Illustrazione di Eleonora Simeoni

Nella sua trasposizione cinematografica più famosa (quella del 1939, se ci fosse bisogno di specificarlo), Il mago di Oz di Victor Fleming ricorreva alla procedura del Technicolor per rimarcare il passaggio tra due realtà esistenziali profondamente antitetiche.

Lo stesso Frank Baum, autore del romanzo originale, enfatizzava il forte valore simbolico di determinati elementi ricorrendo ad accurate descrizioni cromatiche. Il Kansas e la fattoria in cui vive Dorothy, contraddistinti dalla monotona routine di un’esistenza vuota e senza sbocchi, trovavano nella poca espressività del grigio la loro colorazione naturale. Il regno di Oz, a metà tra l’onirico e la fantasia, era di contro un’esplosione di vita e stranezze, immortalate con sfumature sgargianti e fortemente associative. Quel che Fleming ignorava è che forse la sua intuizione si è rivelata molto più di una semplice scelta stilistica azzeccata.

Si potrebbe infatti dire che il mondo si divide in due categorie di persone, tra le tante ormai elencate e dibattute durante la storia dell’uomo. Quelli che per la carbonara preferisco il guanciale e i subumani che usano impunemente la pancetta, per fare un esempio. O, nel caso specifico, quelli i cui sogni sono a colori, in contrapposizione ad altri che si limitano al bianco e nero.

E ciò che a prima vista può sembrare l’attributo accidentale di un’attività così profondamente personale, potrebbe avere come causa comune e trasversale l’oggetto della nostra percezione più insospettabile. A sostenere questa tesi è Eva Murzyn, studentessa di psicologia presso la Dundee University che, nel 2008, pubblicò un articolo dal titolo Do we only dream in colour? A comparison of reported dream colour in younger and older adults with different experiences of black and white media. L’ipotesi li esposta era estremamente suggestiva. Prendendo come campione circa 60 soggetti equamente divisi in under 25 e over 55, la Murzyn chiese loro di rispondere a delle semplici domande circa il colore dei loro sogni, e quanto fossero stati esposti a film e televisione durante l’infanzia e l’adolescenza.
Fu un dato molto particolare a muovere Eva verso questa strana associazione. La maggior parte degli studi condotti fino alla fine degli anni Cinquanta riportava una netta prevalenza di sogni in bianco e nero, nei resoconti dei soggetti osservati, mentre quelli successi contenevano una significativa quantità di colore (circa l’83%). Coincidenza vuole che fu proprio negli anni Sessanta che il Technicolor iniziò ad essere usato in maniera invasiva e costante nelle produzioni cinematografiche e televisive.

Per quanto possa sembrare assurdo, il collegamento tra questi due fatti apparentemente separati potrebbe non essere del tutto campato in aria. Esiste infatti un periodo critico nell’esistenza di un uomo, all’incirca durante il primo ventennio e soprattutto tra i 3 e 10 anni di vita (ovvero quando “impariamo” a sognare), in cui si è particolarmente sensibili ai fenomeni esterni, i quali vengono elaborati tramite processi psichici non ancora completamente cementati.
La ricercatrice osservò che solo il 4,4% degli under 25 sognava in bianco e nero, e una percentuale quasi altrettanto bassa (7,3%) venne riportata tra gli over 55 che avevano avuto modo di vedere film e trasmissioni televisive a colori durante l’infanzia. La percentuale saliva nettamente tra gli over 55 che avevano avuto accesso a produzioni mediatiche esclusivamente in bianco e nero, i quali ammisero di sognare in bianco e nero almeno una volta su quattro.

Le conclusioni?

I più anziani sognano più spesso in bianco e nero, i giovani a colori, mentre soggetti di mezza età propendevano per il technicolor, cioè per dei colori più saturi.

Nonostante la Murzyn abbia cercato di adottare una metodologia di ricerca quanto più scientifica possibile, per sua stessa ammissione non era possibile aggirare alcuni problemi epistemologici che questo genere di studi necessariamente comporta. Una delle difficoltà risiedeva nella differente metodologia usata nell’osservazione dei sogni prima e dopo lo spartiacque degli anni Sessanta. Ai soggetti osservati veniva in genere chiesto di redigere un diario giornaliero in cui trascrivere i propri sogni, ma a cambiare era il “quando”, ovvero se appena svegli (durante i primi studi), o a giornata già inoltrata (dopo gli anni Sessanta). Io prima della terza sigaretta non riesco nemmeno ad allacciarmi le scarpe, figuriamoci redigere un diario. Ma non divaghiamo.
La Murzyn cercò di implementare entrambi i procedimenti, giungendo alla conclusione che sia i resoconti mattutini che le risposte alle domande da lei stessa elaborate e poste ai soggetti a giornata ormai inoltrata non si contraddicevano particolarmente, convalidando gli studi condotti fino a quel momento. Ma se il metodo seguiva una logica abbastanza rigorosa, i problemi giungevano, come quasi sempre in questi casi, quando si passava alla confutazione empirica. Non vi era (e non vi è tuttora) una procedura per analizzare oggettivamente i sogni, se non fidandosi della narrazione di chi li ha vissuti. Narrazione che potrebbe rivelarsi del tutto inattendibile. Del resto era ed è altrettanto impossibile dimostrare, a livello neurologico, come i media influenzino il processo di “ricostruzione” dei sogni nella memoria una volta svegli.

E da qui il problema. Studi del genere si concentrano davvero sui sogni? O sarebbe più corretto dire che ad essere studiato è il modo in cui la mente cerca di ricordare la narrazione onirica, magari pilotandola e alterandola?

Tutto ruota intorno alle interconnessioni tra memoria e inconscio. Buona parte della psicologia da metà Novecento in poi hanno continuamente ribadito che la quasi totalità della nostra vita psichica avviene a livello inconscio. E confermando un’intuizione di Freud, oggi molti tendono ad identificare nella memoria il luogo stesso dell’inconscio.

Le neuroscienze sono ormai in grado di individuare quelle strutture corticali e sottocorticali indispensabili per la memoria, e questa maggiore consapevolezza potrebbe portare anche a una migliore comprensione circa la formazione dei sogni e sul loro contenuto effettivo. Sarebbe troppo lungo (oltre che fuori luogo) illustrare i risultati di queste ricerche, e le teorie che ne sono seguite. Si tratta di elaborazioni ancora in divenire che riguardano tre variabili (memoria, inconscio, e le relazioni che intercorrono tra essi) di cui si conosce ancora troppo poco. In particolare, la variabile più problematica sembra essere proprio la memoria, strumento capace di compiere opere grandiose, ma anche estremamente inaffidabile e inafferrabile. E di ciò ne era consapevole la stessa Murzyn, per sua stessa ammissione.

Vediamo il lato poetico della cosa. Forse non fu la sola Dorothy a trascendere i confini del mondo. Intere generazioni, insieme a lei e dall’altra parte dello schermo, sono state trasportate dall’uragano verso un regno magico fatto di simboli e tonalità accese, dove anche l’impossibile è possibile. E continuano a farlo, ogni sera, ogni notte, e quasi sempre a colori. In fondo, uno dei primi nomi con cui venne soprannominata la tv non era proprio scatola dei sogni?

Marco Messina
Author

A dispetto del cognome, Marco Messina nasce a Marsala in un torrido agosto del 1986. Si è laureato summa cum laude a Pisa in Filosofia e forme del sapere, con una tesi avente come oggetto i primi 50 anni dell’intelligenza artificiale, da sempre sua grande passione. Attualmente lavora come insegnante d’italiano presso un centro di accoglienza straordinaria per immigrati. Sogna di possedere una jet pack tutto suo e 12 gatti.

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