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SE PLATONE VIVESSE OGGI ANDREBBE AL GRANDE FRATELLO

Seghe sotto le coperte, sveltine dentro l’armadio, tradimenti, lacrime, disperazione.

E poi Malgioglio, Malgioglio, Malgioglio, ripetuto come un mantra. Le sue frasi citate ovunque, le sue gif condivise pure dall’anima de li mortacci vostra. L’ultima stagione del Grande Fratello Vip si sta per concludere, e abbiamo visto esattamente ciò che ci aspettavamo. Scandali, polemiche ed un ormone sessuale nell’aria che neanche un allevamento di cavalli in primavera.

D’altronde stiamo parlando della trasmissione trash per eccellenza, che del “vedo-non vedo” e del “sento-non sento” ha fatto i propri cavalli di battaglia. Tra le perle di quest’anno, in ordine sparso, abbiamo potuto ammirare Lorenzo Flaherty che tra le coperte pratica l’attività consolatoria ad-una-sola-mano più amata da grandi e piccini, Cecilia Rodriguez che bacia le rotule di Ignazio Moser, un’incredibile Veronica Angeloni che salva in corner una bestemmia contro la Santa Vergine convertendola in un incomprensibile neologismo di provenienza ignota (Camalow, Camalow). La fiera del ritardo mentale, roba da circo Barnum. Ma con più applausi.

Eppure c’è un personaggio che, ahinoi, continua a mancare da questo zoo di individui sobri quanto Platinette e istruiti quanto un melograno. Un’assenza illustre. Un difetto riconducibile ad un solo, futile motivo. Quest’uomo è morto nel 347 avanti Cristo.

Stiamo parlando di Platone, il filosofo Ateniese più famoso di sempre. Ve lo trovereste in televisione, camicia di flanella e barba lunga (che oggi va pure di moda), a discutere con Alfonso Signorini circa le legittimazioni metafisiche del televoto. Sarebbe lì, in prima serata.

E volete sapere perché?

Innanzitutto perché Platone era un fico. E non lo diciamo tanto per dire. Figlio di genitori aristocratici, Platone era, prima ancora che un filosofo, un tizio coi big money tra le pieghe del chitone che di mestiere faceva il nullafacente. Che a pensarci bene, su questo saremo tutti d’accordo, è il mestiere perfetto per un concorrente tipo del Grande Fratello Vip. Se ne andava perlopiù in giro per la città, Platone, in compagnia del suo maestro Socrate. I due discutevano tutto il giorno con falegnami, interrogavano muratori, rompevano insomma le palle un po’ a tutti i lavoratori di Atene, mettendo alla prova le opinioni del fruttivendolo sugli dèi e criticando l’utilità dei poeti. Comportandosi da VIP, insomma, simpatici come la diarrea in piscina.

E una volta morto Socrate (condannato a morte da quegli stessi falegnami, muratori, fruttivendoli e poeti), Platone si diede all’attività che l’avrebbe reso celebre fino ai giorni nostri. La scrittura. Divenne un intellettuale scrittore le cui opere, a dirla tutta, erano anche scritte bene. Principalmente dialoghi, perché a quel fico barbuto non bastava spiegare le cose semplicemente, come avrebbe fatto una persona normale. Lui doveva trasmettere la passione, la realtà, lo sforzo della discussione. Doveva rappresentare la vita vera, con tanto di amici ubriachi e litigi superflui.

Se ora vi è più facile accostare Platone a Fabio Volo, non ditelo a nessuno, ma vi state avvicinando alla verità.
Che poi, diciamocelo, Platone assomigliava pure un po’ ad Adriano Pappalardo (la cui presenza su L’Isola dei Famosi nel 2003 ancora oggi brilla come una stella nel cielo delle compilation trash su Youtube). E non passava sicuramente inosservato, il nostro filosofo, dato che da giovane aveva praticato il pancrazio (l’equivalente greco del pugilato). Lo stesso nome con cui oggi lo conosciamo, Platone, non era che un soprannome datogli dal maestro di ginnastica, e significava qualcosa tipo “spalle larghe”. Il suo vero nome era Aristocle, riconducibile alla parola greca aristos, “nobile”. Ricco, famoso e con un appellativo del genere all’anagrafe, capirete benissimo perché Platone fosse il tipo di persona da non presentare mai alla vostra ragazza.

Facciamo allora finta che questo tizio, questo greco alto e grosso, abbronzato e in forma, venga come per magia riportato davvero in vita, in Italia, nel 2017. A quanto abbiamo appena detto dobbiamo aggiungere che parlerebbe di cose incomprensibili e a noi aliene, come metafisica, stabilità politica, moralità, uguaglianza di diritti tra uomo e donna. Il che, quando uno ha i soldi in tasca, diventa un affascinante motivo d’interesse.
Ovviamente, parlassimo noi di queste cose, magari seduti per terra in piazza, magari con una Peroni in mano, sembreremmo solamente i cugini scemi di Diego Fusaro.
Resta da specificare un ultimo punto. Posto che Platone sarebbe il concorrente perfetto per quel grande pot-pourri di stramberie che è il Grande Fratello, posto che avrebbe migliaia di seguaci sui social, posto che sarebbe pure un discreto chiavatore professionista, rimane da chiederci.

Perché dovrebbe andare in televisione?

La risposta è semplice quanto disarmante.

A Platone piacevano le avventure, e ne diede prova più volte nella vita. Nel 388 a.C., all’età di quarant’anni, si imbarcò per un viaggio verso la Sicilia. Ora pensate ai vostri genitori (o a qualunque persona conosciate che abbia superato gli “-anta”), e ditemi voi se loro andrebbero mai in un paese governato da una dittatura. Diciamo la Corea del Nord.

Certo che no. Col cazzo impanato e fritto che lo farebbero. Ma Platone non si limitò a visitare l’isola italiana più amata dal commissario Montalbano, allora governata dal tiranno Dionisio. Lui andò a convincere il tiranno di cambiare politica. Avete capito bene. Il suo obiettivo era quello.
Non solo. Fico com’era, Platone ripeté per ben tre volte l’esperimento, ogni volta passandosela malissimo. Giusto per darvi un’idea, la prima volta fu venduto come schiavo. Il semplice fatto che a quello seguirono altri due viaggi dovrebbe farvi capire che tipo di persona fosse. Ora ditemi voi se i vostri quarantenni ci andrebbero, a convincere Kim Jong-un che la vera felicità non si raggiunge con il potere, ma studiando la geometria.

Ma Platone era un genio, era un duro. Era uno che dabbava in faccia alla morte. Se Platone fosse stato una rockstar, avrebbe suonato in Vaticano. Fosse stato un tronista di Uomini & Donne, si sarebbe limonato la de Filippi.

Ma Platone era un intellettuale.

E, vivesse oggi, andrebbe al Grande Fratello.

TORINO. MINACCIA UNA RAPINA MA NESSUNO LO ASCOLTA

Illustrazioni di Icona T

 

“Cos’è rapinare una banca a paragone di fondarne una?” si chiedeva Bertolt Brecht. E alla sua celebre frase s’ispira Insospettabili sospetti, remake di una deliziosa commedia geriatrica del 1979 (con George Burns, Art Carney e Lee Strasberg).

La questione è semplice.

Defraudati dei fondi-pensione dalla loro banca, gli anziani Joe, Willie e Albert decidono di rapinarla. Dopo essersi grottescamente esercitati in un supermercato di quartiere al “colpo perfetto” (una delle gag più divertenti della pellicola), mettono realmente in atto il loro piano. E magari la scelta/cammeo di coprirsi il volto con le maschere di Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis jr, non è solo una piccola e irriverente citazione a cui tra l’altro noi italiani eravamo già stati sensibilizzati da uno dei capisaldi della commedia italiana anni 90. E forse anche Aldo, Giovanni e Giacomo personificando con delle maschere tre presidenti italiani (Cossiga, Scalfaro, e Pertini), e alla ricerca della loro gamba, qualche (e non solo qualche) figura di merda l’hanno fatta poi, sedendo di fronte al comando dei carabinieri come dei bambini colti mentre hanno le cosiddette mani nella marmellata, per usare un eufemismo politicamente corretto, o con le mani nelle mutande in piena pubertà mentre cercano disperatamente di chiudere tutte le schede di Pornhub aperte.

E alla fine a Torino, precisamente a Lombriasco, non è che ci sia stata tutta questa fantasia umoristica. Ma neanche un po’. E forse non si trattava nemmeno di quasi-pensionati derubati di qualcosa che gli spettava di diritto. Però un dieci per l’impegno i due quarantenni Luca Menerella e Giuseppe di Vincenzo se lo meritano.

Sapete no, quando si dice, UN DIECI ALL’INTENZIONE.

Ecco.

Così. Non si sa per quale motivo, magari c’era un Garpez di mezzo non si sa, i due in una bella mattinata di Luglio hanno deciso di rapinare la filiale di Intesa San Paolo di Lombriasco. Giuseppe di Vincenzo nei panni de “IL PALO” e Luca Menerella in quelli del protagonista, che armato di una 9 millimetri entra in questa piccola banca diretto verso una delle impiegate e agitando l’arma intima la mal capitata ad aprire la porta che conduce al bottino.

Il tutto si risolve in poco più di un minuto.

La donna con freddezza gli risponde che non può soddisfare la sua richiesta perchè la porta è blindata e bloccata e lei non dispone delle autorizzazioni necessarie ad aprirla. L’uomo così, sconsolato inizia a brandire la pistola con sempre meno convinzione mentre l’impiegata, semplicemente ritorna a lavorare, ignorandolo. Ebbene sì. Il rapinatore viene completamente ignorato dall’intero staff e dai correntisti dell’Intesa San Paolo presenti.

Così Luca, al quale ci sentiamo particolarmente affezionati visionando quel minuto e mezzo delle riprese a circuito chiuso completamente senz’audio, si precipita verso l’uscita per fuggire col compagno Giuseppe.

Quello che ci viene da pensare in primis è chissà cosa l’amico PALO avrà mai potuto pensare vedendoselo ritornare dopo così poco tempo e sostanzialmente con le pive nel sacco. Anzi. Senza manco il sacco in realtà.

Fatto sta che grazie alle telecamere di sorveglianza e ai testimoni i due malviventi occasionali sono stati arrestati dall’arma dei Carabinieri di Moncalieri pochi giorni dopo.

Ed è anche vero che la Giustizia è uguale per tutti e non ammette ignoranza, ma alla fine, per quanto possa far ridere una situazione di questo tipo, dovrebbe anche far riflettere.
Negli ultimi anni il tasso di criminalità in Italia è rimasto abbastanza stabile, leggermente aumentato, ma quello che dà da pensare sono le sottocategorie e come queste percentuali si stiano muovendo all’interno della grande famiglia “Criminalità”.
Gli omicidi sono pressoché stabili e le differenze latitudinali non sono particolarmente influenti. Ma non si tratta dello stesso affare quando si parla di due crimini in particolare. Stupri e rapine. Mentre nel primo caso si vede una maggiore affluenza di pubblico (eh sì, il pubblico negli ultimi anni ha fatto da protagonista a scandali di questo genere) dalle regioni italiane da Roma in su, nel secondo caso, l’aumento di percentuale è sconvolgente anche se l’AGI e il nostro amato Matteo Salvini rivendicano il contrario. E l’ISTAT e le testimonianze di certo non mentono. E forse sarà un problema di questa fantomatica crisi economica statale, inverosimile, dato che la realtà dei fatti è un’altra e l’Italia non è nemmeno tra i primi dieci Stati dell’UE per debito pubblico nazionale. Oppure il problema è proprio questo?

La reale fantomaticità della crisi.

Un effetto banalmente conseguenziale alla campagna propagandistica anti-storica e anti-verità che dall’avvento dell’Euro si è fatta, ovviamente ai danni dei cittadini.

E allora come mai rapine e furti sono in aumento? E non ci interessa sapere dove, tanto si sa come l’Italia bene o male sia messa. Non viviamo gli anni d’oro dei Casinò in Nevada e delle varie bande alla Bonnie e Clyde, o manipoli alla Ocean’s Eleven, e non c’è nessun Clooney a spacciarci una rapina come un atto di abilità sportiva o come una qualche sorta di auto-giustizia.

In Italia, furti e rapine in banche, case, negozi in generale è in aumento. E allora vi vorrei far riflettere solo su due punti.

L’ultima crisi economica che il mondo abbia visto, di una portata non indifferente, fu quella del 1929 (tranquilli siamo a conoscenze delle bolle immobiliari del 2000) e vi ricordate come fu risanata? Probabilmente no. Alla fine vi insegnano solo che un fottutissimo invasato discendente di ebrei appassionato di acquerelli ha sterminato circa sei milioni di, guardate un po’, ricchi banchieri che ancora oggi detengono un quinto della ricchezza mondiale. Magari era un pazzo. Magari la parola Olocausto è più che meritata, e qui non ci piove. Ma ricordate che un pazzo raramente si dimostra uno dei migliori statisti ed economisti degli ultimi duecento anni.
Quindi, questa crisi è realmente reale? O è solo l’ombra di qualcos’altro che in realtà vogliamo vedere?

E alla fine un altro dato interessante è il tasso di rapine quasi nullo nelle zone commerciali dove la presenza cinese è alta. Mah, magari è una coincidenza, o magari MISTERO ha ragione… Ma torniamo alla realtà.

Gli improvvisati, oggi, aumentano e commettono sempre più rapine, e la quasi totalità finisce con figure di merda o famiglie rovinate, e allora non ho ragione a dire che alla fine era meglio nascere Ebrei?

O cinesi.

Ebrei o Cinesi.

POPULISMO E PROPELLENTI TRA LE BAMBOLE DI HANS BELLMER

Illustrazione di Nalsco

 

Che si possa combattere con altri mezzi che non siano pallottole, è un fatto risaputo.

Che si possa combattere con delle bambole, è un fatto assurdo.

Ma il nemico di Hans Bellmer era di per sé assurdo. In una Germania nazista e oppressiva, l’idea di un corpo ariano perfetto finì per disgustare Bellmer a tal punto da iniziare una sua personalissima diserzione. Nel ‘33 diede vita ad una petite fille [bambina], nulla di più di una bambola dalle fattezze adolescenziali, ottenuta dall’assemblaggio di pezzi, una ragazza artificiale creata per «inventare desideri». Una parodia, un’arte degenerata, in poco tempo condannata dal regime.
La Poupée aveva un suo modello nella letteratura di inizio secolo, come il Der Fetisch di Kokoschka. Il grande espressionista austriaco non seppe fare i conti con la fine di una relazione, e intrappolò le fattezze dell’amata in una bambola costruita a grandezza naturale.

E allo stesso modo Bellmer componeva le sue bambole con organi, membra e articolazioni dislocati, moltiplicati, montati e poi fotografati, che potessero scandalizzare o risvegliare la coscienza del pubblico. E ancor più, nel mezzo, collocava un panorama, un dispositivo ottico debitamente illuminato che comprendeva sei mini-scene che avevano la funzione di analizzare i «sogni» della ragazza-oggetto.
Di fatti, la bambola non era che un anagramma plastico, i cui pezzi erano tasselli di un puzzle da incastrare, perché lo spettatore ne risolvesse il contenuto, rivelasse l’enigma del corpo. La percezione veniva scossa da visioni alterate e allucinatorie. Ma fu qui che il gioco sfuggì di mano, quando la satira divenne ossessione.

Il volto, appartenuto all’amore infantile di Bellmer, svelava una profonda malinconia che rendeva viva la petite fille. lo sguardo malinconico di un oggetto senza vita interpretava la frustrazione e l’impotenza del soggetto nazista che relegò la donna, essere deputato alla maternità, in quell’ambiente familiare e domestico che Bellmer le fece abitare e profanare. La fotografava avvinghiata a una ringhiera, slegata nel letto, legata su un telaio, fra quelle quattro mura dove non avrebbe potuto essere un nemico.

Non fu di certo l’unico che vide etichettata la propria arte come sottoprodotto della degenerazione e sotto la ghigliottina ci finirono persino Nolde, Kirchner, Kandiskij, Chagall e ancora Beckmann, Grosz e Segall, in quanto responsabili del degrado della morale. La mostra organizzata sull’entartete Kunst, [mostra sull’arte degenerata inaugurata a Monaco nel 37, che comprendeva le opere indice di un «futuro corrotto e malato»] era una grande raccolta di opere grottesche che potessero infangare il diktat nazista. L’allestimento si apriva con un grande crocifisso snaturato, di Ludwig Gies, rappresentante un Cristo contorto, posizionato in modo che le gambe piegate ostruissero il passaggio allo spettatore, sul quale campeggiava la scritta “Questa orrenda opera è appesa come omaggio ai caduti nella Cattedrale di Lubecca”. E non sarebbe certamente stato anacronistico trovare fra quelli il nome di Pyotr Pavlensky, artista russo perennemente nei guai per le sue performance. Tra labbra cucite in onore delle Pussy Riot, testicoli inchiodati sui sampietrini della piazza Rossa di Mosca, e incendi di porte di servizi segreti, l’artista fu celebrato come un denigratore nei cui atti vi era molto di vandalico e poco di artistico. Eppure quell’arte senza tele e pennelli è incisiva, rende il dissenso contro l’assurdità della Russia di Putin e dell’impotenza che regna nell’antica URSS. Non perciò un attentato alla morale, come venne vista la creazione di Bellmer, che riuscì a scrollarsi di dosso l’apatia inflitta dal regime, per esaltare l’uomo nascosto dietro il corpo.

Ma quest’arte che fa spesso a meno della legittimazione dell’autorità costituita, si ritrova a fare i conti con la persecuzione, e finisce per aver comunque bisogno di un’ala protettiva. Bellmer la trovò in Francia, nel caldo mondo dei surrealisti di Breton, il cui intento risiedeva nello sprigionare la libera immaginazione senza i vincoli della realtà materiale.

Eppure, quegli umili estimatori d’arte dei gerarchi nazisti non fecero altro che incrementare un interesse proprio verso ciò che aborrivano. Adolf Hitler non capì mai il valore dell’improfanabile mistero del corpo che Bellmer celebrò, ma respingendone l’idea e condannandolo non fece altro che evidenziare il pensiero e il significato che si celavano dietro l’opera-aborto. Ciò che comprese fu la potenza sociale dell’arte, e ne ebbe paura. Tanta da relegare perfino Van Gogh in qualche malmesso museo dell’orrore.

Di certo, proprio quel Van Gogh per cui oggi si fanno ore di fila con prenotazione, la cui opera meno pretenziosa è al riparo dietro vetri antiproiettile e visibile da almeno 13 metri oltre una linea gialla, sorvegliata da imperturbabili guardie inglesi cui ne proteggono il valore (economico). Proprio quella fila durante la quale si ha il tempo di riflettere su quanto non si sappiano più produrre opere belle e la storia sembra essersi fermata, annichilita e ormai inetta al produrre altra arte che non sia qualche avanguardia su muro, ssporchi e brutti ‘sti teppisti, devasta-intonacoscrostato-e-brucia-chiese, e di ricordarsi di nascondere “Mamma aiuto”, il libro di Cavanna e Altan, nel comodino in camera, perché così rispettosi non sono e potrebbero deviare qualcuno. E ricadiamo nella stessa identica trappola che ci vuole contenti solo di un certo standard artistico, che non implichi alcuna rivalutazione o critica del nostro modo di pensare agire, o ancor meno percepire. E se dietro i caschi gialli che fecero svegliare Piazza Affari quattro anni fa vi erano delle persone che cercavano di manifestare una preoccupazione, nella nostra mente rimbalza solo il significante, il mero gesto che di per sé risulterebbe vano e senza senso, una perdita di tempo, una trovata per non lavorare, un cattivo esempio.

Non la definiremmo propriamente arte, non ne analizzeremmo gli antecedenti e le conseguenze, semplicemente la condanneremmo in qualche etichetta denigratoria nella nostra mente, al fianco delle bambole di Bellmer, senza che possano riscattare il vero motivo della loro esistenza.

IL FARDELLO DELL’UOMO HIPSTER (approcciarsi a Brian Wilson da spettatore)

Illustrazioni di The Green Cut

 

Una persona che conoscevo mi ripeteva sempre che l’umanità si divide in due categorie: i protagonisti e gli spettatori.

Parte attiva e inconsapevole degli eventi i primi, concentrati sul proprio qui ed ora e intenti ad assorbirne acriticamente ogni particella. Sarcastica controparte i secondi, sempre un passo indietro, o di lato, rispetto al centro dell’azione. Io rientravo indisputabilmente, a suo dire, nella seconda specie.

Ci ho provato, lo giuro, ad avvicinarmi al concerto di Brian Wilson con lo spirito del protagonista. Ho indossato la mia camicia hawaiiana oversize, riempito la mente di good vibrations e lasciato da parte ogni senso critico, pronto a lasciarmi avvolgere dal caldo abbraccio della California degli anni ‘60, dal suo ottimismo new-age fatto di automobili decappottabili, bikini e tavole da surf. Prima che i giardini delle villette a schiera iniziassero a riempirsi di rifugi anti-atomici, prima che la avvolgesse il ragno peloso della controcultura, prima che il silicone inondasse la valley.

Cosa c’è di male, mi sono detto, nel celebrare uno dei pochi, credibili compositori del rock’n’roll e, con lui, un’epoca d’oro in cui, forse per l’ultima volta in occidente, almeno una piccola minoranza di persone si è sentita orgogliosa della propria vita e, soprattutto, spensierata? Perché dovrebbe essere sbagliato? Sono queste, d’altronde, le cattedrali del nostro tempo, il lascito dei baby boomers ai posteri, che ore e ore di filmati di repertorio in loop ci hanno efficacemente insegnato a idolatrare.
Allora perché, mi chiedo, sembra così impossibile, ascoltando Brian Wilson, riuscire a rivivere quelle sensazioni che lui stesso o Chuck Berry raccontavano? Perché il nostro disimpegno, politico ma soprattutto emotivo, è così simile ma tanto più infelice rispetto a quello dei Beach Boys? Forse è proprio perché non riusciamo a capirlo, a replicarlo, a riviverlo, quello spirito, che ci troviamo ancora qui, cinquant’anni dopo, ad ascoltare le canzoni di Wilson, McCartney o chicchessia, quasi sperando di poterne essere illuminati, di poter assaporare almeno per un secondo ciò che loro ci hanno detto di aver vissuto. E probabilmente è una specie di invidia collettiva quella che guida la retromania della nostra generazione, l’avvicinarci alla musica del passato come una farfalla da dissezionare, sempre, rigorosamente filtrata da un apparato critico.

Ma soprattutto, ripeto, perché tutte queste domande, perché la mente e lo spirito non riescono a vagare leggeri come su tavole da surf? Forse i tempi sono davvero cambiati, e così la musica, e noi stessi. Ed è davvero ormai impossibile presentarsi di fronte a Brian Wilson, o chi per lui, senza dimenticare in soffitta il proprio bagaglio culturale, senza i compiti a casa ben fatti. Lo chiamo il fardello dell’uomo hipster. Ed è una duplice sofferenza questa: l’inavvicinabilità dell’esperienza pura e, al tempo stesso, l’amara consapevolezza di quanto quell’esperienza, rivissuta oggi, sia effettivamente priva di senso. Così come l’Avvocato ne Le Porte del Cielo di Cortàzar, “mi faceva schifo pensare così, pensare ancora una volta ciò che agli altri bastava sentire”.

È quando ti ritrovi ad essere l’unico con indosso una camicia hawaiiana che credevi d’ordinanza, circondato dal verde delle magliette con la stampa PET SOUNDS 2017 © ben in vista, che rinsavisci e ti rendi conto di come non sia altro che un’illusione arrogante, quella di pensare di poter rivivere, anche per un istante, un’epoca intera in un concerto. Ed è qui che lo spettatore in te riemerge con prepotenza, recuperando dai suoi archivi tutto ciò che in un momento di amor proprio aveva cercato di sotterrare, deridendo quell’ingenuità che ti ha cacciato nella trappola Nostalgia per antonomasia. E pensare che non sarebbe stato così difficile rendersene conto. Il biopic fresco fresco di uscita – Love and Mercyl’esecuzione integrale di un classic album – Pet Sounds – il pubblico unanimemente estatico, dal bancario sessantenne al reduce del Primavera. A quel punto, basta la diffusione, prima del concerto, di una serie di cover orchestrali dei Beach Boys in stile Burt Bacharach a farti reagire come il padre di Laura Palmer in Twin Peaks.

Parte California Girls, e poi, a stretto giro, I get around, Surfer Girl e Don’t worry baby. Gli arrangiamenti sono perfetti, le armonie vocali collaudate e Wilson sembra essere a suo agio sul palco, da cui interagisce con il pubblico di Perugia piuttosto spontaneamente, presentando i membri della band senza particolari imbarazzi (“Hooray for the audience!”, lo si può sentire gridare in un vecchio album dal vivo, nel silenzio generale). Nonostante tutto, però, la band sembra come separata ermeticamente dall’ambiente circostante, quasi suonasse in una teca di vetro, incapace di trasmettere calore e emozioni. E dall’altra parte, questo effetto Madame Tussauds non può che tradursi nel distacco di chi ascolta, che rimane appunto spettatore, intento a postare foto su Facebook in un personalissimo ego trip stile Techetechetè.

Come sempre, in questi casi, lo spettatore che è in te, alla ricerca di spiegazioni razionali, si butta immediatamente su quel passe-partout sociologico che sono le “differenze culturali”: come pretendere di sentirsi protagonisti, nel nostro paese, di una narrazione (altro must imprescindibile) come quella dei Beach Boys, in cui l’estate è senza fine e la spiaggia il campo di battaglia? Se le distese infinite dell’America profonda – ce lo insegnano i western di Leone o Corbucci – non erano così dissimili da certe zone dell’Italia, allo stesso modo l’epopea del viaggio, della povertà, o quella ovviamente sentimentale di certa musica d’oltreoceano non potevano non attecchire nel nostro paese. Che dire invece del positivismo spensierato di Brian Wilson, delle spiagge californiane? Se si escludono gli anni del boom, dei musicarelli con Celentano (e Chet Baker) e dei twist di Peppino di Capri, quella sensibilità sembra chiaramente fuori contesto in qualsiasi altro momento della storia italiana, sempre problematica, spesso conflittuale, raramente armoniosa. In altre parole, accompagnare il racconto del ’77 con Surfin’ U.S. A. potrebbe essere una buona scelta stilistica, sì, ma non la troverete mai in un documentario di Veltroni.

“I just wasn’t made for these times”, canta Wilson, e non è mai stato così vero, oggi ancor più di quarant’anni fa, quando Pet Sounds segnava il definitivo distacco dei Beach Boys dall’immaginario californiano – e di Brian Wilson dalla realtà.
Pieno di malinconia, solitudine e disagio, questo è l’unico album dei Beach Boys a essere sopravvissuto alla prova del tempo, tanto da poter essere eseguito nella sua interezza ancora oggi. E, non a caso, è durante Sloop John B. – col suo “I feel so broke up, I wanna go home” – che per la prima volta sembra squarciarsi il velo di nostalgia che separa band e pubblico. Forse è soltanto una brutale questione di forma. Se le modalità in cui l’uomo sfoga il proprio benessere sembrano cambiare a un ritmo vertiginoso, il suo approccio alla disperazione, al blues, mantiene una sua feroce costanza nel tempo. L’esempio più lampante è il ballo. Lo swing, il twist, il lindy-hop, la breakdance, il boogaloo, la disco, la tecktonik, il liscio. Uno dopo l’altro hanno inesorabilmente perso la propria urgenza, la propria presa sul pubblico, trasformandosi da spontanei e liberatori mezzi espressivi a pacchiane maschere retrò con la velocità di una maionese scaduta. Al contrario, cinquant’anni dopo, il lamento di Ray Charles è tanto attuale quanto quello di James Blake.

“Talking ‘bout hard times, who knows better than I?” La storia comincia e finisce qui.

Il malessere, la disperazione, ma anche la presunzione di stare vivendo qualcosa di unico e degno di essere gridato o sussurrato al mondo. L’autoreferenzialità che richiede l’atto stesso di guardarsi allo specchio e raccontare ciò che vede e, al tempo stesso, l’umiltà di chi disperatamente canta sperando che qualcuno condivida la medesima sofferenza, o quantomeno trovi interessante la sua storia. È questo mix di egotismo e empatia a dar vita a opere d’arte che, a differenza di una Barbara Ann qualsiasi, toccano tematiche che hanno attanagliato l’uomo in ogni momento della sua esistenza: la nostalgia di casa, la gratitudine verso la propria compagna, il senso di straniamento rispetto alla società. Ecco perché, ancora oggi, è possibile ascoltare Pet Sounds e commuoversi, essere protagonisti.
Ma è una sensazione temporanea, sfuggente: Brian Wilson finisce l’ultimo brano di Pet Sounds e si entra tutti in modalità villaggio turistico. Col pilota automatico, il pubblico si alza dalle sedie in cui era sprofondato tra il dormiveglia e la disperazione, fiondandosi sotto il palco per ballare Good Vibrations, con un’urgenza da timer atomico, quasi fosse l’ultima canzone della loro vita. La malinconia è solo un brutto ricordo ora e il ginocchio può scivolare come di fronte a un Edoardo Vianello qualsiasi. Ed è tragico rendersi conto che tutti nella platea stavano ansiosamente attendendo l’hully gully, il rifugio in un passato da cartolina per sfuggire alla tragica attualità della disperazione di un uomo.

E, una volta tanto, è un sollievo essere qui tra la folla da spettatore, fiero di non essere il protagonista di questa drammatica fuga dalla realtà a bordo di una tavola da surf.