sé malate o totalmente indifese, specialmente bambini ed anziani. La criminologia li chiama angeli della morte, o angeli della misericordia. Le motivazioni del gesto criminale possono essere varie ma rientrano fondamentalmente in tre categorie. La prima: credendo di aiutare il malato, l’assassino decide di mettere fine alle sue (reali o ipotetiche, questo per lui è indifferente) sofferenze, come fece ad esempio Jane Toppan, infermiera americana che ammise anche di essere stata sessualmente eccitata dalla morte dei pazienti con i quali giaceva nel loro letto dopo averli iniettato un mix letale di farmaci. La seconda: in modo da apparire agli occhi dei famigliari come loro eroe e salvatore, l’assassino può mettere volontariamente in pericolo la vita del malato e cercare quindi di salvarlo in un secondo momento, tentando ad esempio la rianimazione nonostante la persona sia ormai deceduta, come dimostra il caso esemplare di Richard Angelo, infermiere condannato nel 1989 a cinquant’anni di carcere per aver procurato la morte di otto persone e averne avvelenate altre ventisei. Infine la terza, la motivazione più semplice e allo stesso tempo più tremenda: nascondendosi dietro l’aspetto rassicurante del medico, soddisfare le proprie pulsioni omicide con la soppressione della vita altrui ribadendo così la propria forza. In parole povere, sentirsi un dio.


È il caso, questo, di Harold Frederick Shipman. Toglietevi dalla testa soggetti esistenti o inventati, che siano dottori cannibali alla Hannibal Lecter, esaltati in preda alle loro visioni alla Charles Manson o gente in fissa col travestitismo e con un pessimo gusto per l’arredamento alla Ed Gein. A vederlo dall’esterno, Shipman, nato nel 1946 a Nottingham, è il prototipo del classico dottore tutto concentrato sul proprio lavoro. Non potreste non immaginarlo se non con un camice bianco mentre si aggira fra le corsie del suo ospedale, con una classica barba bianca alla Babbo Natale a contornargli buona parte del viso, occhi piccoli dietro a degli occhialetti a montatura leggera, una classica pancetta che mette a dura prova la camicia, alto ma non troppo imponente e la classica andatura un po’ impacciata e orsina. Tutto sembra essere “classico” in quest’uomo, tutto sembra comune, ordinario, medio. Un dottore come tanti, laureatosi in medicina all’università di Leeds, stimato e rispettato per le sue capacità, padre di famiglia della middle-class inglese con quattro figli e una moglie devota. Un po’ burbero a volte, ma che tutto sommato piaceva alle due comunità del Todmorden e del Lancashire in cui si era inserito. Peccato però che Shipman, è oggi considerato come uno dei più prolifici (se non proprio il più prolifico) serial killer della storia, avendo ucciso per venticinque anni i suoi pazienti al ritmo di circa uno al mese. L’unico metodo da lui usato è sempre stato lo stesso: dosi letali di morfina. Dal 1975 al 1998, anno della sua incarcerazione, il Dr. Morte, come è stato in seguito denominato, si recava a casa dei suoi pazienti che erano principalmente donne anziane che vivevano sole. Iniettava loro una dose letale di morfina e le osservava morire, tranquillamente seduto. Alzava il riscaldamento al massimo per ritardare il processo di raffreddamento dei corpi dovuto al decesso e il giorno dopo, quando l’anziana veniva scoperta, compilava un certificato di morte, stimando l’ora del decesso con considerevole ritardo rispetto alla sua visita precedente e attribuendo la causa della morte semplicemente alla vecchiaia o ad un’insufficienza cardiaca. Fattore fondamentale: non prescriveva nessun esame post mortem visto che lui stesso era il medico del defunto, affermando che lo aveva visitato di recente. L’inchiesta su Shipman, oltre all’identificazione di tutte le vittime, possibili ed accertate, si è posta anche due altre domande: perché usare proprio la morfina? E quali sono state le motivazioni che hanno spinto il medico inglese ad uccidere con tanta meticolosità? Alla prima domanda gli psicologi affermano che una possibile risposta andrebbe ricercata in tutte quelle volte che, da bambino, osservava la madre trovare un po’ di pace sprofondando nell’oblio della morfina, iniettata per alleviarle il dolore causato dal cancro ai polmoni. Harold aveva appena diciassette anni quando la donna morì, nel 1963. Alla seconda domanda è più difficile rispondere, innanzitutto perché Shipman ha mentito sempre sulle sue reali motivazioni sino al giorno della sua morte nel 2004, impiccandosi alla finestra della sua cella. Non ha mai ucciso per soldi, tranne in un caso, quello dell’ottantunenne Kathleen Grundy, in cui il medico inglese arrivò a falsificare il testamento dell’anziana per ottenere le sue proprietà immobiliari dopo averla assassinata. Fu la sua ultima vittima.

Venne tradito da una sua stessa impronta digitale sul testamento, redatto fra l’altro con la macchina da scrivere che aveva nello studio. Proprio questo episodio di ordinaria e comune avidità dimostra il tipico carattere megalomane dei serial killer. Man mano che le loro vittime aumentano, aumenta anche la sicurezza nei propri mezzi e nel proprio modus operandi, portando ad un atteggiamento superficiale e a trascurare particolari che, in un secondo momento, si riveleranno decisivi per la loro cattura. Se non fosse stato per la sua radicata convinzione di poter decidere deliberatamente di uccidere chi voleva, costata la vita a 210 persone (alle quali vanno aggiunte altre probabili 40), Shipman sarebbe stato uomo qualsiasi affetto da una comune, ordinaria, classica arroganza.

Harold Shipman rimarrà per sempre un assassino che soffriva della più comune, ordinaria e classica delle umane caratteristiche: sentirsi talmente al di sopra degli altri da credere di poter impersonare il ruolo di Dio, per sempre.

Carlo Cantisani
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Avete presente un buco nero? Ecco, na cosa del genere, però più piccolo, a forma di essere umano, con due gambe, due braccia, mani, occhi, orecchie, occhiali e (pochi) capelli. Ogni offerta in cibo è benvenuta. Sacrifici umani a vostra discrezione. Poi se c'è pure della musica va bene uguale.

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