Illustrazione di Eleonora Simeoni

L’agricoltura.

È qui che si consuma l’ultimo atto della ribellione postmoderna che ha investito le ultime generazioni. Il settore primario, caduto nel dimenticatoio, diventa ora terreno fertile per chi ha voglia di darsi da fare. I giovani italiani tornano ai campi e potremmo citare perfino Quasimodo. Gli under 35 che hanno scelto di diventare agricoltori sono aumentati del 12 per cento. Non stiamo parlando di spiccioli, e se la Coldiretti in persona si preoccupa di stilare statistiche a riguardo, evidentemente il fenomeno è in crescita, ed è reale. Più che reale. Giovani, laureati, hi-tech. Dal mix di questi elementi nasce l’agricoltura 3.0, perché evidentemente il 2.0 ormai non bastava più. Dai numeri raccolti nelle analisi di questi ultimi tre anni non poteva non nascere un’indagine. La maggior parte di questi neo imprenditori non è solamente dotata di un invidiabile spirito di iniziativa ma anche di un incredibile coraggio. Si tratta di agricoltori di prima generazione, senza nessuna attività familiare alle spalle e che quindi si trova di fronte a delle enormi difficoltà di chi comincia qualcosa da zero. In loro soccorso però ecco il magico Graal di Internet, e i vantaggi del 3.0, maestro di vita e di virtù. Come diventare perfetti contadini? WikiHow, santa protettrice degli imprenditori dubbiosi, chiarisce subito.
In primis è importante avere i vestiti adatti. “Se sei ancora un contadino principiante, è probabile che dovrai fare molti lavori che richiedono impegno fisico, quindi l’ideale è mettere una maglietta, dei jeans e stivali da lavoro, meglio ancora se quelli antinfortunistici con la punta in acciaio”. Un’ottima alternativa alla maglietta può essere l’intramontabile camicia a quadri. Fioccano nell’etere gli articoli su quanti hanno cambiato in meglio la loro vita trasferendosi in campagna e aprendo un’azienda propria, il passaparola è stato il vettore fondamentale. Assistiamo dunque a questo esodo fuori dalle città, dove centinaia di giovani hanno organizzato luoghi dove vivere coltivando e mettendo tutto in comunione.

Filosofi, agronomi, informatici e artisti di ogni genere convivono nella pace della campagna mettendo a frutto i loro anni di studio in un modo impensabile fino a pochi anni fa. La ragione sociale di questi gruppi non risiede tanto nel cosa coltivare, si varia dal pomodoro al grano, al mais, passando per l’evergreen sua maestà la melanzana senza mai dimenticare la quinoa, le bacche inca, gli anacardi, il sorgo, l’amaranto e il bergamotto. Questi sono, come si intuisce, quesiti materialistici che nulla hanno a che fare con la professione dell’agricoltore new generation. Sei rilassato? Benissimo, continua così fratello. D’altra parte cosa chiedere ancora a questi giovani oltre l’indubbio merito di aver riportato in auge un lavoro ormai snobbato?

L’originalità è il loro principale merito.

Ma siamo veramente sicuri di questa originalità?

Per rispondere, dobbiamo spostare adesso la nostra analisi circa centro kilometri a nord di Milano, nella ridente cittadina di Domodossola. Città-stato edificata nel 1989, in concomitanza con la caduta del muro di Berlino, da un certo Sir Mike Bongiorno. Questa città, nonché tutta la zona che le fa da contorno, la Val d’Ossola, vive un fenomeno identico, meno pubblicizzato e che esiste da ben più di qualche anno. Chi parte ritorna e in generale molti non partono neanche. Il legame con il territorio è fortissimo e va a confluire nell’economia del luogo che si dedica infatti prevalentemente al settore primario. Un ritorno alla montagna, ai pascoli ancestrali e alla coltivazione vecchia maniera. Serve latte? Qui lo fanno da svariati secoli, ed è pure bio. Senza dire nulla a nessuno, cosa strana di questi tempi, i ragazzi della zona portano avanti la loro piccola azienda occupandosi degli animali. Si portano negli alpeggi ad alta quota fino al cambio di stagione, quando si torna a valle per raccogliere I frutti del duro lavoro. Tuttavia l’anonimato è il prezzo da pagare quando realizzi prodotti dai nomi meno esotici di “bulgar” o “seitan”. Sempre restando nell’ambito della piccola impresa, è molto comune trovare nei piccoli borghi attorno Domodossola, dove il campanilismo è crescente, ragazzi che sistemano baite, cascine o che vanno a tagliare legna senza bisogno di instagrammarlo con tanto di hashtag #workhard. Il discorso è semplice e razionale. Sfruttare la ricchezza del proprio territorio fondendola con l’esperienza maturata nei decenni. Si realizzano così prodotti di qualità che consentono ai ragazzi di non doversi spostare nella grande città, odiata un po’ da tutti gli abitanti del 2.0 ormai. Bisogna dire però che l’originalità è un concetto sottile. In montagna, lontano dalla fibra internet ultraveloce che copre il sottosuolo della pianura padana, le notizie stagnano, le tradizioni si succedono in silenzio, gli stereotipi rimangono isolati. In questo modo coesistono in Italia, senza sapere della reciproca esistenza, vecchia scuola e modernità, con la differenza che dei primi non si occupa nessuno, tantomeno Coldiretti. Non ci sono sondaggi, non ci sono schemi o diagrammi che indicano il flusso crescente di braccia prestate all’agricoltura o l’incremento di guadagni o l’aumento esponenziale delle zappe vendute negli ultimi anni.

Ci sono ragazzi che lavorano, senza badare troppo al look consigliato su internet o al rispetto del ciclo lunare favorevole di cui tanto parlano gli sciamani della Zambia occidentale.

Gioacchino Fiorentino
Author

Siciliano emigrato a Bologna. Volevo ritirarmi in terza media, sono arrivato fino alla Laurea in Lettere. Scrivo di tutto ciò che vedo nonostante una incurabile pigrizia. Un po' principe, un po' pirata ma prima di tutto metereopatico.

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