Illustrazione di Laura Cagnoni

You are born and you soon die. Ther’s no time to relax. Once you are born in this world you’re old enough to die. Sion Sono e Søren Kierkegaard. Filosofia, musical, pop e deliberato autismo.

Ore 18:30.Cinema Odeon di Caldavogli Superiore, provincia di Fiuggi.

Nè troppo tardi, nè troppo presto. Orario perfetto per evitare la calca serale e godersi il piacere della condivisione di una delle attività che, da oltre un secolo, illumina i volti di un variegato e vasto pubblico di persone. Nell’unica sala disponibile si percepisce uno stantio odore di popcorn al burro. Seduta nella quinta fila centrale, una donna in evidente stato di interessamento. Un po’ laterali, nella terzultima fila, tre uomini in evidente stato di imbarazzo. Ci sono un italiano, un giapponese e un americano. Nessuno ride, perchè tutti e tre si sono recati in quel cinema con il preciso intento di incontrare il loro match perfetto, accuratamente selezionato dalla prima app di incontri interrazziali per numero di visualizzazioni secondo Google Play. Mai fidarsi di Google Play. Si sono ritrovati in tre davanti al cinema con due biglietti in mano ciascuno, uno per sè e uno per una certa Nadia, Messalina slava che, evidentemente, non si presenterà. Tre uomini e una sòla. Giusto per non perdere un altro biglietto, il dinamico trio decide di guardare comunque il film in programmazione. Love & Peace di Sion Sono.

Il giapponese è il primo a entrare in sala, fiondandosi letteralmente su quelle poltrone rosse che concilierebbero il sonno anche a un insonne cronico. Il regista è suo connazionale suvvia. L’americano ha esitato un po’ per via del titolo un po’ fricchettone, ma alla fine si è lasciato trascinare dentro dall’italiano, che pur di non perdere i soldi del biglietto, sarebbe stato disposto, per sua stessa ammissione, anche ad assistere a una cagata pazzesca, “tanto, alla peggio, si dorme”.

Le luci in sala si spengono e sullo schermo compare il nome di una casa di produzione sconosciutissima persino per il giapponese. Poi, il delirio più totale. Per guardare un film di Sion Sono, forse, servirebbe un minimo di introduzione e, al contempo, qualsiasi tentativo di presentazione sarebbe da buttare nel cesso. Perchè? Perchè Sion Sono è, probabilmente, uno dei più improbabili esseri umani che popolano il pianeta terra (nell’ipotesi che sia di questo mondo, cosa tutt’ora da accertare).

Ha esordito nel mondo del cinema presentandosi come poeta (con un cortometraggio, dal paradigmatico titolo I am Sion Sono!!, in cui recitava alcuni suoi versi), ma è anche regista, sceneggiatore, romanziere, attore e compositore. Ha 55 anni, di cui più di trenta trascorsi a girare e, solo nel 2015, ha sfornato cinque pellicole. In Italia sembrerebbe essere poco conosciuto al di fuori dei festival che lo hanno ospitato (che comunque sono tantissimi, dal Fantasia international film festival al Toronto film festival, fino al Festival del cinema di Torino). In effetti, davanti alla locandina, un italiano potrebbe esclamare un sonoro e spudorato. “Ma questo chi cazzo è?”.

Sebbene, più che altro, la domanda giusta sarebbe, come minchia fa? Cinque film all’anno sono una cifra sconvolgente, anche per chi questo lo fa di lavoro. Oltretutto si parla di film di una qualità tecnica indiscutibile, in madrepatria considerati underground. Ma riescono a raccogliere fan sparsi per il mondo, fin dal 1992, quando il thriller The Room lo ha portato a vincere il premio della giuria al Tokyo Sundance Film Festival. Poi, è col controverso Suicide Club (un nome un programma) del 2002, e la successiva trilogia (oggetto anche di un manga e di un romanzo dello stesso Sono) che anche il resto della critica mondiale ha iniziato ad apprezzarlo, riempiendosi gli occhi di immagini orrorifiche e controverse, che, oltre lo scalpore, mirano a denunciare senza peli sulla lingua l’alienazione della società giapponese contemporanea. Una roba così riesce a provocare orgasmi multipli ai fruitori di cinema d’essai, senza provocare rigonfiamenti nelle parti private di chi di cinema d’autore ne mastica poco. Ricapitolando, ci sono un giapponese, un italiano e un americano in un cinema di periferia.

Hanno appena assistito alla proiezione di Love & Peace, uno dei sopracitati cinque film del 2015, un misto caotico e magistrale tra Natale sulla 36esima strada, la maratona annuale di classici Pixar e i vecchi film d’autore che danno in seconda serata su la7. Una storia così banale che non sai se denunciare il plagio di Frozen o di Toy Story, in cui il ruolo di protagonista passa dal classico sfigato giapponese (che in un secondo momento si vedrà diventare una rock star), alla sua tartaruga domestica (che poi si trasforma in un gaiju gigantesco in grado di sbriciolare i grattacieli camminando), grazie all’intervento di un barbone (che poi si scoprirà essere Babbo Natale) e dei suoi amici giocattoli (che poi si riveleranno essere animati). Il tutto accompagnato dalla classica storia d’amore con una ragazza timida e sensibile, e da canzoni che spaziano tra i generi musicali. Nel film domina l’esagerazione, nei toni, nei costumi e nelle scelte stilistiche, al limite della sopportazione. L’improbabilità e il caos fanno da padroni, eppure questo guazzabuglio vorticoso riesce anche ad avere una morale.

Semplice, immediata.

Il giapponese urla al capolavoro in lacrime, l’americano si definisce tutto sommato contento, soddisfatta la sua sete di esplosioni e macerie (anche se, per una volta, non interessano la Grande Mela), l’italiano non ci ha capito un cazzo epperò è bello lo stesso. Tutti e tre escono dal cinema intonando la canzone finale, omonima del titolo del film, e non uscirà loro dalla testa per almeno una settimana.

Nel mentre, Sion Sono sta lavorando a un altro film, la cui uscita in Giappone è prevista per la fine di questo Gennaio. Il titolo. Antiporno. A noi rimane solo da chiederci se sarà un’altra epopea lisergica, un tripudio di sangue e critica sociale o qualcosa di ulteriormente diverso. Con un autore così caleidoscopico, non ci sarà dato saperlo prima del prossimo festival.

Illustrazione di Gabriele Bollassa

 

Gaia Barillà
Author

Calabrese di origine (anche se nessuno sembra capirlo), studio filosofia nella città pendente. Tra le mie numerose passioni si annoverano la scrittura, l'improvvisazione teatrale, la proiezione di film improbabili, la lettura di roba illustrata, il binge-watching e il caffè, che mi permette di conciliare tutte queste attività senza impazzire (o quasi).

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