Illustrazione di Riccardo Crippa

Caffè.

Il mio redattore capo mi chiama, proponendomi di scrivere un pezzo su un certo libro “che non può aspettare”. In che senso? Ha preso vita ed è un fissato per la puntualità? Sarebbe stato più semplice, invece no.

Dopo aver preso coscienza di ciò, con uno scatto felino finisco sul web. Pochi video, informazioni quasi completamente in spagnolo, ad un tratto mi sembra di finire in una soap di quelle che danno in seconda serata e no, non mi chiedete perché le conosco. Mi faccio un’idea. Ma che cosa figa?

“Libro que no puede esperar”. Siamo in Argentina. Pochi anni fa la casa editrice Eterna Cadencia in collaborazione con un’agenzia pubblicitaria locale, lancia un prodotto innovativo, che consiste in un libro stampato con un particolare inchiostro“a tempo”.

Lo stesso, una volta aperta la confezione sottovuoto (l’aria, uno dei fattori fondamentali, insieme al sole, che permette la reazione di questo inchiostro) scompare dopo due mesi, e lascia il libro lì bianco, nudo, come se dopo una folle serata passata a cercare vero amore e passione, il giorno dopo ti ritrovassi con una lettera sul comodino, le sigarette rubate e pure i pantaloni. Il messaggio che gli edtori vogliono mandare non è proprio questo, ha qualcosa di concreto. Basta ai lettori pigri, agli scaffali pieni di polvere, appesantiti dalla voglia di colmare vuoti con lo shopping. Semplicemente basta.
Il primo esperimento di questa invenzione è intitolato “Il futuro non è nostro”. Scritto da un pool di 8 giovani autori Argentini e con argomento proprio il contratto che ogni giorno facciamo col tempo, è stato messo sul mercato con, fra le altre, l’idea di incentivare la lettura in Messico e Argentina, luoghi in cui il dato di lettori sta scendendo vertiginosamente per diversi motivi, primo fra tutti il globale passaggio da analogico a digitale e la relativa ricerca semplificata di informazioni e nuove avventure.

Il quesito che ci poniamo è. Se questa pratica fosse estesa, perché dovremmo comprare un libro a tempo?
Interessante per diversi motivi. Su libri del genere potremmo trovare storie uniche, che affidate allo scorrere del tempo sarebbero ancor più accattivanti, costringendo il lettore quasi a serializzarle o associarle a particolari momenti della propria vita, luoghi che avrebbe visitato, non perdendo un capitolo per paura che si autodistrugga il tutto. L’inchiostro a tempo non permetterebbe la sola azione di impossessarsi di un oggetto solo per il piacere di avere un nome illustre sullo scaffale, un brand con il quale identificare la propria appartenenza superficiale, partitica. Renderebbe un libro considerabile, innalzandolo a misura d’uomo e così rendendo vivo il rapporto fra lo stesso e il lettore.

Infatuarsi della lettura semplicemente annusando le pagine che abbiamo davanti. Non ditemi che non l’avete mai fatto.

Ma l’altra domanda interessante da farsi è. Questa idea può essere portata in diversi ambienti? In contesti che non abbiano come fine il solo svago? Pensiamo, ad esempio, all’Istruzione.

Immaginiamo che, nella bibliografia di un esame ci sia almeno un testo che entro due mesi scompare. Uno studente potrebbe organizzarsi in modo efficace, sapendo che non c’è scusa che possa scampare all’inesorabile avanzare del tempo. Lo studio però sarebbe ordinato, evitando sotterfugi per alleggerire la memoria, tenendola sempre allenata e senza quella, a mio avviso (e si parla solo di testi per esami), ansiosa funzione di alcuni eReaders che predice il tempo di lettura e telo posiziona lì, dove puoi vederlo di più, come fosse la morte a rincorrerti. Il “libro che non può aspettare” potrebbe essere un pregio per quanto riguarda la preparazione su testi. Come potrebbe esserlo anche per i criminali da “grandi colpi”, che finiti i due mesi possono far sparire le loro tracce.

Inutilizzabile, ad esempio, per alcuni campi specifici. Un redattore di testi sacri non potrebbe mai avvalersi di questa tecnica, come d’altra parte non potrebbe essere utile per chi si occupa di esaminare e stabilire la validità di ricerche scientifiche. Immaginiamo un membro del comitato etico che deve varare un sì o no ad una ricerca scientifica, e di come sarebbe la sua vita se proprio il giorno della scomparsa dell’inchiostro decidesse di validare o meno la stessa. Di sicuro il giorno seguente avrebbe vissuto in uno scenario da film horror. Riflettiamo sul riciclaggio, a quanta carta potrebbe essere riutilizzata per scrivere altri testi e creare così un circolo vizioso che dia una bella botta al più grande problema di tutti, cioè il rapporto con quello che utilizziamo per inostri bisogni e quel “pavimento” su cui camminiamo, che ci permette di vivere per portarli a traguardo. Un ancestrale rapporto Madre-figlio che pian piano si sta deteriorando.

Il “libro che non può aspettare” è un oggetto che appartiene al futuro, se il futuro è quel presente in cui spesso non vogliamo identificarci, come se aspettare, guardare oltre l’orizzonte possa farci dimenticare dei nostri problemi.

La cultura siamo noi, e noi apparteniamo al presente.

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