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DEAN CLIFFORD. LA STORIA DI UN UOMO FARFALLA.

Illustrazione di Laura Cagnoni

Dean Clifford.

Così si chiama, ne sentivo parlare spesso dagli amici.

So che ora ha trentotto anni, mentre i dottori, alla nascita, non gliene avevano dati da vivere più di cinque.
Me lo ricordo, quelle poche volte che usciva di casa per giocare coi bambini del quartiere. Aveva sempre la faccia cosparsa di chiazze rosse. Una maschera di sangue. Che ci volete fare, la sua pelle si rompeva di continuo.  Gli altri ragazzini lo chiamavano Pelle di farfalla, o Bambino di Ovatta. Beh, questi erano i due nomignoli più carini.  L’altro giorno parlavo con mio fratello, che è rimasto in paese tutti questi anni, non come me. Quindi è rimasto sempre aggiornato su tutto quello che succedeva, inclusa la vita di Dean.  Mi ha ricordato che la malattia da cui è affetto si chiama Epidermolisi Bollosa. O meglio, la sua forma più grave.

Avere questo disturbo non significa vivere bene, ve lo assicuro. Immaginate di avere la pelle così fragile che la minima frizione potrebbe provocarle dei danni. Immaginate di ritrovarvi con delle ferite alle mani ogni volta che indossate dei guanti. Ecco, qualcosa del genere. E dopo, immaginate quanto diventi difficile svolgere qualsiasi altra attività.
Mi hanno detto che ogni mattina Dean deve cambiare tutte le bende che ricoprono il suo corpo, dopo un lungo bagno. Si tratta di una routine di circa tre ore. Ogni mattina.

Questo aneddoto mi ha fatto venire in mente immagini di antichi battesimi, che si facevano immergendosi completamente in acqua. Certo a Dean deve fare male questo battesimo. Mio fratello dice che è una specie di martire. Che sta soffrendo per i nostri peccati. Ma insomma, i peccati di chi, dico io? E a lui chi gliel’ha chiesto di soffrire? Non ha mica deciso di nascere così. Beh, lasciamo stare. Mio fratello a volte è un po’ strano.

Ah, mi hanno detto anche un’altra cosa. Che un giorno Dean ha iniziato a sollevare pesi. A stendersi su una panca e ad alzare un manubrio sopra di sé. Quelle cose lì. Io se devo essere sincero non le ho mai capite, però, voglio dire, ognuno fa un po’ quello che vuole.

Dean dice che sollevare pesi lo fa stare bene, ma io non capisco come. Mi sembra solo una gran sofferenza. Sollevare più di cento chili, così, stesi su una panca… e in più col suo problema alla pelle. Deve fare un male cane.
L’altro giorno, preso dalla curiosità, sono andato in palestra a vedere l’Uomo Farfalla sollevare i suoi pesi.
Lo vedevo da lontano. Provavo disagio nel guardarlo in faccia troppo a lungo. Entrambe le palpebre inferiori gli pendevano verso il basso, ed erano rosse di sangue. La sua testa era quasi una sfera perfetta, completamente priva di capelli. Qua e là delle croste rosate spezzavano il bianco candido della sua pelle.
Dean si è steso sulla panca, a fatica, con dei gemiti. Aveva delle bende sulle braccia, attorno a un gomito, e sulle mani.
Oggi tentava di stabilire un nuovo record. Centocinquanta chili. Circa il doppio del suo peso corporeo.

Si è fatto silenzio tutto intorno. Dean ha cominciato a respirare profondamente, ma in modo affannoso. Inizialmente ho pensato che stesse avendo dei problemi respiratori.

Si è battuto una mano sul petto qualche volta, gridando, e si è steso sulla panca. Non riuscivo più a staccargli gli occhi di dosso. Poi è successo tutto in un attimo. Ha sollevato il manubrio dal supporto e l’ha fatto scendere verso di sé. Nel frattempo gemeva di dolore. Mi immaginavo tutti i microscopici tagli che gli si stavano formando sulla sua pelle, in diversi punti del corpo.

Poi, con uno sforzo enorme, ha spinto nuovamente il manubrio verso l’alto. Si è alzato dalla panca di scatto, con un grido liberatorio.

Beh, mi capirete, non riuscivo a crederci. Avevo appena visto una farfalla sollevare centocinquanta chili.

L’UOMO CHE VISSE TRE ANNI SU UNA PALMA

Illustrazione di Laura Cagnoni

Avete presente quelle storie fuori dal normale? Quelle storie dove stenti a credere la loro veridicità sebbene ci siano prove concrete della loro effettiva avvenuta?

Gilbert Sanchez, filippino, residente nella località di La Paz, un bel giorno decise di arrampicarsi su una palma alta 20 metri e di non scenderci per tre lunghi anni.

Tale decisione, propriamente non ordinaria, andò a creare una concatenazione di eventi incredibili. Cosa portò Sanchez a prendere una decisione così definitiva? Durante una lite abbastanza violenta, venne sparato dritto in testa. Il terrore creatosi in lui, uno shock abissale, lo portò a fuggire sul primo punto più alto lì vicino, ovvero una palma.
Immaginatevi ora, intemperie, temporali e giornate di caldo afoso, e poi immaginatevi Sanchez. Rannicchiato su una palma per tre lunghi anni. La motivazione, che rasenta la follia, portò un unico uomo a vivere un’esperienza irripetibile. Siamo quasi sicuri che tale idea gli fosse venuta in mente in un momento di poca lucidità, ma le decisioni prese in maniera così impulsiva solitamente si sgretolano dopo qualche ora. Qui parliamo di anni, di un uomo che non voleva assolutamente scendere per colpa di presunte manie di persecuzione grandi tanto quanto quella palma su cui vi si era abbarbicato.
Vedovo da una quindicina d’anni, padre con responsabilità, decise di non scendere da quella sua casa nemmeno quando la madre gli disse di non essere più in grado di prendersi cura dei suoi figli. Incapace di accompagnarli a scuola, avrebbero perso anche l’istruzione. Perciò cosa si muoveva nella testa di Sanchez per non provare senso di colpa e commiserazione nemmeno quando entrò in gioco la vita dei suoi figli?

Sanchez, d’altro canto, aveva un persona che si occupava del suo fabbisogno giornaliero. Winifreda Sanchez, la stessa madre che, seppur anziana e quasi invalida, esasperata da una situazione grave e assurda, si premurava di legargli beni di prima necessità su una corda ogni giorno. Cibo, vestiti, talvolta sigarette venivano recuperati da Gilbert per sopravvivere in maniera modesta su una palma. La madre, assieme al fratello, lo pregarono di scendere nei successivi lunghi mesi, ma la risposta fu sempre la stessa. Un cenno del braccio e nulla di più.
Ormai tale storia era conosciuta in tutto il villaggio e nessuno si mosse in prima persona per capovolgere una situazione che non sarebbe potuta durare ancora a lungo. Una popolazione di silenti che vivevano normalmente la loro vita con la consapevolezza che un loro compaesano stava vivendo rannicchiato su una palma da tre anni. Quando ormai la sua famiglia si stava arrendendo, un articolo comparse sul web. Tutta la storia di Gilbert fu descritta per filo e per segno, e fu virale. Bastò poco tempo per fare in modo che diverse persone circondassero la sua palma. Fu l’ultimo vano tentativo di convincerlo a scendere volontariamente dalla sua casa. Dopo l’ennesimo rifiuto, il gruppo guidato dalla polizia locale decise di azionare una motosega e tagliare l’albero. Tale operazione fu eccessivamente rischiosa perché poteva ovviamente portare alla caduta dell’uomo. Andò a buon fine però e Gilbert Sanchez toccò il suolo per la prima volta dopo tre lunghi anni. Ciò che spaventò la gente furono le condizioni fisiche e mentali del poveretto. Tralasciando il tasto dolente dell’igiene, furono le vesciche e i morsi d’insetto che ricoprivano il suo corpo a destare tanta preoccupazione. Per non parlare della colonna vertebrale irrimediabilmente deformata per il tempo trascorso in quella posizione. La sua condizione psichica invece rasentava la pazzia. Il primo psichiatra a visitarlo fece una valutazione a dir poco agghiacciante: psicosi, allucinazioni, manie di persecuzione furono solo alcuni, dei gravi problemi di Sanchez che comunque non sarebbero bastati ad esplicare il perché del suo stare tanto a lungo in un contesto così inumano.

Questa non è altro che la triste storia di un uomo che, preso da uno shock non curato, decise di buttare tre anni della sua vita su una palma.

Inconcludente, ma indubbiamente avvincente allo stesso tempo.

TORINO. MINACCIA UNA RAPINA MA NESSUNO LO ASCOLTA

Illustrazioni di Icona T

 

“Cos’è rapinare una banca a paragone di fondarne una?” si chiedeva Bertolt Brecht. E alla sua celebre frase s’ispira Insospettabili sospetti, remake di una deliziosa commedia geriatrica del 1979 (con George Burns, Art Carney e Lee Strasberg).

La questione è semplice.

Defraudati dei fondi-pensione dalla loro banca, gli anziani Joe, Willie e Albert decidono di rapinarla. Dopo essersi grottescamente esercitati in un supermercato di quartiere al “colpo perfetto” (una delle gag più divertenti della pellicola), mettono realmente in atto il loro piano. E magari la scelta/cammeo di coprirsi il volto con le maschere di Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis jr, non è solo una piccola e irriverente citazione a cui tra l’altro noi italiani eravamo già stati sensibilizzati da uno dei capisaldi della commedia italiana anni 90. E forse anche Aldo, Giovanni e Giacomo personificando con delle maschere tre presidenti italiani (Cossiga, Scalfaro, e Pertini), e alla ricerca della loro gamba, qualche (e non solo qualche) figura di merda l’hanno fatta poi, sedendo di fronte al comando dei carabinieri come dei bambini colti mentre hanno le cosiddette mani nella marmellata, per usare un eufemismo politicamente corretto, o con le mani nelle mutande in piena pubertà mentre cercano disperatamente di chiudere tutte le schede di Pornhub aperte.

E alla fine a Torino, precisamente a Lombriasco, non è che ci sia stata tutta questa fantasia umoristica. Ma neanche un po’. E forse non si trattava nemmeno di quasi-pensionati derubati di qualcosa che gli spettava di diritto. Però un dieci per l’impegno i due quarantenni Luca Menerella e Giuseppe di Vincenzo se lo meritano.

Sapete no, quando si dice, UN DIECI ALL’INTENZIONE.

Ecco.

Così. Non si sa per quale motivo, magari c’era un Garpez di mezzo non si sa, i due in una bella mattinata di Luglio hanno deciso di rapinare la filiale di Intesa San Paolo di Lombriasco. Giuseppe di Vincenzo nei panni de “IL PALO” e Luca Menerella in quelli del protagonista, che armato di una 9 millimetri entra in questa piccola banca diretto verso una delle impiegate e agitando l’arma intima la mal capitata ad aprire la porta che conduce al bottino.

Il tutto si risolve in poco più di un minuto.

La donna con freddezza gli risponde che non può soddisfare la sua richiesta perchè la porta è blindata e bloccata e lei non dispone delle autorizzazioni necessarie ad aprirla. L’uomo così, sconsolato inizia a brandire la pistola con sempre meno convinzione mentre l’impiegata, semplicemente ritorna a lavorare, ignorandolo. Ebbene sì. Il rapinatore viene completamente ignorato dall’intero staff e dai correntisti dell’Intesa San Paolo presenti.

Così Luca, al quale ci sentiamo particolarmente affezionati visionando quel minuto e mezzo delle riprese a circuito chiuso completamente senz’audio, si precipita verso l’uscita per fuggire col compagno Giuseppe.

Quello che ci viene da pensare in primis è chissà cosa l’amico PALO avrà mai potuto pensare vedendoselo ritornare dopo così poco tempo e sostanzialmente con le pive nel sacco. Anzi. Senza manco il sacco in realtà.

Fatto sta che grazie alle telecamere di sorveglianza e ai testimoni i due malviventi occasionali sono stati arrestati dall’arma dei Carabinieri di Moncalieri pochi giorni dopo.

Ed è anche vero che la Giustizia è uguale per tutti e non ammette ignoranza, ma alla fine, per quanto possa far ridere una situazione di questo tipo, dovrebbe anche far riflettere.
Negli ultimi anni il tasso di criminalità in Italia è rimasto abbastanza stabile, leggermente aumentato, ma quello che dà da pensare sono le sottocategorie e come queste percentuali si stiano muovendo all’interno della grande famiglia “Criminalità”.
Gli omicidi sono pressoché stabili e le differenze latitudinali non sono particolarmente influenti. Ma non si tratta dello stesso affare quando si parla di due crimini in particolare. Stupri e rapine. Mentre nel primo caso si vede una maggiore affluenza di pubblico (eh sì, il pubblico negli ultimi anni ha fatto da protagonista a scandali di questo genere) dalle regioni italiane da Roma in su, nel secondo caso, l’aumento di percentuale è sconvolgente anche se l’AGI e il nostro amato Matteo Salvini rivendicano il contrario. E l’ISTAT e le testimonianze di certo non mentono. E forse sarà un problema di questa fantomatica crisi economica statale, inverosimile, dato che la realtà dei fatti è un’altra e l’Italia non è nemmeno tra i primi dieci Stati dell’UE per debito pubblico nazionale. Oppure il problema è proprio questo?

La reale fantomaticità della crisi.

Un effetto banalmente conseguenziale alla campagna propagandistica anti-storica e anti-verità che dall’avvento dell’Euro si è fatta, ovviamente ai danni dei cittadini.

E allora come mai rapine e furti sono in aumento? E non ci interessa sapere dove, tanto si sa come l’Italia bene o male sia messa. Non viviamo gli anni d’oro dei Casinò in Nevada e delle varie bande alla Bonnie e Clyde, o manipoli alla Ocean’s Eleven, e non c’è nessun Clooney a spacciarci una rapina come un atto di abilità sportiva o come una qualche sorta di auto-giustizia.

In Italia, furti e rapine in banche, case, negozi in generale è in aumento. E allora vi vorrei far riflettere solo su due punti.

L’ultima crisi economica che il mondo abbia visto, di una portata non indifferente, fu quella del 1929 (tranquilli siamo a conoscenze delle bolle immobiliari del 2000) e vi ricordate come fu risanata? Probabilmente no. Alla fine vi insegnano solo che un fottutissimo invasato discendente di ebrei appassionato di acquerelli ha sterminato circa sei milioni di, guardate un po’, ricchi banchieri che ancora oggi detengono un quinto della ricchezza mondiale. Magari era un pazzo. Magari la parola Olocausto è più che meritata, e qui non ci piove. Ma ricordate che un pazzo raramente si dimostra uno dei migliori statisti ed economisti degli ultimi duecento anni.
Quindi, questa crisi è realmente reale? O è solo l’ombra di qualcos’altro che in realtà vogliamo vedere?

E alla fine un altro dato interessante è il tasso di rapine quasi nullo nelle zone commerciali dove la presenza cinese è alta. Mah, magari è una coincidenza, o magari MISTERO ha ragione… Ma torniamo alla realtà.

Gli improvvisati, oggi, aumentano e commettono sempre più rapine, e la quasi totalità finisce con figure di merda o famiglie rovinate, e allora non ho ragione a dire che alla fine era meglio nascere Ebrei?

O cinesi.

Ebrei o Cinesi.

ALLA FINE SI SA CHE LA LEGGE NON AMMETTE IGNORANZA

Come ci insegna il buon Arthur Schnitzler, per quanto il mondo possa sembrare assurdo, non va mai dimenticato che agendo o astenendosi dall’agire si offre un importante contributo a questa assurdità. Del resto, come dimostra David Hand in un suo interessante studio, l’improbabilità non esiste ma può essere teorizzata. E nel momento in cui qualcosa di decisamente vicino a essere considerato impossibile viene messo per iscritto, può essere in qualche modo considerato vero. Immaginate un universo in cui tutto quello che avete letto su internet, verificato o meno, è legge. Un universo caotico in cui è possibile essere multati per aver passeggiato con un cono gelato in tasca (a quanto pare azione proibita negli States, anche se purtroppo nessuno ha mai voluto dimostrarne la veridicità). Per aiutarvi in questo esperimento mentale, mi assumo la responsabilità di aver preparato una storia in cui incontrerete una serie di divieti e regole che, fino a prova contraria, esistono nel mondo (quello vero).

Verrete posti difronte a un bivio.

Ti svegli nella tua stanza. Sono le dieci del mattino, è estate ed è il tuo compleanno. Decidi di iniziare la giornata al meglio, quindi:

A Fai una doccia
B Decidi di fare una passeggiata in spiaggia

OPZIONE A

Decidi di iniziare la giornata con una bella doccia fresca che ti dia la carica giusta. Essendo il tuo compleanno, decidi di dedicare il tuo unico bagno mensile autorizzato a questa occasione speciale (Pennsylvania). Rischiando il capogiro per il caldo, ti avvii verso il bagno. Un cartello sulla porta ti ricorda che è vietato tenere cavalli nella vasca (Carolina del Sud). Per fortuna tu non ne hai mai posseduto uno, ma in compenso hai una voce da fare invidia a Vitas. Mentre ti insaponi sotto l’acqua ghiacciata inizi a canticchiare, ma un allarme ti ricorda che conviene rimandare a quando sarai in accappatoio (Pennsylvania). Dopo aver fatto ripassare al vicinato un mix sconveniente di cori da stadio e sigle delle serie animate della tua infanzia sei pronto per uscire. Davanti alla porta dell’ascensore ti ricordi di controllare che il suddetto sia al piano, pena la multa (San Paolo, Brasile). Giunto al piano terra trovi la tua fidanzata ad aspettarti. Ti ha fatto una sorpresa e ti ha raggiunto nella tua città. Ha ancora la valigia appresso. Vi abbandonate a un bacio appassionato, attenti a non farlo durare più di 1 secondo per non entrare nel penale (Halethorne, Maryland). Oltretutto oggi sfoggi un magnifico paio di baffi che farebbero invidia a Yosemite Sam, quindi avresti rischiato una multa doppia (Iowa).Vi mettete in cammino verso il centro, per fare un giro lungo il Corso, che in questo momento ha l’asfalto così bollente che temete vi possano evaporare i piedi. Le vostre scarpe chiuse fanno intravedere dei calzini resi obbligatori da una recente legge (Israele), quindi allungate fino all’ufficio del Comune per richiedere una licenza per poter girare a piedi nudi (Texas). Dieci dollari totali, ma almeno adesso camminare è un piacere. Quasi vi dispiace rinunciare al fresco tepore della strada per chiamare un taxi, ma del resto le campane della chiesa vicina hanno battuto dodici colpi e la vostra prossima meta è abbastanza distante. L’auto arriva e, dopo essersi assicurato che nessuno di voi due passeggeri abbia la peste (Londra), il tassista apre il cofano per posare la valigia, faticando un po’ a incastrarla nel portabagagli che, come previsto, ospita già una balla di fieno di medie dimensioni (Australia). Dopo svariati minuti (e svariati microbaci), giungete alla vostra destinazione: il ristorante del vostro primo appuntamento. Hai capito che lei era la donna giusta per te nel momento in cui non ha riso quando hai ordinato una brodaglia macrobiotica che per mesi ha fatto dubitare gli amici della tua sessualità. La stessa brodaglia la ordini oggi insieme a un milkshake. Del resto, non puoi fare altrimenti, nonostante la tua leggera intolleranza. Non bere latte, infatti, è considerato illegale da svariati anni (Utah). La tua ragazza, intanto, ha chiesto uno stracchino e una weiss media, approfittando del fatto che c’è la tua zuppa che sta cuocendo a pochi metri (unica eccezione per ordinare la birra, in Nebraska). Mentre aspetti inizi a tamburellare con i piedi per terra, ma il cameriere intima di non continuare perchè altrimenti sarà costretto a chiamare la polizia (New Hampshire). Intanto ti ha portato la zuppa e tu la sorseggi avidamente e rumorosamente. Il cameriere, a quel punto, caccia te e la tua ragazza dal locale per evitare di chiamare davvero le forze dell’ordine (in New Jersey è illegale mangiare rumorosamente la zuppa). Con lo stomaco disturbato e una incazzatura colossale, uscite e decidete che l’unico modo per riparare la giornata è quello di sfogarvi con una sana scopata. Per risvegliare le vostre pulsioni lussureggianti, ricordate tutte quelle volte in cui avete dato sfogo ai vostri istinti violando la legge. Aver fatto sesso percorrendo una strada urbana con il sidecar (Norfolk, Virginia) è stata un’avventura da brividi, ma di certo mai quanto quella volta in cui lo avete fatto in piedi nella cella frigorifera di un negozio (vietato a Newcaste, Wyoming). Non c’è tempo di abbandonarsi ai ricordi quando si è già davanti all’albergo. Neanche il tempo di chiudere la porta della camera e già lei si si sfila il vestito, mentre tu invece ti sfili di tasca un preservativo. Dura lex, sed lex, igitur Durex (nel Nevada è proibito avere rapporti sessuali senza preservativo), ma del resto è bene essere protetti. Un simpatico cartoncino sul letto vi ricorda che è vietato darsi vicendevolmente piacere senza indossare le apposite camicie da notte (Hastings, Nebraska). Lo considerate un gioco e vi abbandonate l’uno all’altra per infiniti attimi. Quando emergete dal tripudio di lenzuola stropicciate, le dai finalmente un bacio degno di questo nome e ti muovi a fatica verso il bagno, nel buio. Essendo passate da un pezzo le 22, non puoi né pisciare in piedi come tuo solito (Svizzera), né tirare lo sciacquone subito dopo (Svizzera). Torni a letto e prendi lentamente sonno cullato dal profumo di chi, in fondo, ha reso la tua giornata degna di essere vissuta.

Tra le sue braccia ti senti a casa.

OPZIONE B

Decidi di fare una passeggiata in riva all’oceano per scrollarti di dosso la tua aria ancora assonnata. Camminando senti la brezza estiva che ti accarezza la pelle e ti abbandoni ai suoni della città, che intanto si fa sempre più lontana. Ma il tuo training autogeno da passeggio si interrompe bruscamente nel momento in cui senti le sirene (non quelle che abitano l’oceano, purtroppo). Un gruppo di forze armate affolla la spiaggia, su cui troneggia una balena morta evidentemente da poco. Ti avvicini un po’ e senti che alcuni carabinieri stanno litigando tra di loro per trovare il giusto metodo per tagliare la balena. La testa, infatti, in queste occasioni va conservata per il re, mentre la coda appartiene automaticamente alla regina, non si sa mai che abbia voglia di costruircisi un busto (Inghilterra). I poliziotti, dando prova di estremo pragmatismo, stanno esaminando la situazione. Ti avvicini con cautela per sentire di più. A quanto apparirebbe dalla perizia, le ferite sul dorso dimostrano che l’animale è stato sparato. Si tratta dell’ennesima vittima della Blue Whale, la banda di gangster che da diversi mesi terrorizza la costa, stuprando animali marini, ma solo se di sesso femminile, per evitare di finire in tribunale (Libano). Questa volta hanno commesso un errore. Uccidere una balena da un’automobile in corsa (cosa più che probabile, vista la profondità delle ferite) è illegale, a prescindere dal sesso dell’animale (Tennessee). Nessun avvocato, per quanto competente, potrà evitare loro l’ergastolo. Improvvisamente i poliziotti si accorgono della tua presenza e, visti i tuoi trascorsi nell’esercito, ti coinvolgono nelle indagini. Nulla di impegnativo, ovviamente. Si tratta semplicemente di andare a cercare delle informazioni al vecchio negozio di pesci tropicali in fondo al lungomare. Ci vai, soprattutto perchè per chiederti una mano hanno evitato di arrestarti, e trovi una piacevole sorpresa: le venditrici sono tutte in topless. Scopri che, a quanto pare, nei negozi di pesci tropicali è considerato legale per le commesse scoprire il seno (Liverpool). Del resto, si sa che i pesci amano le bocce. Dopo un attimo di smarrimento, cerchi la tua informatrice: una ragazza con i capelli blu e un pesce palla tatuato sulla spalla. Le spieghi sottovoce la situazione e lei ti dice queste esatte parole: “Vietato dare da bere ai pesci”. Non si tratta solo di una precisazione effettivamente valida come regola all’interno del negozio (Ohio), ma del codice che ti avevano mandato a cercare. Comunichi l’informazione a chi di dovere e , prima di tornare a casa, passi dalla pasticceria a comprarti un dolcetto per festeggiare il tuo compleanno e la tua mattinata da agente segreto.

Le leggi qui riportate rimbalzano da anni sul web. Non esiste un modo preciso per sapere se siano effettivamente tutte in vigore o rispettate. Chi fruisce di certi articoli tende a farsi una risata, e si concede a quello che si legge, la possibilità di essere considerato autentico. Del resto, l’assurdità del mondo che abitiamo non rende in qualche modo plausibile anche ciò che sembra altamente improbabile?

 

Illustrazioni di Sofia Buratti

VISIONI CUBANE

Vignales,14 aprile

Nella piazza di Vignales c’è sempre gente, ma non sempre c’è rumore.
Si creano spontanei a-social club di persone, per rivendicare (a tempo limitato e a pagamento) l’adeguamento al terzo millennio, laddove 3G è una sigla senza significato e la scritta “Wifi+codici” non fa parte della tappezzeria delle pareti di alcuna casa.
Forse, anche per l’assenza di turisti stazionari, le piazze senza “spot wi-fi controllati” sono sempre più vuote e abbandonate rispetto alle altre.
Come un tormentone estivo, lo spazio virtuale pervade e innesca lo spazio pubblico.

Vignales, 15 aprile

Alba.
La foschia sembra fumo stazionario sulla distesa piana di piantagioni di caffè e tabacco.
Sopra la nebbia si innalzano rigidamente grandi panettoni di pietra calcarea costellati da grotte. Vuoti di materiale come strappati a mano, colmati da macchie verdi di vegetazione antigravità.

Matanzas, 16 aprile

Tramonto.
Sulla Via Blanca che costeggia il litorale nordest dell’isola passano poche auto e qualche camion, e alcune motociclette, e un sidecar. Sui sedili della moto un uomo e una donna con in testa due elmetti, e nel “side”, zampe all’aria, il culo incastrato e lo sguardo sul retro, un asino.

Varadero, 17 aprile

La Lonely dice che a Varadero ci sono tra le più belle e ampie spiagge di tutti i Caraibi.
È giustamente una lunga lingua di terra occupata da resort che privatizzano l’accesso al mare, inframmezzati da tratti di spiaggia libera in cui turisti poveri e cubani si godono brezza e benessere. Una famiglia autoctona allargata (sia per numero che per dimensioni) sorseggia cerveza a mollo nell’acqua trasparente, e, con la stessa leggiadria, accartoccia le lattine verde brillante e le getta senza pensieri tra le onde delicate di una “tra le più belle e ampie spiagge di tutti i Caraibi”.

Playa Larga, 18 aprile 

Piove.
Un bambino e il suo cavallo aspettano la calma dopo il temporale. Il primo accovacciato, il secondo in piedi al suo fianco. entrambi rifugiati sotto la carena sospesa di una nave della Marina da guerra americana, monumentalmente ricollocata al centro di una piazza.
Un bambino, il suo cavallo, e uno sgraziato scalpo ferruginoso dalle conquiste della Revolución.

Playa Giron, 19 Aprile

La sera del 19 aprile a Playa Giron si celebra la vittoria delle armate rivoluzionarie nella Baia dei porci.
Una festa di paese con giostre meccaniche appartenenti ad altre epoche e dai colori slavati, macchine dello zucchero filato e stand economici di giocattoli usati.
Intanto un concerto di raggaeton. Donne, ragazze e bambine indossano abiti succinti accompagnati da gioielli falsi e appariscenti.
Da Playa Giron la notte non si può ritornare in auto a Playa Larga perché lungo quei 17km migliaia di granchi, dopo aver depositato le uova nella foresta, attraversano la strada per tornare in mare e con le loro chele bucano i pneumatici.
Tra Playa Giron e Playa Larga, la notte del 19 aprile, nella guerra contro l’invasività dell’uomo nel loro ecosistema, piccole forze della natura vincono una battaglia.
Fortuna nostra che ci sono i camion.

Cienfuegos, 20 Aprile

Nell’autostazione di Cienfuegos, nonostante siano presenti (e rigidamente separati) sia il terminale delle linee turistiche che quello dei trasporti nazionali, c’è un solo bagno agibile.
Nel bagno dell’autostazione di Cienfuegos non c’è né carta né acqua corrente. Né nel vaso, né nel rubinetto.
Per ventiquattro ore al giorno, un funzionario statale, dopo ogni uso, entra con un secchio d’acqua dentro quelle quattro pareti mezze grigie mezze bianche.

Trinidad, 21 Aprile

Trasporti

Trinidad (4 e qualcosa am.)- L’ Habana (14 p.m.), poco meno di 400 km.

  •  Autobus con pochi sedili adiacenti alle pareti e in cui piove dentro, e, nel buio del mattino, l’acqua si distribuisce in tutte le direzioni sul liscio pavimento metallico.
  •  Autobus costellato da scritte in coreano, troppo affollato. Un venditore ambulante ripone a fianco all’autista due secchi colmi di frittura.
    Di fianco, una grande torta decorata e ricoperta di panna è posata per terra e si spalma contro l’estintore alla destra della leva del cambio.
    I nostri zaini occupano sempre troppo spazio e per scendere li facciamo passare dal finestrino. Non abbiamo moneta, una signora gobba paga per noi, gringos indesiderabili.
  • Camion sovietico con cassone posteriore sigillato con una sottile feritoia trasversale, adibito nelle lunghe tratte al trasporto passeggeri, 50 pesos cubani (2 euro) per 200 km.
    Nei giorni festivi gli amarillos, funzionari in tuta gialla, si posizionano in alcuni punti strategici dell’autopista e fermano i mezzi che passano per distribuire e indirizzare i pendolari.

L’autostop è metodo ufficializzato di trasporto nazionale.

L’Habana, 22 Aprile

Il Centro Habana mi fa impazzire.
Un brulichio di formiche che entrano ed escono attraverso gli alti portali di quelli che erano sontuosi palazzi coloniali. E giocano a scacchi e urlano e cantano e stendono panni sporchi sopra i parapetti di ferro battuto in stile art nouveau dei balconi ai primi piani, e da cui, inspiegabilmente e senza preavviso, crescono alberi.

L’Habana, 23 Aprile

Ora della merenda.
Tra le vie confuse del Centro Habana una panetteria come tante vende due tipi di pane per 1 peso cubano (4 cent) a pagnotta, e tre tipi di dolci, anch’essi a 1 peso al pezzo.
I prodotti vengono serviti ai clienti direttamente dalle teglie in cui sono stati sfornati. Il pane a mano. I dolci con goiaba su ritagli di carta di giornale. La marmellata di goiaba appiccica.
Lo spazio di vendita è il laboratorio di produzione, (o il laboratorio di produzione è lo spazio di vendita), e il negozio è in una casa (o una casa è nel negozio). Qui tra spazio di vita e commercio non c’è embargo né frontiera.

 

Flash di viaggio sulla transizione di un paese in estinzione, senza pretese di intendere, né intenzioni di spiegare

 

Illustrazioni di Laura Cagnoni

L’UOMO DEI SOGNI NON ESISTE

Illustrazione di Crushed Lame

Era il 2006 quando un noto psichiatra newyorkese chiese a Irene, sua paziente di lungo corso, di ritrarre il volto dell’uomo che continuava ad apparire nei suoi sogni. L’uomo in questione sembrava conoscerla molto bene e tornava puntualmente tutte le notti per darle consigli sulla sua vita, ma la donna giurava con tutte le sue forze di non averlo mai visto prima della sua improvvisa comparsa.

Lì per lì, lo psichiatra non diede molto peso alla cosa. L’uomo dei sogni sembrava essere un normalissimo uomo di mezza età, stempiato e dalle folte sopracciglia. Una specie di Andrew Lloyd Webber, solo più giovane e brutto. Forse solo lo sguardo, con quegli occhi grandi e un po’ lascivi, riusciva a incutere un po’ di inquietudine. Ma è dall’alba dei tempi che il genere umano crea personificazioni dei principi regolatori della sfera onirica, quando la mente dorme e le catene dell’inconscio cedono. Alcune erano benevole, altre molto meno, e “quell’uomo” non sembrava rientrare in nessuna delle due categorie. Non aveva la bellezza di una divinità greca, ma non sembrava neanche un assassino a sangue freddo alla Freddy Kruger. Non si giudica una persona dalle apparenze, figuriamoci quelle che non esistono neanche. Il ritratto rimase sulla scrivania dello psichiatra per qualche tempo, inosservato e dimenticato.

Fu solo per puro caso che un altro paziente, scorgendolo, vi riconobbe una figura familiare. Anche lui aveva sognato “quell’uomo” e, ovviamente, neanche lui aveva idea di chi fosse.
Sempre più perplesso, lo psichiatra decise di mandare quel ritratto ad alcuni suoi colleghi per constatare se si fossero presentati casi simili. “Per pura curiosità”, cercava di giustificarsi, ma era ovvio che la cosa avrebbe potuto prendere una svolta inquietante e parecchio bizzarra.

Durante i primi mesi, furono in 4 a riconoscere la strana figura. Dal 2006 ad ora, l’uomo dei sogni è stato avvistato circa 2000 volte, da persone situate in tutte le parti del mondo e senza connessioni apparenti. L’uomo non è mai stato avvistato in “questo” mondo.
Una presenza eterea e sfuggente che figurava nei contesti più disparati.

Brigitte, parigina di nascita, racconta di aver sognato un uomo alto e scuro che le mostrava una foto, chiedendole se vi riconoscesse il volto del padre defunto. Ma l’uomo raffigurato era lui, l’uomo dei sogni, e nonostante quest’ultimo non somigliasse affatto al padre di Brigitte, ella rispose implicitamente che, sì, lo riconosceva, ed era proprio suo padre. A quel punto in genere si svegliava con una forte sensazione di tranquillità, ma c’erano delle volte in cui il sogno continuava. Si trovava davanti la tomba del padre, ma dalla lapide mancava la fotografia.
Oppure, Matteo, di 54 anni, racconta di aver sognato l’uomo vestito da Babbo Natale. Quando è apparso ricorda di essersi sentito molto felice, come se fosse tornato bambino. L’uomo gli sorrise e la sua testa iniziò a galleggiare nell’aria come un palloncino e non importava quanto provasse a prenderlo, non riusciva mai a raggiungerlo.

La storia iniziò presto a diffondersi a macchia d’olio.

Nacquero molte teorie che cercarono di giustificare il fenomeno, dall’immagine archetipica dell’inconscio collettivo di junghiana memoria, passando all’ipotesi para-scientifica secondo cui esisterebbe effettivamente un uomo reale capace di penetrare nei sogni altrui grazie alle sue particolari facoltà psichiche, fino alla visione messianica in cui “quest’uomo” sarebbe una manifestazione di Dio, una sorta di oracolo i cui consigli vanno seguiti alla lettera.
Se tutto ciò ha suscitato la vostra curiosità, potremmo dire che l’operazione è perfettamente riuscita. L’uomo dei sogni non è né più né meno che un esperimento sociale, che sfrutta quella che oggi è diventata una delle più grandi piaghe del mondo occidentale, dopo le apericene e i DLC: le bufale internettiane. Tutto ciò che avete letto finora è frutto della mente di Andrea Natella, sociologo ed esperto di marketing a capo della Guerrilla Marketing, società specializzata in “truffe sovversive”, ovvero nella creazioni di progetti d’arte che esplorano la pornografia, la politica, la pubblicità. E tizi inesistenti dallo sguardo inquietante, ovviamente.

Il marketing virale non è di certo stato inventato ieri. Sono sempre esistite strategie del genere volte ad attirare l’attenzione sul prodotto venduto tramite la multimedialità, coinvolgendo il potenziale acquirente all’interno di attività che non riguardano un determinato tipo di intrattenimento. Qualche anno fa uscì il film Cloverfild, ad opera di J.J. Abrams, e per l’occasione vennero creati il sito internet di un fittizia compagnia specializzata in bevande analcoliche (www.slusho.jp) e un manga che fungeva da prequel, entrambi utili per avere un quadro più completo della storia. O, almeno, per avere più tasselli utili a tessere varie teorie, in modo che lo stesso fandom potesse scambiarsi opinioni in merito. E un fandom numeroso e vivo è quasi sempre indice di successo commerciale. La stessa Guerriglia Marketing creò il sito Salviamodanny.org, finto appello umanitario che nel 2005 si rivelò essere una pubblicità per il film Danny the Dog di Louis Leterrier, prodotto da Luc Besson.

Si tratta, in definitiva, di invadere altre sfere della quotidianità, di fare in modo che l’esperienza offerta dal prodotto venga protratta anche al di là dello spazio cui è circoscritto. Un film che non finisce nel momento in cui esci dalla sala o togli il dvd dal lettore ma che, di contro, continua a coinvolgerti anche in altre forme che con la fruizione cinematografica non hanno nulla a che vedere, genera franchise che possono essere convertiti nei modi più vari.

Qui si è andato oltre, visto che non vi era nessun prodotto “fisico” da pubblicizzare. Si è creata una specie di leggenda metropolitana a cui tutti, uomini e media, hanno più o meno creduto. Un’idea a cui chiunque avrebbero potuto partecipare, immedesimandosi, generando coinvolgimento. Coinvolgimento che, a sua volta, ha portato a dei profitti veri, con la vendita di magliette, spille e oggettistica di genere. Ai tempi si parlava addirittura di un possibile film diretto da Bryan Bertino (regista di The Strangers).

Tutta questa storia sembra volerci dire che non serve avere qualcosa da vendere per fare marketing. Se attiri l’attenzione generalista, il “cosa” può anche arrivare in un secondo momento. Si può partire con tutto, anche con il volto di un uomo comune. La classica faccia che puoi aver visto di sfuggita mentre facevi la spesa, senza rendertene conto. Lo sogni e dopo averci parlato ti convinci a mollare il lavoro che odi con tutto te stesso. Puoi sognarlo decapitato e, mentre la sua testa inizia a fluttuare come i palloncini di It, lui continua a dirti che tutto andrà bene. Oppure, ti si può parare davanti, in silenzio e senza proferire parola, e nel sogno ti ritrovi ad urlare affinché ti dica qualcosa, qualunque cosa. Non è importante che qualcuno abbia veramente sognato tutto ciò, ma piuttosto rendere i racconti tanto verosimili da sembrare veri, facendo leva sulla sensazione. Non è da escludere che, quando la notizia iniziò a circolare, molti iniziarono davvero a sognare “quell’uomo”, in una specie di auto-convincimento virale in cui la leggenda si alimenta da sola.

Ma anche se fosse così, l’unica cosa certa è che l’uomo dei sogni non esiste. Esistono solo uomini che devono fare i conti con se stessi, quando le luci si spengono e i mostri vengono fuori. E far leva sulle debolezze umane è da sempre l’anima del commercio.

RIACE E LA MONETA DEL CAMBIAMENTO

Illustrazione di Camilla Neri

Camminando per le strade rocciose di Riace (piccolo comune in provincia di Reggio Calabria) saltano all’occhio i numerosi murales che decorano le pareti delle case antiche. Colori e messaggi di solidarietà spiccano sulle crepe lasciate dal tempo. Del resto, il tempo in questi luoghi a tratti sembra essersi fermato, come quando, di tanto in tanto, si vede un uomo raccogliere i rifiuti porta a porta portandosi dietro due asinelli. Riace mantiene tutto il fascino della Calabria, terra aspra e dannata, dove in mezzo alle rovine greche nascono ginestre e bergamotti. Eppure, è proprio da questo piccolo e vivo centro nel cuore della costa ionica, che, da qualche anno, si sta portando avanti una vera e propria rivoluzione.

Negli ultimi decenni si è spesso parlato, in toni più o meno accesi, dei flussi migratori che stanno interessando la nostra penisola in maniera sempre più consistente. È chiaro che si tratta di un problema concreto e che l’integrazione non può essere semplice né immediata, ma questo non esclude che le soluzioni possano esistere. Da questo punto di vista, Riace, a partire dagli anni ’90, in concomitanza con i primi sbarchi, si è meritato a tutti gli effetti l’appellativo di “Paese dell’Accoglienza”.

Al momento, infatti, convivono nel paese almeno 25 etnie diverse, ciascuna delle quali contribuisce a dare vita a quello che, altrimenti, sarebbe ancora un comune fantasma. Non solo i profughi (circa un terzo della popolazione attuale) sono una vera e propria risorsa, ma la loro presenza nel territorio ha contribuito allo sviluppo di iniziative all’avanguardia. Una di queste è stata l’introduzione, nel 2010, di una moneta locale, volta a compensare la mancata puntualità degli aiuti economici dello SPRAR (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati), che spesso giungono a destinazione con diversi mesi di ritardo. I negozianti hanno accolto la proposta con entusiasmo e, tuttora, permettono ai migranti di acquistare nei loro esercizi commerciali beni di prima necessità, favorendo ulteriormente l’integrazione tra le comunità. A ciascuno, infatti, vengono consegnate delle banconote del valore complessivo di circa 185 euro mensili, che non comprendono i costi delle utenze e dell’affitto (a carico di progetti ONU). Una volta arrivati i fondi statali, i debiti vengono saldati, senza che l’economia locale subisca alcun danno.

“Si tratta di Comuni poveri, in cui il settore tributi è bloccato: a Riace non ci sono addizionali comunali in quanto abbiamo deciso di non incidere con i prelievi fiscali e abbiamo consentito inoltre a tutte le attività commerciali di utilizzare gli spazi pubblici senza pagare alcuna concessione comunale. I costi della politica sono ridotti ai minimi termini, in quanto non abbiamo indennizzi, telefoni aziendali, macchine comunali, autisti o altro. C’è voluta, quindi, grande creatività per fare tutto questo, per quella che per noi è una nuova possibilità di sviluppo per vari settori.”

A parlare è il sindaco (da tre mandati) Domenico Lucano, portavoce dei cambiamenti che stanno interessando questo piccolo centro della Calabria, che non finisce mai di guadagnarsi l’ammirazione del dibattito mondiale. Infatti, lo stesso primo cittadino è stato recentemente menzionato nella lista delle cinquanta persone più influenti a livello mondiale indetta dalla rivista statunitense Fortune. I turisti, del resto, non mancano e possono anche loro usufruire della moneta locale, acquistando le banconote (del valore di 1, 2, 5, 10, 20 e 50 euro e raffiguranti vittime della mafia come Peppino Impastato e liberatori di popoli come Che Guevara o Gandhi) con uno sconto del 20% sul prezzo in euro corrispondente.

Naturalmente non sono mancate le proteste.

“Il servizio centrale del Ministero dell’Interno non è d’accordo con il nostro esperimento perché è fuori dalle sue linee guida. Io stesso sono visto male dalle autorità, ma questo sistema presenta molti vantaggi: per intanto, è trasparente e impedisce che qualcuno si arricchisca alle spalle dei migranti; non ci sono fondi neri o sporchi, e soprattutto i rifugiati sono direttamente coinvolti e incrementano il circuito dell’economia locale.”

Mimmo ‘o curdu (come è stato ribattezzato proprio per il forte legame che ha stabilito con i profughi) sa che la strada che ha intrapreso fa storcere più di un naso, ma è determinato a proseguire. Sempre più comuni stanno adottando il sistema delle monete locali, riportando in vita una tradizione che fonda le proprie radici nell’antichità e che anche in passato è servita a far fronte alle mancanze statali (basti pensare ai “miniassegni” emessi dal Banco San Paolo di Torino nel 1975 per far fronte alle piccole spese giornaliere in un periodo in cui c’era pecunia di denaro di piccolo taglio).

Jamu, dunque, Mimmo! Riace continua a essere la bussola che guida questo cammino e il fuoco che anima chi, stringendo i denti, continua a seguirne buon esempio. Passo dopo passo, sfida dopo sfida, sarà, forse, possibile costruire davvero un mondo più sano.

Del resto, come sosteneva Giuseppe Valarioti (un altro grande calabrese, caduto nella lotta alla ‘ndrangheta e raffigurato su una delle monete comunali): “Se non lo facciamo noi, chi deve farlo?”