Illustrazioni di Icona T

 

Tutto all’improvviso si fa confuso.

Le immagini delle cose intorno sono come avvolte da una cortina di fumo, iniziano a distorcersi, dapprima delicatamente e poi via via in maniera sempre più vorticosa. All’inizio ti chiedi cosa stia succedendo, sei scosso e anche un po’ impaurito. Qualcuno intorno parla ma ogni singolo suono è un’eco che rimbomba, proveniente da un’altra dimensione. Da un altro mondo. Lentamente ti senti sollevare. Sei leggero come una piuma e ti libri piano nell’aria. Un piccolo e flebile bagliore di luce bianca si fa largo mentre inizi a dirigerti verso quello che sembra un oscuro corridoio attraversato da veloci scariche bluastre. Un ultimo sguardo intorno e ti accorgi che, ehi! Sei proprio tu quello che giace sul letto! Ma com’è possibile? Pensi che è assurdo vedere il proprio corpo come riflesso nello specchio del bagno, con la differenza che non ti trovi proprio nel tuo bagno a lavarti i denti, a schiacciarti i brufoli, a tagliarti i peli del naso o a contarti gli ultimi capelli rimasti. Ma ormai poco importa. Ciò che è, è. Un senso di pace ti attraversa. Le domande ormai si sciolgono come neve al sole. C’è musica nell’aria. Hai attraversato un confine invisibile ma che percepisci come incredibilmente reale. Incredibilmente reale perché senti di non voler e di non poter più tornare indietro. Quella luce, ormai avvolgente, è così splendente e chiarissima eppure non così accecante da dover rimpiangere gli occhiali da sole comprati in spiaggia a quindici euro (Bvlgari non era la marca ma i due venditori ambulanti che ti hanno fregato). La Luce emana pace e amore infinito. All’improvviso, la Sua voce, profonda e calma:

“Non avere paura. Se sei pronto, prima di fare il grande passo, osserva allora la tua vita passata”

In un lampo, sulle pareti dell’oscuro corridoio iniziano a scorrere volti, oggetti, frasi, alcune di queste cose sono statiche, altre in movimento. Le conosci bene. Sono tutte le storie che hai postato su Facebook e Instagram. Soprattutto, una quantità incalcolabile di meme. Di tutti i tipi, alcuni noti e altri semi sconosciuti, alcuni originali, creati proprio da te, e altri ripresi dai profili dei tuoi contatti e ripostati. Un meme per ogni occasione, un meme per ogni evento, un meme per ogni tragedia, un meme per ogni momento della tua vita. Il tuo sguardo beato ormai è perso quando la Luce ti incita: “Vieni a me”. Sei ormai al termine di quello che sembra un lungo viaggio. Non c’è ombra di stanchezza nei tuoi occhi ma solo gioia infinita e un largo sorriso si apre sul tuo volto quando da quella Luce splendente emerge la Sua figura. Ormai è tutto chiaro, ormai la Verità è manifesta. I tuoi occhi ammirano ciò che i comuni mortali hanno potuto soltanto immaginare nelle loro fantasie. Germano Mosconi è lì, in abiti papali e circondato da una luce bianca che ne esalta la beatitudine. Protende verso di te le sue braccia aperte. Il suo sorriso è indulgente. Gli occhi pieni di compassione. Con una mano sulla tua spalla ti accompagna verso il sacro cancello celeste. Si gira verso di te e in tono benevolo ma sicuro esclama:

“Una volta che sarai passato chiudi quella porta lì, per favore. E, soprattutto, non sbattere e non urlare”

Chiudi gli occhi e le sue parole sono come miele. Aspettavi questo momento da sempre. Ti accarezza la testa e ti lascia andare. Nel frattempo, da qualche parte, Dante contempla la scena e annuisce invidioso.

In principio, quindi, era Germano Mosconi. Spero che risulti altamente inutile stare qui a spiegare chi fosse e soprattutto perché è diventato un’icona nazionale, nonché uno dei simboli della cultura internettiana italiana (non vorrei ritrovarmi a sbattere i pugni sul tavolo e a urlare le sue stesse simpaticissime ed educatissime ingiurie rivolte all’Altissimo). L’ex giornalista sportivo, che ha attraversato per davvero il proverbiale tunnel ormai cinque anni fa, può essere elevato al rango di meme maximo fra i più famosi, sicuramente in Italia, ripreso, riassemblato e ripostato in tantissime forme incredibilmente virali. Il suo caso dimostra una semplice e lampante verità sul mondo di oggi, traslata direttamente da quel filosofo contemporaneo 50 Cent. O vivi abbastanza per diventare un meme oppure muori provandoci. Ma morire provando ad essere un meme equivale sostanzialmente ad adempiere a metà del compito, e la rete, soprattutto per quanto riguarda il raggiungimento della celebrità, non ammette mezze misure. O ci sei o non ci sei. O impugni i guantoni come un novello Rocky e ti spari quei due tuorli d’uovo la mattina prima di andare a correre o col cazzo che potrai gridare dal ring “ADRIAAAANAAAA SONO UN MEMEEEEE!!!”.

A ragionarci un po’ su, in un’epoca in cui non si parla più di una sola religione ma della convivenza e della diffusione su larga scala di molte religioni, quella del “diventare un meme” può essere vista come una sorta di reincarnazione. Perché no? D’altronde, se esiste una cosa come la Chiesa missionaria del Copismo, che ha messo Internet al centro della sua religione alla stregua di un vero e proprio luogo sacro con tanto di riti e leggi, perché la pratica del meme portata avanti dalle numerose comunità in rete non potrebbe essere interpretata come una forma di reincarnazione 2.0? Può sembrare un’idea bizzarra ma teniamo a mente ciò che ha scritto quel testone di Richard Dawkins nel 1976 nel suo Il gene egoista: il meme non sarebbe altro che la controparte culturale del gene e, proprio come quest’ultimo, anche lui trasporta informazioni in cerca di nuovi supporti per essere replicate.

La sopravvivenza del meme dipende sia dalla sua capacità di adattamento culturale, ovvero dal poter essere trasformato, modificato e risemantizzato su vari contesti e livelli, e sia dalla sua diffusione su larga scala. E maggiore è la diffusione, più alta può essere la possibilità per il meme di essere rimodellato, ovvero reincarnato. Per non parlare poi degli ambienti dove nascono i meme: 4Chan, giusto per citare il più sputtanato, è una vera e propria mecca per i memer e gli autists (coloro che portano avanti la pratica dei meme in maniera sistematica) operano una dicotomia netta del mondo. Da una parte, infatti, ci sono i normies (i normali, le persone comuni, quelli che “hanno una vita”) e dall’altra gli autists, appunto, sorta di popolo eletto regolato da propri codici comportamentali e di riconoscimento che prende tremendamente sul serio ogni cosa che riguardi i meme.

Oggi col termine meme siamo soliti identificare video e immagini che girano principalmente sui social networks e che associano particolari figure e parole scritte a carattere Impact. Ma quante vite hanno vissuto i meme che condividiamo quotidianamente sulle nostre bacheche? Dalle community virtuali come 4Chan e 9gag a Facebook la strada è lunga e per niente affatto lineare. Qual è stato e quale sarà ancora il ciclo del samsara che sottende alle vite dei meme diventati ormai stranoti come quelli con Willie Wonka, Boromir o il Confused Travolta?

Ma la cosa diventa ancora più interessante se ci poniamo la stessa domanda per quanto riguarda i meme che hanno come “oggetto” non star e icone dello spettacolo bensì persone qualunque diventate dei meme a loro insaputa. È il caso, ad esempio, di Bad Luck Brian, il ragazzino sfigato tutto apparecchio e vestiti per niente alla moda, l’alias virtuale di Kyle Craven, oggi supervisore in una società di costruzioni di chiese e capace di capitalizzare la sua immagine pubblica di meme (in tre anni ha racimolato circa quindici mila dollari, provate ancora a chiamarlo sfigato!). Oppure di Good Guy Greg, il tizio tranquillone che non rompe mai le scatole per nulla. O di animali come il gorilla Harambe e quel mito di Grumpy Cat, il micio più girato di palle che si sia mai visto (forse perché Tardar Sauce, il nome che gli ha appioppato il suo padrone, fa davvero schifo). Quante reincarnazioni aspettano ancora questi meme?

Se consideriamo che icone degli autists come Pepe The Frog, Dat boi e Caveman Spongebob hanno subito o stanno subendo l’abbandono da parte dello zoccolo duro della comunità memer, allora il ciclo vitale di molti altri meme sembra davvero assai breve.

Ma alla fin fine, il bello dei fenomeni come i meme è quello di avere sempre qualche asso nella manica, di ricomparire all’improvviso quando meno ce lo aspetteremmo. È un po’ se vogliamo con il ritorno agli anni ’80 che da un po’ di anni a questa parte stiamo assistendo nei vari ambienti dell’industria culturale, dal cinema, alla musica e alle serie tv. Cose che credevamo morte ma che in realtà non lo sono (e Romero questo lo sapeva bene). Qual è allora il livello di interpretazione ancora possibile per i meme?

Resisteranno al tempo o la loro capacità di adattamento virtuale verrà meno? Riusciranno a reincarnarsi ancora sino al raggiungimento del nirvana? C’è vita dopo un meme?

Come diceva Guzzanti: “la risposta è dentro di te epperò è sbagliata”.

Carlo Cantisani
Author

Avete presente un buco nero? Ecco, na cosa del genere, però più piccolo, a forma di essere umano, con due gambe, due braccia, mani, occhi, orecchie, occhiali e (pochi) capelli. Ogni offerta in cibo è benvenuta. Sacrifici umani a vostra discrezione. Poi se c'è pure della musica va bene uguale.

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