Illustrazione di Nicolò Rimerici

 

La signora Paolina Grassi si alza ogni mattina alle otto in punto.

Fa colazione con la sua tazza di caffellatte e un pacchetto di crackers. Dà da mangiare alle galline, si dà da fare con rastrello e falcetto per procurarsi del fieno, raccoglie l’insalata (quella selvatica va tagliata fine, anche se è un po’ duretta), pulisce la chiesa e riempie la gerla di legna per la stufa. A pranzo un risottino e dopo si riposa a braccia conserte sul tavolo. D’estate saluta e si ferma a chiacchierare con quei pochi turisti tedeschi, svizzeri o italiani che passano dalle sue parti, pronti per ripartire per le loro destinazioni. La signora Paolina va una volta al mese a fare la spesa al supermercato della città più vicina ed è andata due volte, in tutta la sua vita, al cinema. Ha fatto solo due viaggi nella sua vita, non allontanandosi mai per più di cento chilometri. Non ha mai letto un libro. Ha la televisione perennemente spenta, coperta da un telo per la polvere. La signora Paolina ha novant’anni ed è l’unica e sola abitante rimasta, di Casali Socraggio, nella Valle Canobina a due passi dalla Svizzera, paesino piemontese che sta lentamente, ma inesorabilmente, scomparendo dalle mappe.

Non li vedete commuoversi già? Non li sentite piangere immersi in un lago di lacrime? Non li guardate condividere freneticamente la storia della vecchietta sul loro profilo accompagnando il tutto con gattini, cuoricini, massime sulla vita di Paulo Coelho e cani color “kaffèèèèèèè” con in bocca delle rose del cazzo? E il pensiero che si articola in qualcosa del genere: “oh, che bellissima storia! Com’è terribilmente toccante! La vecchietta che vive tutta sola nel suo vecchio paesello a contatto con la natura senza tutta la tecnologia che oggi domina le nostre vite! Vive così bene perché non vede la tv e non legge libri!!11!!1!!! Quanto la invidioooooo!11!!!11!!”.

Coloro che commentano in questa maniera probabilmente sono gli stessi che metterebbero il naso fuori di casa principalmente per trascorrere le loro ferie barricati nel centro commerciale più vicino e che, a dispetto delle loro parole, non farebbero mai a cambio con la singolare situazione della signora Paolina. Singolare sì, ma solo per la peculiare modalità in cui si presenta. Il mondo, infatti, è pieno di casi che assomigliano a quello della vecchietta piemontese, dove comunità umane o singoli individui vivono quanto più possibile isolati dal tutto, per una propria personale scelta o a causa di altri fattori. Questo sino a quando qualcuno non decide di andare a rompere le scatole a queste persone e, dopo uno sguardo veloce su Google Maps e TripAdvisor, va lì, fa qualche foto, ci scrive un articolo e porta a galla l’esistenza di questi luoghi molto poco noti e delle persone tanto folli o coraggiose (questo dipende dal punto di vista del lettore) da viverci.

Bisognerebbe ammettere che nessun posto sul pianeta si può realmente dire “isolato” o così distante dai principali nuclei umani da poter sfuggire alla nostra fame di “isolamento”. Il desiderio, o la speranza, che possano esistere ancora luoghi (possibilmente incontaminati) lontani da tutto e da tutti per poter ricominciare la propria vita. Nulla di nuovo in questo, lo si fa dalla scoperta del Nuovo Mondo, passando per Robinson Crusoe sino a Cast Away e Selvaggi di Carlo Vanzina. Se non fosse, però, per due inconvenienti a livello culturale che permettono di tastare il modo con cui ci rapportiamo a ciò che riteniamo “civiltà”. La nostra idea di “luogo isolato” si avvicina più a un catalogo di Costa Crociere che ad altro. Se da una parte le località remote ci attraggono, dall’altra ci spaventano, e una volta viste da vicino realtà così particolari e così lontane da quelle alle quali siamo abituati, probabilmente, ci penseremmo su una ventina di volte prima di lanciarci in entusiastiche grida di meraviglia e gioia come quelle riportate sopra.

Condizioni ambientali ostili, comunità composte da quattro gatti, nessun luogo di svago, pochissimi collegamenti con i centri più vicini (che possono essere distanti giorni o settimane). Adattarsi all’ambiente sarebbe prioritario, quindi, vegano avvisato mezzo salvato. Se poi siete respiriani ricordatevi di portarvi dietro le scorte di luce dell’universo di cui andate ghiotti, perché in zone come la Siberia o il Polo Sud i mesi di luce sono molto pochi. E naturalmente il Wi-Fi per postare quelle cazzo di foto su Facebook funzionerà un paio di orette al giorno. Ammesso che ci sia. Non sarà allora un caso che uno di questi “luoghi isolati” sia stato denominato Desolation Islands, un arcipelago francese nel bel mezzo dell’Oceano Indiano meridionale, a metà strada fra l’Australia e il Sudafrica, lontano migliaia e migliaia di chilometri dai continenti. Il simpatico epiteto gli fu affibbiato nel XVIII secolo dal famoso navigatore inglese James Cook, e non c’è da biasimarlo visto che le Kerguelen (questo il vero nome delle isole) sono quanto di più vicino a Mordor si possa immaginare. Precipitazioni frequenti e abbondanti tutto l’anno, e soprattutto un vento gelido che va dai 150 ai 200 Km/h, imperversano continuamente sull’isola. Il vento è così violento che ha impedito la crescita di alberi e cespugli. Questo vuol dire che la terra è spoglia, dominata da rocce appuntite e scoscesi speroni in basalto sul mare, perennemente in tempesta (Mordor almeno non era ventosa). Nonostante ciò, dai settanta ai centodieci tecnici e scienziati vivono annualmente nell’insediamento di Port-aux-Francais, sede di laboratori geofisici e di biologia delle Kerguelen. I fortissimi venti soffiano anche sull’isola vulcanica di Tristan Da Cunha, nell’Oceano Atlantico meridionale, a più di tre settimane di nave dal Sudafrica. Le poche imbarcazioni di passaggio sono l’unico filo che lega l’isola all’outside world, concetto sviluppato dai duecento abitanti per indicare tutto ciò che esiste al di là del muro d’acqua che li circonda. Un isolamento voluto e difeso nel corso del tempo, con il rifiuto categorico degli isolani delle condizioni vantaggiose offerte dal governo inglese per farli trasferire definitivamente in Inghilterra, e che si riflette in una forte coesione sociale, assenza di criminalità (sino agli anni ’50 anche del denaro) e senso di ospitalità che ha invogliato vari naufraghi a trasferirsi qui, nonostante le difficili condizioni ambientali.

Sorte opposta capitata invece alle isole Pitcairn, nel mezzo del Pacifico e di proprietà inglese, e alla città di La Rinconada, in Perù. Le prime sono la classica località tropicale da paradiso terrestre con sole, spiagge imbiancate, mare cristallino, cocktail in noci di cocco e party hard tutta la notte. Avranno pensato a tutto ciò gli ammutinati del Bounty che nel 1790 decisero di insediarsi qui insieme a delle donne tahitiane, dopo esser sfuggiti alla Marina britannica che li cercava ovunque per impiccarli. Comunque, le loro notti da leoni non durarono a lungo visto che gli uomini iniziarono ad uccidersi a vicenda, spesso per liti sulle donne, aggravando il tutto con abbondanti dosi di alcol quotidiano distillato sull’isola. Alla fine, povero a lui, rimasero in vita solo un uomo, otto donne e vari bambini, ed oggi il numero degli isolani è di poco superiore, aggirandosi sulle cinquanta persone.

Come se non bastasse, la dimostrazione di come un paradiso si possa facilmente trasformare in un inferno è stata anche data dal fatto che a partire dal 2004 furono accusati alcuni uomini, fra cui anche il sindaco della capitale, di abusi sessuali su minori, che si sarebbero svolti sin dagli anni ’60. Da allora l’isola ha cercato di riabilitare la sua immagine ma con scarso successo. Se avete studiato mineralogia e siete uno dei tanti cervelli in fuga, La Rinconada non è propriamente indicata per sentirsi valorizzati a dovere. I vostri “colleghi” potrebbero essere spacciatori, terroristi, narcotrafficanti e poveracci d’ogni sorta, tutti comunque esclusivamente minatori, considerando la presenza di giacimenti d’oro alle pendici del ghiacciaio che da il nome alla città, posta a più di 5000 metri d’altitudine, risultando così la più alta del mondo e quasi inaccessibile. Molti arrivano qui attratti dalla facilità con cui ci si può procurare il prezioso minerale, ma le uniche cose certe che incontrano sono la temperatura sotto lo zero, i gas tossici nelle miniere, respirati per ore, la totale assenza di infrastrutture sicure sui luoghi di estrazione e la mancanza di una rete fognaria, che in una cittadina di 50.000 persone risulta un problema da non sottovalutare. E per chi non sopportasse l’afa estiva, ci sono Oymyakon, cittadina siberiana di cinquecento anime, praticamente il luogo più freddo della Terra, con temperature che arrivano a -67° e distante due giorni di auto dal centro principale, e Longyearbyen in Norvegia, il luogo composto da mille persone più a nord del mondo in cui è illegale essere dei senzatetto. Se vi doveste trovare da quelle parti, oltre a stare attenti alla Cosa di Carpenter, cercate di non morire, perché poi è un casino. A Longyearbyen potreste ritrovarvi senza qualche parte del corpo dopo aver fatto conoscenza con la fauna locale, in particolare con gli orsi polari, e a Oymyakon bisognerebbe accendere per molti giorni dei falò per riscaldare il terreno per poter poi seppellire il vostro cadavere.

Magari la signora Paolina conosce un metodo migliore e più veloce. D’altronde vi siete già chiesti perché poi alla fine è rimasta l’unica abitante del suo paese e perché le sue galline sono così grasse?

Carlo Cantisani
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Avete presente un buco nero? Ecco, na cosa del genere, però più piccolo, a forma di essere umano, con due gambe, due braccia, mani, occhi, orecchie, occhiali e (pochi) capelli. Ogni offerta in cibo è benvenuta. Sacrifici umani a vostra discrezione. Poi se c'è pure della musica va bene uguale.

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