Illustrazione di Andrea Pizzo

 

Con digital poetry si intende quella branca della letteratura elettronica che mira alla creazione di poesie tramite svariate metodologie computerizzate. Una di essa, la più antica, consiste nella creazione di testi poetici tramite algoritmi eseguiti da un computer che, a patto di ricevere determinati input e un’adeguata programmazione, si trasforma quindi nel “poeta” della situazione.
In questo senso, il primo caso di computer poetry lo possiamo far risalire al 1952, quando Christopher Strachey, scienziato britannico presso la Manchester University, volle testare le capacità del computer Mark One. Forse un po’ per noia, forse perché in attesa di essere trasferito altrove, forse perché doveva comunque guadagnarsi lo stipendio (e no, giocare a basket sul luogo di lavoro con pallette di carte e cestini dei rifiuti come canestri non è un buon modo per farlo), Strachey programmò un software allora abbastanza inusuale. Prendendo circa una settantina di vocaboli “romantici” dal Thesaurus of English words and phrases di Peter Mark Roget e inserendoli nella macchina, il Mark “Baby” One (don’t ask) divenne in grado di comporre brevi poesie rivolte ad un’ipotetica e altrettanto ignota amata (probabilmente quella macchinetta del caffè dalle forme mediterranee in fondo alla sala, ma gli storici sono ancora divisi sulla questione).
Allo stesso modo in cui il vostro coinquilino si ostina a tenere quell’orribile calamita comprata ad Amsterdam attaccata al frigo, Strachey e il suo team stamparono i migliori versi generati dal computer e li affissero su una bacheca, non senza una punta di orgoglio.

 

Eccone un esempio:

DARLING HONEY

MY WISH CHERISHES YOUR LUST. MY FERVENT FERVOUR FERVENTLY LONGS FOR YOUR AMBITION. MY SYMPATHY CHERISHES YOUR DARLING HEART. MY PASSIONATE SYMPATHY TEMPTS YOUR HUNGER. YOU ARE MY ANXIOUS ENCHANTMENT.

YOURS ARDENTLY

M. U. C.

Lo sentite il fuoco della passione? Io sento solo una gran voglia di far battute su Fabio Volo, ma mi tratterrò (spoiler: il computer vince). Resta il fatto che, per i tempi, quello di Strachey fu un esperimento assolutamente fuori dall’ordinario, dal momento che si occupava di un’elaborazione testuale e non-numerica. Ma per quanto fossero già presenti molte delle intuizioni alla base della prima computer poetry (e dell’Intelligenza Artificiale in generale), lo schema sintattico alla base del programma restava molto rudimentale, e venne riassunto dallo stesso Strachey così:

YOU ARE MY [aggettivo] [nome].
MY [aggettivo] [sostantivo] [avverbio], [verbo]
YOUR [aggettivo] [nome].

Una visione molto cinica, secondo l’artista e teorico David Link, che ridurrebbe consapevolmente l’amore ad un insieme di passaggi meccanici, un processo combinatorio con diversi elementi ricorrenti. Tipo l’essere perennemente senza soldi quando si è impegnati.

E’ più significativo il caso di Theo Lutz, matematico e programmatore tedesco che con il suo lavoro divenne un vero e proprio pioniere di questo campo di ricerca. Nel 1959 Lutz creò dei testi stocastici programmando un computer Zuse Z22, e questo viene generalmente considerato il primo esempio di poesia elettronica vera e propria. Il programma di Lutz generava coppie di frasi, ognuna della lunghezza di una linea, e che si susseguivano in una sequenza infinita, prendendo casualmente le parole da un repertorio pre-selezionato del Das Schloss (Il castello) di Franz Kafka. Ciò che rende particolarmente importanti le ricerche di Lutz è l’essere stato tra i primi a porre il problema del “significato” delle parole e delle relazioni che intercorrono tra di esse nella stesura di frasi dal senso compiuto, ovvero l’aver posto l’accento sul contesto e… meglio chiuderla qua. Ci sarebbe tanto altro da dire, ma sarebbero solo un insieme di paroloni tecnici che la maggior parte di voi (e per buona parte io) non capirebbero. Limitiamoci a immaginare quanto sarebbe stato bello se Lutz invece del Das Schloss avesse usato come testo di riferimento il Mein Kampf, e tutte le esilaranti combinazioni che ne sarebbero potute uscire.

Altro episodio, stavolta del tutto italiano (per una volta), si svolse nel 1961 ad opera di Nanni Balsterini. Soprannominato Tape Mark I, esso era un esperimento poetico realizzato sfruttando le possibilità combinatorie dell’elaboratore IBM 7070 installato presso la sede centrale della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Una serie di sintagmi, presi dal Diario di Hiroshima di Michihito Hachiya, Il mistero dell’ascensore di Paul Goodwin e il Tao te king di Lao Tse, venivano montati in successione, fino a formare sequenze di versi che seguivano semplici regole algoritmiche. Questo garantiva alla macchina di creare composizioni di una certa originalità, differenziate e dotate di “senso”. Ma lo scopo dichiarato di Balestrini non era quello di imitare i processi umani, come le altre “prove sul linguaggio svolte nell’ambito della cibernetica” che già da qualche anno si stavano imponendo in Italia, quanto piuttosto sfruttare le capacità del calcolatore per risolvere con estrema rapidità alcune complesse operazioni inerenti la tecnica poetica. Balestrini elencava le tappe principali della storia dell’arte combinatoria in letteratura, citando (tra gli altri) Mallarmé, Ungaretti e Joyce, “legittimando” e riconducendo così il proprio esperimento all’interno di una tradizione storica prestigiosa. Non era importante la macchina, ma i risultati portati a compimento tramite essa, che in questo caso si limitava ad essere semplice strumento di un’operazione del tutto concepita da mente umana. Detta così, sembra una cosa abbastanza inequivocabile. E infatti già sulle pagine dell’Espresso del 10 dicembre 1961 era possibile trovare un articolo intitolato Bompiani ordina poesie a macchina, con un occhiello che affermava “Il cervello elettronico entra nella storia della letteratura”. Se i meme non fossero ridotti a battute avvilenti su patologie che si crede di avere (ma che in realtà non si hanno), si potrebbe dire che quello con Balestrini fu un facepalm niente male.

Oggi la computer poetry è un vero e proprio campo di ricerca scientifica evolutosi anche in altre forme che comprendono ipertesti, testi interattivi e, in genere, qualunque tipo di lavoro artistico-narrativo che esula dalla carta stampata e può fare uso delle qualità specifiche dei prodotti tecnologici, come suoni, animazioni e qualunque altra cosa vi possa venire in mente.

Ma questa, come dice il protagonista di quel cartone animato con la sigla lugubre, è un’altra storia.

 

Marco Messina
Author

A dispetto del cognome, Marco Messina nasce a Marsala in un torrido agosto del 1986. Si è laureato summa cum laude a Pisa in Filosofia e forme del sapere, con una tesi avente come oggetto i primi 50 anni dell’intelligenza artificiale, da sempre sua grande passione. Attualmente lavora come insegnante d’italiano presso un centro di accoglienza straordinaria per immigrati. Sogna di possedere una jet pack tutto suo e 12 gatti.

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