Illustrazione di Crushed Lame

Era il 2006 quando un noto psichiatra newyorkese chiese a Irene, sua paziente di lungo corso, di ritrarre il volto dell’uomo che continuava ad apparire nei suoi sogni. L’uomo in questione sembrava conoscerla molto bene e tornava puntualmente tutte le notti per darle consigli sulla sua vita, ma la donna giurava con tutte le sue forze di non averlo mai visto prima della sua improvvisa comparsa.

Lì per lì, lo psichiatra non diede molto peso alla cosa. L’uomo dei sogni sembrava essere un normalissimo uomo di mezza età, stempiato e dalle folte sopracciglia. Una specie di Andrew Lloyd Webber, solo più giovane e brutto. Forse solo lo sguardo, con quegli occhi grandi e un po’ lascivi, riusciva a incutere un po’ di inquietudine. Ma è dall’alba dei tempi che il genere umano crea personificazioni dei principi regolatori della sfera onirica, quando la mente dorme e le catene dell’inconscio cedono. Alcune erano benevole, altre molto meno, e “quell’uomo” non sembrava rientrare in nessuna delle due categorie. Non aveva la bellezza di una divinità greca, ma non sembrava neanche un assassino a sangue freddo alla Freddy Kruger. Non si giudica una persona dalle apparenze, figuriamoci quelle che non esistono neanche. Il ritratto rimase sulla scrivania dello psichiatra per qualche tempo, inosservato e dimenticato.

Fu solo per puro caso che un altro paziente, scorgendolo, vi riconobbe una figura familiare. Anche lui aveva sognato “quell’uomo” e, ovviamente, neanche lui aveva idea di chi fosse.
Sempre più perplesso, lo psichiatra decise di mandare quel ritratto ad alcuni suoi colleghi per constatare se si fossero presentati casi simili. “Per pura curiosità”, cercava di giustificarsi, ma era ovvio che la cosa avrebbe potuto prendere una svolta inquietante e parecchio bizzarra.

Durante i primi mesi, furono in 4 a riconoscere la strana figura. Dal 2006 ad ora, l’uomo dei sogni è stato avvistato circa 2000 volte, da persone situate in tutte le parti del mondo e senza connessioni apparenti. L’uomo non è mai stato avvistato in “questo” mondo.
Una presenza eterea e sfuggente che figurava nei contesti più disparati.

Brigitte, parigina di nascita, racconta di aver sognato un uomo alto e scuro che le mostrava una foto, chiedendole se vi riconoscesse il volto del padre defunto. Ma l’uomo raffigurato era lui, l’uomo dei sogni, e nonostante quest’ultimo non somigliasse affatto al padre di Brigitte, ella rispose implicitamente che, sì, lo riconosceva, ed era proprio suo padre. A quel punto in genere si svegliava con una forte sensazione di tranquillità, ma c’erano delle volte in cui il sogno continuava. Si trovava davanti la tomba del padre, ma dalla lapide mancava la fotografia.
Oppure, Matteo, di 54 anni, racconta di aver sognato l’uomo vestito da Babbo Natale. Quando è apparso ricorda di essersi sentito molto felice, come se fosse tornato bambino. L’uomo gli sorrise e la sua testa iniziò a galleggiare nell’aria come un palloncino e non importava quanto provasse a prenderlo, non riusciva mai a raggiungerlo.

La storia iniziò presto a diffondersi a macchia d’olio.

Nacquero molte teorie che cercarono di giustificare il fenomeno, dall’immagine archetipica dell’inconscio collettivo di junghiana memoria, passando all’ipotesi para-scientifica secondo cui esisterebbe effettivamente un uomo reale capace di penetrare nei sogni altrui grazie alle sue particolari facoltà psichiche, fino alla visione messianica in cui “quest’uomo” sarebbe una manifestazione di Dio, una sorta di oracolo i cui consigli vanno seguiti alla lettera.
Se tutto ciò ha suscitato la vostra curiosità, potremmo dire che l’operazione è perfettamente riuscita. L’uomo dei sogni non è né più né meno che un esperimento sociale, che sfrutta quella che oggi è diventata una delle più grandi piaghe del mondo occidentale, dopo le apericene e i DLC: le bufale internettiane. Tutto ciò che avete letto finora è frutto della mente di Andrea Natella, sociologo ed esperto di marketing a capo della Guerrilla Marketing, società specializzata in “truffe sovversive”, ovvero nella creazioni di progetti d’arte che esplorano la pornografia, la politica, la pubblicità. E tizi inesistenti dallo sguardo inquietante, ovviamente.

Il marketing virale non è di certo stato inventato ieri. Sono sempre esistite strategie del genere volte ad attirare l’attenzione sul prodotto venduto tramite la multimedialità, coinvolgendo il potenziale acquirente all’interno di attività che non riguardano un determinato tipo di intrattenimento. Qualche anno fa uscì il film Cloverfild, ad opera di J.J. Abrams, e per l’occasione vennero creati il sito internet di un fittizia compagnia specializzata in bevande analcoliche (www.slusho.jp) e un manga che fungeva da prequel, entrambi utili per avere un quadro più completo della storia. O, almeno, per avere più tasselli utili a tessere varie teorie, in modo che lo stesso fandom potesse scambiarsi opinioni in merito. E un fandom numeroso e vivo è quasi sempre indice di successo commerciale. La stessa Guerriglia Marketing creò il sito Salviamodanny.org, finto appello umanitario che nel 2005 si rivelò essere una pubblicità per il film Danny the Dog di Louis Leterrier, prodotto da Luc Besson.

Si tratta, in definitiva, di invadere altre sfere della quotidianità, di fare in modo che l’esperienza offerta dal prodotto venga protratta anche al di là dello spazio cui è circoscritto. Un film che non finisce nel momento in cui esci dalla sala o togli il dvd dal lettore ma che, di contro, continua a coinvolgerti anche in altre forme che con la fruizione cinematografica non hanno nulla a che vedere, genera franchise che possono essere convertiti nei modi più vari.

Qui si è andato oltre, visto che non vi era nessun prodotto “fisico” da pubblicizzare. Si è creata una specie di leggenda metropolitana a cui tutti, uomini e media, hanno più o meno creduto. Un’idea a cui chiunque avrebbero potuto partecipare, immedesimandosi, generando coinvolgimento. Coinvolgimento che, a sua volta, ha portato a dei profitti veri, con la vendita di magliette, spille e oggettistica di genere. Ai tempi si parlava addirittura di un possibile film diretto da Bryan Bertino (regista di The Strangers).

Tutta questa storia sembra volerci dire che non serve avere qualcosa da vendere per fare marketing. Se attiri l’attenzione generalista, il “cosa” può anche arrivare in un secondo momento. Si può partire con tutto, anche con il volto di un uomo comune. La classica faccia che puoi aver visto di sfuggita mentre facevi la spesa, senza rendertene conto. Lo sogni e dopo averci parlato ti convinci a mollare il lavoro che odi con tutto te stesso. Puoi sognarlo decapitato e, mentre la sua testa inizia a fluttuare come i palloncini di It, lui continua a dirti che tutto andrà bene. Oppure, ti si può parare davanti, in silenzio e senza proferire parola, e nel sogno ti ritrovi ad urlare affinché ti dica qualcosa, qualunque cosa. Non è importante che qualcuno abbia veramente sognato tutto ciò, ma piuttosto rendere i racconti tanto verosimili da sembrare veri, facendo leva sulla sensazione. Non è da escludere che, quando la notizia iniziò a circolare, molti iniziarono davvero a sognare “quell’uomo”, in una specie di auto-convincimento virale in cui la leggenda si alimenta da sola.

Ma anche se fosse così, l’unica cosa certa è che l’uomo dei sogni non esiste. Esistono solo uomini che devono fare i conti con se stessi, quando le luci si spengono e i mostri vengono fuori. E far leva sulle debolezze umane è da sempre l’anima del commercio.

Marco Messina
Author

A dispetto del cognome, Marco Messina nasce a Marsala in un torrido agosto del 1986. Si è laureato summa cum laude a Pisa in Filosofia e forme del sapere, con una tesi avente come oggetto i primi 50 anni dell’intelligenza artificiale, da sempre sua grande passione. Attualmente lavora come insegnante d’italiano presso un centro di accoglienza straordinaria per immigrati. Sogna di possedere una jet pack tutto suo e 12 gatti.

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