Illustrazioni di The Green Cut

 

Una persona che conoscevo mi ripeteva sempre che l’umanità si divide in due categorie: i protagonisti e gli spettatori.

Parte attiva e inconsapevole degli eventi i primi, concentrati sul proprio qui ed ora e intenti ad assorbirne acriticamente ogni particella. Sarcastica controparte i secondi, sempre un passo indietro, o di lato, rispetto al centro dell’azione. Io rientravo indisputabilmente, a suo dire, nella seconda specie.

Ci ho provato, lo giuro, ad avvicinarmi al concerto di Brian Wilson con lo spirito del protagonista. Ho indossato la mia camicia hawaiiana oversize, riempito la mente di good vibrations e lasciato da parte ogni senso critico, pronto a lasciarmi avvolgere dal caldo abbraccio della California degli anni ‘60, dal suo ottimismo new-age fatto di automobili decappottabili, bikini e tavole da surf. Prima che i giardini delle villette a schiera iniziassero a riempirsi di rifugi anti-atomici, prima che la avvolgesse il ragno peloso della controcultura, prima che il silicone inondasse la valley.

Cosa c’è di male, mi sono detto, nel celebrare uno dei pochi, credibili compositori del rock’n’roll e, con lui, un’epoca d’oro in cui, forse per l’ultima volta in occidente, almeno una piccola minoranza di persone si è sentita orgogliosa della propria vita e, soprattutto, spensierata? Perché dovrebbe essere sbagliato? Sono queste, d’altronde, le cattedrali del nostro tempo, il lascito dei baby boomers ai posteri, che ore e ore di filmati di repertorio in loop ci hanno efficacemente insegnato a idolatrare.
Allora perché, mi chiedo, sembra così impossibile, ascoltando Brian Wilson, riuscire a rivivere quelle sensazioni che lui stesso o Chuck Berry raccontavano? Perché il nostro disimpegno, politico ma soprattutto emotivo, è così simile ma tanto più infelice rispetto a quello dei Beach Boys? Forse è proprio perché non riusciamo a capirlo, a replicarlo, a riviverlo, quello spirito, che ci troviamo ancora qui, cinquant’anni dopo, ad ascoltare le canzoni di Wilson, McCartney o chicchessia, quasi sperando di poterne essere illuminati, di poter assaporare almeno per un secondo ciò che loro ci hanno detto di aver vissuto. E probabilmente è una specie di invidia collettiva quella che guida la retromania della nostra generazione, l’avvicinarci alla musica del passato come una farfalla da dissezionare, sempre, rigorosamente filtrata da un apparato critico.

Ma soprattutto, ripeto, perché tutte queste domande, perché la mente e lo spirito non riescono a vagare leggeri come su tavole da surf? Forse i tempi sono davvero cambiati, e così la musica, e noi stessi. Ed è davvero ormai impossibile presentarsi di fronte a Brian Wilson, o chi per lui, senza dimenticare in soffitta il proprio bagaglio culturale, senza i compiti a casa ben fatti. Lo chiamo il fardello dell’uomo hipster. Ed è una duplice sofferenza questa: l’inavvicinabilità dell’esperienza pura e, al tempo stesso, l’amara consapevolezza di quanto quell’esperienza, rivissuta oggi, sia effettivamente priva di senso. Così come l’Avvocato ne Le Porte del Cielo di Cortàzar, “mi faceva schifo pensare così, pensare ancora una volta ciò che agli altri bastava sentire”.

È quando ti ritrovi ad essere l’unico con indosso una camicia hawaiiana che credevi d’ordinanza, circondato dal verde delle magliette con la stampa PET SOUNDS 2017 © ben in vista, che rinsavisci e ti rendi conto di come non sia altro che un’illusione arrogante, quella di pensare di poter rivivere, anche per un istante, un’epoca intera in un concerto. Ed è qui che lo spettatore in te riemerge con prepotenza, recuperando dai suoi archivi tutto ciò che in un momento di amor proprio aveva cercato di sotterrare, deridendo quell’ingenuità che ti ha cacciato nella trappola Nostalgia per antonomasia. E pensare che non sarebbe stato così difficile rendersene conto. Il biopic fresco fresco di uscita – Love and Mercyl’esecuzione integrale di un classic album – Pet Sounds – il pubblico unanimemente estatico, dal bancario sessantenne al reduce del Primavera. A quel punto, basta la diffusione, prima del concerto, di una serie di cover orchestrali dei Beach Boys in stile Burt Bacharach a farti reagire come il padre di Laura Palmer in Twin Peaks.

Parte California Girls, e poi, a stretto giro, I get around, Surfer Girl e Don’t worry baby. Gli arrangiamenti sono perfetti, le armonie vocali collaudate e Wilson sembra essere a suo agio sul palco, da cui interagisce con il pubblico di Perugia piuttosto spontaneamente, presentando i membri della band senza particolari imbarazzi (“Hooray for the audience!”, lo si può sentire gridare in un vecchio album dal vivo, nel silenzio generale). Nonostante tutto, però, la band sembra come separata ermeticamente dall’ambiente circostante, quasi suonasse in una teca di vetro, incapace di trasmettere calore e emozioni. E dall’altra parte, questo effetto Madame Tussauds non può che tradursi nel distacco di chi ascolta, che rimane appunto spettatore, intento a postare foto su Facebook in un personalissimo ego trip stile Techetechetè.

Come sempre, in questi casi, lo spettatore che è in te, alla ricerca di spiegazioni razionali, si butta immediatamente su quel passe-partout sociologico che sono le “differenze culturali”: come pretendere di sentirsi protagonisti, nel nostro paese, di una narrazione (altro must imprescindibile) come quella dei Beach Boys, in cui l’estate è senza fine e la spiaggia il campo di battaglia? Se le distese infinite dell’America profonda – ce lo insegnano i western di Leone o Corbucci – non erano così dissimili da certe zone dell’Italia, allo stesso modo l’epopea del viaggio, della povertà, o quella ovviamente sentimentale di certa musica d’oltreoceano non potevano non attecchire nel nostro paese. Che dire invece del positivismo spensierato di Brian Wilson, delle spiagge californiane? Se si escludono gli anni del boom, dei musicarelli con Celentano (e Chet Baker) e dei twist di Peppino di Capri, quella sensibilità sembra chiaramente fuori contesto in qualsiasi altro momento della storia italiana, sempre problematica, spesso conflittuale, raramente armoniosa. In altre parole, accompagnare il racconto del ’77 con Surfin’ U.S. A. potrebbe essere una buona scelta stilistica, sì, ma non la troverete mai in un documentario di Veltroni.

“I just wasn’t made for these times”, canta Wilson, e non è mai stato così vero, oggi ancor più di quarant’anni fa, quando Pet Sounds segnava il definitivo distacco dei Beach Boys dall’immaginario californiano – e di Brian Wilson dalla realtà.
Pieno di malinconia, solitudine e disagio, questo è l’unico album dei Beach Boys a essere sopravvissuto alla prova del tempo, tanto da poter essere eseguito nella sua interezza ancora oggi. E, non a caso, è durante Sloop John B. – col suo “I feel so broke up, I wanna go home” – che per la prima volta sembra squarciarsi il velo di nostalgia che separa band e pubblico. Forse è soltanto una brutale questione di forma. Se le modalità in cui l’uomo sfoga il proprio benessere sembrano cambiare a un ritmo vertiginoso, il suo approccio alla disperazione, al blues, mantiene una sua feroce costanza nel tempo. L’esempio più lampante è il ballo. Lo swing, il twist, il lindy-hop, la breakdance, il boogaloo, la disco, la tecktonik, il liscio. Uno dopo l’altro hanno inesorabilmente perso la propria urgenza, la propria presa sul pubblico, trasformandosi da spontanei e liberatori mezzi espressivi a pacchiane maschere retrò con la velocità di una maionese scaduta. Al contrario, cinquant’anni dopo, il lamento di Ray Charles è tanto attuale quanto quello di James Blake.

“Talking ‘bout hard times, who knows better than I?” La storia comincia e finisce qui.

Il malessere, la disperazione, ma anche la presunzione di stare vivendo qualcosa di unico e degno di essere gridato o sussurrato al mondo. L’autoreferenzialità che richiede l’atto stesso di guardarsi allo specchio e raccontare ciò che vede e, al tempo stesso, l’umiltà di chi disperatamente canta sperando che qualcuno condivida la medesima sofferenza, o quantomeno trovi interessante la sua storia. È questo mix di egotismo e empatia a dar vita a opere d’arte che, a differenza di una Barbara Ann qualsiasi, toccano tematiche che hanno attanagliato l’uomo in ogni momento della sua esistenza: la nostalgia di casa, la gratitudine verso la propria compagna, il senso di straniamento rispetto alla società. Ecco perché, ancora oggi, è possibile ascoltare Pet Sounds e commuoversi, essere protagonisti.
Ma è una sensazione temporanea, sfuggente: Brian Wilson finisce l’ultimo brano di Pet Sounds e si entra tutti in modalità villaggio turistico. Col pilota automatico, il pubblico si alza dalle sedie in cui era sprofondato tra il dormiveglia e la disperazione, fiondandosi sotto il palco per ballare Good Vibrations, con un’urgenza da timer atomico, quasi fosse l’ultima canzone della loro vita. La malinconia è solo un brutto ricordo ora e il ginocchio può scivolare come di fronte a un Edoardo Vianello qualsiasi. Ed è tragico rendersi conto che tutti nella platea stavano ansiosamente attendendo l’hully gully, il rifugio in un passato da cartolina per sfuggire alla tragica attualità della disperazione di un uomo.

E, una volta tanto, è un sollievo essere qui tra la folla da spettatore, fiero di non essere il protagonista di questa drammatica fuga dalla realtà a bordo di una tavola da surf.

Riccardo di Leo
Author

Detesta le biografie, soprattutto se auto, e l'ostentazione di sagacia, sarcasmo e autocommiserazione che contengono. Questa non fa eccezione.

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