Illustrazione di Andrea Pizzo

Che condividiate canzoni de I Cani, quadri di Frida Kahlo o toccanti performance di Marina Abramović con il suo ex compagno, poco importa. Nemmeno seguire le dirette delle conferenze stampa della Nasa vi salverà.

I supremi giudici anti-mainstream analizzeranno accuratamente le vostre mosse e i vostri post, di qualsiasi genere essi siano. La macchina umana degli addetti alla prevenzione dell’espansione della piaga del mainstream non conosce orari. I loro strumenti tecnologici sono costantemente sincronizzati con le bacheche di ogni piattaforma social, con annesse impostazioni di notifica che li svegliano anche nel cuore della notte per consentirgli di condividere con il mondo le loro minuziose osservazioni. I maggiori esponenti delle università di tutto il mondo, hanno deciso di unire le loro forze per fondare una branca specialistica della psichiatria che si occupi di tutti coloro che soffrono del Disturbo Post-Traumatico da Stress, reduci dal giudizio degli eletti, gli unici che posseggono le facoltà intellettuali necessarie per formularne uno. Il complesso di inferiorità che instillano gli arbitri supremi grava sul nostro equilibrio psico-emozionale come una spada di Damocle in versione nuvola di Fantozzi.

Il termine Mainstream nasce intorno agli anni Cinquanta nel mondo della musica, del jazz per l’esattezza. Come in balia di un interminabile telefono senza fili, questa parola arriva a noi con un altro significato, pur mantenendo invariate le sue origini. Corrente principale è la traduzione letterale, beneficiare di un seguito di massa la descrizione che firma la sua condanna. Si narra che se si pronuncia mainstream per tre volte consecutive davanti a uno specchio si materializzino un paio di Hogan e delle mutande D&G.

Riferendoci nello specifico alle piattaforme social, l’angoscia causata dal mainstream sta agli accaniti sostenitori dell’originalità come il fair play a Erode il Grande. A proposito di grande, ricordate: The Big Brother is watching you, e per BB si intende la massa, perché è di comunicazione di massa che stiamo parlando, a patto che non abbiate profili Facebook, Instagram, Twitter e chi sa cos’altro, lucchettati, con le impostazioni della privacy attivate in modalità CIA, con unici “amici” o seguaci vostra madre e il vostro prozio. Esclusa quest’evenienza, comunicazione è trasmissione, e per trasmettere qualcosa il presupposto fondamentale è che il destinatario sia disposto ad accogliere quel qualcosa. Dato ciò per scontato, il gioco può avere inizio. Abbiamo a disposizione una lavagna virtuale e una tastiera per metterci, e mettere alla prova. Il ventunesimo secolo è la cornice che abbraccia la pluralità di colori e sfaccettature della società della conoscenza, culla della cultura e della creatività. Nella suddetta pseudo corporazione della conoscenza il bene primario ha compiuto una virata allontanandosi dai beni materiali, propendendo per quelli immateriali, nello specifico il sapere, in ogni sua sfumatura. In un ipotetico, spaventoso futuro distopico, immagino due fazioni contrapposte. La prima è armata di fotografie in cui si ostenta il lusso (rigorosamente associate all’abbreviazione ‘ph’ seguita dal nome di colui che le ha scattate), accompagnate da frasi a effetto il cui collegamento con l’immagine postata rimarrà per sempre ignoto. La seconda è invece munita di una ricerca spasmodica dell’inesplorato, del “mai condiviso”. Un po’ come per le mode, “io indossavo le Dr. Martens prima che andassero di moda”, la stessa cosa vale per il regime agghiacciante del minaccioso mainstream. “Condividevo frasi di De André prima che tutti parlassero di fiori e letame”.

Il filosofo, sociologo, critico letterario e professore canadese Marshall McLuhan conosciuto principalmente per, no, per niente, nel 1964 affermò.

“Non è a livello delle idee e dei concetti che la tecnologia produce i suoi effetti. Sono piuttosto i rapporti tra i sensi e i modelli di percezione a essere modificati da essa a poco a poco senza incontrare la minima resistenza”.

Ciò significa che la natura del contenuto muta la percezione del concetto che si vuole comunicare. Ma nella psichedelica centrifuga di argomenti del Web, che importa se si tratti di un video, uno status, un’immagine? Se il contatore delle condivisioni segna una cifra compresa tra lo zero e il sette, via libera. Superate le sette condivisioni rassegnatevi. Passare da ‘paladini dell’originalità’ a ‘seguaci della massa’ è un attimo. In questo modo si escludono automaticamente il novantanove virgola nove periodico dei contenuti multimediali reperibili attraverso Internet e rimane soltanto una possibilità. Scrivere parole a caso in modo tale da ottenere una frase mai pronunciata prima, magari con l’aggiunta di qualche vocabolo serbo per restare sul sicuro, oppure comporre nuove e scoordinate melodie, registrarle e pubblicarle dimostrando a tutti le proprie doti compositive. Anche se scrivere di proprio pugno e strimpellare nuove arie picchiettando con un cucchiaio la teiera del vicino lo fanno già gli intellettualoidi, i quali, non ritenendovi appartenenti a quella ristretta cerchia, vi reputeranno scontati. E via che si sprofonda nuovamente nell’ade mainstreammatico (anche i neologismi sono mainstream). Nella società esistono un numero infinito di sottoculture, gettonate o meno, alle quali almeno uno dei nostri “seguaci” aderisce. Che siate punkabbestia, hipster, ingegneri nucleari, gabber, dark, pastafariani, tamarri, politicanti, storiografi, esorcisti, poco importa. Potrete proporre qualcosa di nuovo agli appartenenti della vostra setta ma incapperete, inevitabilmente, nel giudizio di almeno un appartenente a qualche altro clan, che vi leggerà e dichiarerà apertamente la vostra caduta nell’abisso del mainstream.

Quanto influenza le nostre scelte il parere altrui? Quanti gruppi musicali preferiti abbiamo cambiato per non dare risposte scontate? A quanti film, canzoni, a quante frasi sconosciute ai più abbiamo attribuito valenza negativa dopo che avevano superato le fatali sette condivisioni?

Potremmo non spartire nulla con nessuno, ma anche questo sarebbe mainstream.
Le piattaforme sulle quali postiamo, leggiamo, critichiamo, sono utilizzate da più di 2.8 miliardi di persone, almeno una volta al mese. Se lo spirito d’osservazione non mi inganna anche gli affiliati alla Haters Corporation ne fanno uso. E se la matematica non è un’opinione, 2.8 miliardi supera il numero sette di qualche unità.

La filmografia indipendente, Italo Calvino e gli acceleratori di particelle hanno la stessa valenza di Despacito.

Passo e chiudo.

Vado a condividere una canzone dei Joy Division.

Valentina Gabellini
Author

Psicolabile con tendenze depressive. Un mix letale di sarcasmo e iperattività. Amo il cinema, la musica e l’alcol. Alterno pianti a risate isteriche imbarazzanti. Ho pochi filtri (foto escluse) e poco tatto. Vorrei salvare il mondo e in particolare tutte le specie in via d’estinzione, ma ho anche dei difetti, giuro.

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