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SE PLATONE VIVESSE OGGI ANDREBBE AL GRANDE FRATELLO

Seghe sotto le coperte, sveltine dentro l’armadio, tradimenti, lacrime, disperazione.

E poi Malgioglio, Malgioglio, Malgioglio, ripetuto come un mantra. Le sue frasi citate ovunque, le sue gif condivise pure dall’anima de li mortacci vostra. L’ultima stagione del Grande Fratello Vip si sta per concludere, e abbiamo visto esattamente ciò che ci aspettavamo. Scandali, polemiche ed un ormone sessuale nell’aria che neanche un allevamento di cavalli in primavera.

D’altronde stiamo parlando della trasmissione trash per eccellenza, che del “vedo-non vedo” e del “sento-non sento” ha fatto i propri cavalli di battaglia. Tra le perle di quest’anno, in ordine sparso, abbiamo potuto ammirare Lorenzo Flaherty che tra le coperte pratica l’attività consolatoria ad-una-sola-mano più amata da grandi e piccini, Cecilia Rodriguez che bacia le rotule di Ignazio Moser, un’incredibile Veronica Angeloni che salva in corner una bestemmia contro la Santa Vergine convertendola in un incomprensibile neologismo di provenienza ignota (Camalow, Camalow). La fiera del ritardo mentale, roba da circo Barnum. Ma con più applausi.

Eppure c’è un personaggio che, ahinoi, continua a mancare da questo zoo di individui sobri quanto Platinette e istruiti quanto un melograno. Un’assenza illustre. Un difetto riconducibile ad un solo, futile motivo. Quest’uomo è morto nel 347 avanti Cristo.

Stiamo parlando di Platone, il filosofo Ateniese più famoso di sempre. Ve lo trovereste in televisione, camicia di flanella e barba lunga (che oggi va pure di moda), a discutere con Alfonso Signorini circa le legittimazioni metafisiche del televoto. Sarebbe lì, in prima serata.

E volete sapere perché?

Innanzitutto perché Platone era un fico. E non lo diciamo tanto per dire. Figlio di genitori aristocratici, Platone era, prima ancora che un filosofo, un tizio coi big money tra le pieghe del chitone che di mestiere faceva il nullafacente. Che a pensarci bene, su questo saremo tutti d’accordo, è il mestiere perfetto per un concorrente tipo del Grande Fratello Vip. Se ne andava perlopiù in giro per la città, Platone, in compagnia del suo maestro Socrate. I due discutevano tutto il giorno con falegnami, interrogavano muratori, rompevano insomma le palle un po’ a tutti i lavoratori di Atene, mettendo alla prova le opinioni del fruttivendolo sugli dèi e criticando l’utilità dei poeti. Comportandosi da VIP, insomma, simpatici come la diarrea in piscina.

E una volta morto Socrate (condannato a morte da quegli stessi falegnami, muratori, fruttivendoli e poeti), Platone si diede all’attività che l’avrebbe reso celebre fino ai giorni nostri. La scrittura. Divenne un intellettuale scrittore le cui opere, a dirla tutta, erano anche scritte bene. Principalmente dialoghi, perché a quel fico barbuto non bastava spiegare le cose semplicemente, come avrebbe fatto una persona normale. Lui doveva trasmettere la passione, la realtà, lo sforzo della discussione. Doveva rappresentare la vita vera, con tanto di amici ubriachi e litigi superflui.

Se ora vi è più facile accostare Platone a Fabio Volo, non ditelo a nessuno, ma vi state avvicinando alla verità.
Che poi, diciamocelo, Platone assomigliava pure un po’ ad Adriano Pappalardo (la cui presenza su L’Isola dei Famosi nel 2003 ancora oggi brilla come una stella nel cielo delle compilation trash su Youtube). E non passava sicuramente inosservato, il nostro filosofo, dato che da giovane aveva praticato il pancrazio (l’equivalente greco del pugilato). Lo stesso nome con cui oggi lo conosciamo, Platone, non era che un soprannome datogli dal maestro di ginnastica, e significava qualcosa tipo “spalle larghe”. Il suo vero nome era Aristocle, riconducibile alla parola greca aristos, “nobile”. Ricco, famoso e con un appellativo del genere all’anagrafe, capirete benissimo perché Platone fosse il tipo di persona da non presentare mai alla vostra ragazza.

Facciamo allora finta che questo tizio, questo greco alto e grosso, abbronzato e in forma, venga come per magia riportato davvero in vita, in Italia, nel 2017. A quanto abbiamo appena detto dobbiamo aggiungere che parlerebbe di cose incomprensibili e a noi aliene, come metafisica, stabilità politica, moralità, uguaglianza di diritti tra uomo e donna. Il che, quando uno ha i soldi in tasca, diventa un affascinante motivo d’interesse.
Ovviamente, parlassimo noi di queste cose, magari seduti per terra in piazza, magari con una Peroni in mano, sembreremmo solamente i cugini scemi di Diego Fusaro.
Resta da specificare un ultimo punto. Posto che Platone sarebbe il concorrente perfetto per quel grande pot-pourri di stramberie che è il Grande Fratello, posto che avrebbe migliaia di seguaci sui social, posto che sarebbe pure un discreto chiavatore professionista, rimane da chiederci.

Perché dovrebbe andare in televisione?

La risposta è semplice quanto disarmante.

A Platone piacevano le avventure, e ne diede prova più volte nella vita. Nel 388 a.C., all’età di quarant’anni, si imbarcò per un viaggio verso la Sicilia. Ora pensate ai vostri genitori (o a qualunque persona conosciate che abbia superato gli “-anta”), e ditemi voi se loro andrebbero mai in un paese governato da una dittatura. Diciamo la Corea del Nord.

Certo che no. Col cazzo impanato e fritto che lo farebbero. Ma Platone non si limitò a visitare l’isola italiana più amata dal commissario Montalbano, allora governata dal tiranno Dionisio. Lui andò a convincere il tiranno di cambiare politica. Avete capito bene. Il suo obiettivo era quello.
Non solo. Fico com’era, Platone ripeté per ben tre volte l’esperimento, ogni volta passandosela malissimo. Giusto per darvi un’idea, la prima volta fu venduto come schiavo. Il semplice fatto che a quello seguirono altri due viaggi dovrebbe farvi capire che tipo di persona fosse. Ora ditemi voi se i vostri quarantenni ci andrebbero, a convincere Kim Jong-un che la vera felicità non si raggiunge con il potere, ma studiando la geometria.

Ma Platone era un genio, era un duro. Era uno che dabbava in faccia alla morte. Se Platone fosse stato una rockstar, avrebbe suonato in Vaticano. Fosse stato un tronista di Uomini & Donne, si sarebbe limonato la de Filippi.

Ma Platone era un intellettuale.

E, vivesse oggi, andrebbe al Grande Fratello.

JACOPO MARIANI, IL PICCOLO CARLO IN PROFONDO ROSSO, 40 ANNI DOPO

Illustrazioni di Samuele Recchia

Un po’ come per quanto riguardava l’accipignosissimo Danilo Bertazzi, morto di overdose per qualche tempo e poi magicamente risorto, le leggende metropolitane in unione ai pregiudizi sono sempre in agguato. Oltre alla Melevisione, chiunque sia stato concepito da genitori discretamente premurosi e attenti, ricorderà senz’altro l’avversione nei confronti del genere horror. L’isteria causata dallo zapping finito in maniera accidentale ne L’esorcista, suscitava inevitabilmente vaneggiamenti sulla brutta fine degli attori e sui disturbi, postumi alla visione, di qualsiasi spettatore minore. Ma noi di PROTT, accaniti sostenitori del genere, baldi smascheratori degli enigmi della puerizia, ci siamo interrogati sull’attendibilità di tali gossip.

In seguito ad estenuanti ricerche volte al reperimento di informazioni sulle presunte morti di tutte le comparse, under 14, de La maledizione di Damien, abbiamo tentato di avvicinare virtualmente qualcuno che avesse recitato in un ‘film di paura’, in tenera età. Dopo aver letteralmente vivisezionato il Web, siamo riusciti a rintracciare un mostro, un vero criminale, un serial killer, seviziatore, una persona seriamente compromessa dall’atto recitativo, segnata nel profondo, quello rosso. Perché è dell’attore che interpreta baby Carlo in Profondo rosso che stiamo parlando. Carlo in Profondo rosso e Albert in Suspiria, due famose pellicole di Dario Argento.

Gli abbiamo anzitutto chiesto di raccontarci chi fosse e perché dovremmo conoscerlo. Così, Jacopo Mariani, dopo aver salutato, si presenta come un ragazzo che all’età di soli 9 anni, nel 1974, ha intrapreso la sua carriera nel mondo del cinema. Mentre noi non siamo stati ingaggiati nemmeno per la pubblicità di uno scadente marchio di carta igienica, Jacopo è stato selezionato personalmente da Dario Argento in quanto aveva già sondato il terreno cinematografico con il regista Aldo Lado (nel film La cugina), lo stesso anno, e poiché era un bambino “molto maturo e indipendente”, nonostante la giovane età. Calati nei panni di una solerte figura dedita alla tutela del ragazzo esposto a cotanti rischi, ci preme appurare se Jacopo sia stato o meno seguito da una sorta di tutor, qualcuno che gli abbia spiegato cosa stesse accadendo sul set.

Giusto per ricalcare il divario esistente tra il nostro pisciarci a letto e la sua prematura maturità artistica (e non solo), ci confessa di essere stato sorretto esclusivamente dalla madre, la quale lo accompagnava sul set e lo lasciava navigare indipendentemente nell’oceano della cinematografia. Lo scoop giornalistico vede il suo culmine nell’affermazione:

“Per farvi capire, a 10 anni già cucinavo e avevo le chiavi di casa”

Sconvolti da tale straordinaria autonomia, memori della nostra opprimente, quanto indispensabile, subordinazione fanciullesca, ci manifestiamo curiosi di conoscere i ricordi in merito a questa duplice esperienza di recitazione. Jacopo ci parla di un momento di forte “crescita caratteriale e maturazione personale”, momento vissuto in serenità. Ci accenna quanto sia stato divertente lavorare dietro le quinte e quanto ciò che lo spettatore vede si discosti da ciò che realmente accada sul set. Perciò, alla domanda,

“Permetteresti a qualcuno di caro, in tenera età, che dipende da te, di recitare in un film dell’orrore?”

 non poteva che rispondere utilizzando toni favorevoli. Ci racconta che se i suoi figli volessero, spontaneamente, far parte di un film horror, li appoggerebbe, “donandogli le mie esperienze” (le sue, di Jacopo, ovviamente). Disorientati da tanta positività, turbati dalle fandonie raccontateci durante l’infanzia, continuiamo a porre domande, chiedendo a noi stessi se non avessimo commesso un grave errore, intervistando per sbaglio una delle comparse di ‘Matilda 6 mitica’. Non che la parrucca di Danny DeVito e la Trinciabue fossero meno inquietanti di Profondo Rosso nel suo insieme. Speranzosi di ricevere qualche dettaglio macabro, gli domandiamo “Questa avventura ha avuto particolari ripercussioni sugli anni vissuti in seguito?”. E proprio mentre rievochiamo gli arresti cardiaci in esclusiva per l’X-Files theme, maggiore fonte di guadagno per gli psicanalisti residenti nei paesi in cui veniva trasmesso, Jacopo ci suggerisce che

“Il passato deve essere un bagaglio di vita per tutti noi”

dopo aver smentito qualsivoglia ripercussione negativa. Sempre più smarriti ed increduli, continuiamo a vagare nel buio, cercando di incastrarlo. “Considerata la fascia d’età durante la quale è avvenuto il tuo contributo alla cinematografia, riuscivi a scindere il carattere reale degli attori incontrati durante questo percorso, da quello del personaggio che interpretavano?”.

Niente da fare.

“Sicuramente non l’ho vissuto come una favola, scindevo bene la realtà dalla finzione”, afferma.

Una volta svaniti definitivamente nel fumo i nostri tentativi di inchiodarlo, non ci resta che chiudere quest’intervista rivelatrice delle menzogne dell’infanzia. Era il nostro scopo, certo, ma non ci aspettavamo tanto divario dalle premesse incorporate in tenera età.
“Qual è il film a cui sei più affezionato? Com’è stato guardarti sullo schermo? E com’è ora?”.

“Sono molto legato a Suspiria, tanto che sino ad oggi frequento tutti coloro che ne hanno fatto parte. Fu una grande emozione rivedermi sul grande schermo, come si dice… a prodotto finito. A distanza di 40 anni, assieme a mia moglie, Dario e famiglia, abbiamo rivisto Suspiria in 4k (versione restaurata). Ancora più emozionante, visto dal lato affettivo e ricolmo di ricordi”.

Infine, dopo averci cordialmente salutato, Jacopo ci lascia alla riflessione. Ripercorrendo i momenti cruciali che lo hanno coinvolto nei film, tiriamo le somme, cercando di fare una stima in modo tale da individuare un valore da posizionare sulla famosissima scala horrorifica. Ci limitiamo a comunicarvi che non è stato coinvolto in scene “particolarmente” creepy. Questa valutazione di giudizio è frutto di un’analisi approssimativa dei film che vedono bambini al centro dell’azione. È piuttosto ovvio che esista un grande distacco tra il tenere un coltello in mano ed essere brutalmente martoriati. O vomitarsi addosso il pranzo dei 6 Natali precedenti (molto meno mitici di Matilda).

Ma il quesito più importante da porsi è un altro.

Per quale motivo ci consentivano di guardare Genitori in trappola? No perché Lindsay Lohan sì che è una “brutta persona”.

IN PERSONA 5 TI PUOI FARE LE MATURE

Illustrazione di Roberto D’Agnano

Shin megami tensei: Persona 5 è l’ultimo capitolo di una saga JRPG ormai ventennale che, nel corso degli anni, è riuscita a conquistarsi una considerevole fetta di fan e appassionati. Questo per via della sua formula originalissima e per certi versi irripetibile, che mescola i classici elementi da gioco di ruolo giapponese con quelli di un simulatore di vita, per la trama articolata e, infine, per i suoi personaggi sempre ben caratterizzati, cui è impossibile non affezionarsi. In questo senso, il quinto capitolo del francise può essere considerato, senza troppi giri di parole, l’apice della serie, grazie soprattutto ad una storia molto matura e ambiziosa che affronta temi quali lo scontro generazionale, la sfiducia verso il futuro, la corruzione della politica, le disuguaglianze sociali e la necessità di dare voce ai più deboli.

Impersonando uno studente al secondo anno del liceo, Persona 5 vi permette di passare il vostro tempo libero con dei “confidenti”, dei NPC (Non Playable Characters) dotati di una propria storia , in genere abbastanza sfaccettata e tormentata. Più tempo passerete con loro, più il vostro rapporto crescerà, più abilità utili in battaglia, e non, sbloccherete. E con quelli di sesso femminile, raggiunto il livello massimo, potrete anche iniziare una relazione molto intima. Chiariamo subito una cosa, qui non si parla di Mass Effect. Non vedrete mai scene di violenza esplicita o di sesso. Non vedrete neanche dei pudicissimi baci e, se proprio avete l’ormone a mille per questo genere di cose, fareste meglio a buttarvi sulle doushinji. I personaggi si scambieranno al massimo qualche frase abbastanza ambigua prima che lo schermo diventi nero. Il resto viene lasciato all’immaginazione di chi guarda.

Più o meno tutti i personaggi femminili rientrano nella categoria delle waifu, che letteralmente è la trascrizione giapponese del termine wife, ma in pratica, nella cultura pop, significa ben altro. Una waifu è un personaggio di fantasia dalla caratterizzazione archetipa fortemente idealizzata, con la quale il fruitore dell’opera può fantasticare di intrattenere una relazione amorosa. Avete mai avuto la sensazione che negli anime i personaggi femminili si somiglino un po’ tutti?

Ecco, è una cosa voluta. Sicuramente, da qualche parte del mondo, in una piccola stanza buia, ci sarà qualche nerd occhialuto che si ammazza di seghe pensando a queste mogliettine ideali. Asuka e Rei di Evangelion, per fare un esempio, sono tra le waifu più famose, due personaggi agli antipodi e attraenti per motivi diversi, per cui scegliere tra l’una o l’altra diventa solo una questione di gusti.

Le protagoniste di Fire Emblems: Awakening sono waifu, tanto che in questo capitolo è possibile “accarezzare” la propria compagna (a scelta tra una varietà di donne perfette e assolutamente accondiscendi) con lo stilo del 3DS, in un’orribile feature che per fortuna è stata eliminata nella versione occidentale.

Anche i personaggi femminili di Persona 5 rientrano pienamente in questa categoria. Sono quasi tutte donne sole, molto attraenti (per quanto possa essere “attraente” un character design del genere) e disposte a donarvi un amore forte e incondizionato, che risulterebbe stucchevole anche in un romanzo ottocentesco.
Tutta la fase di rimorchio risulta essere abbastanza automatica. Il giocatore deve solo “scegliere” la waifu che gli va più a genio, spendere con lei abbastanza tempo, magari risolvendo qualche side quest per far avanzare il rapporto, e rispondere in maniera corretta in determinati dialoghi, comunque particolarmente guidati.
E fin qui nulla di nuovo, dal momento che cose del genere erano presenti anche nei precedenti Persona. Ma in un gioco dove a far da padrone è il conflitto tra giovani e adulti, è più che normale che vi siano molti più comprimari che ormai l’adolescenza non la vedono più manco con il binocolo. E si, alcuni di essi potranno anche essere scelti come partner. Non si parla di semplici ragazze un po’ più grandi di voi, ma di vere e proprie donne in carriera, la cui età non viene mai furbescamente specificata (niente MILF, sorry).

E qui inizia il terreno davvero scivoloso.

In Giappone la cosiddetta “età del consenso” per l’attività sessuale è fissata sui 13 anni, quindi, almeno dal punto di vista teorico, non ci sarebbe nessun problema se un sedicenne decidesse di frequentare una donna di una decina di anni più grande di lui. Inutile dire, però, che una situazione del genere sarebbe molto mal vista da una società fatta di etichette e convenzioni asfissianti. Per non parlare di tutta quella miriade di leggi specifiche che variano in base alla zona di appartenenza e che rendono il tutto molto più complicato. La morale è: puoi farti un tredicenne, ma resti marchiato a vita e sei comunque perseguibile penalmente, perché resta un atto predatorio. Quando si parla di norme contraddittorie.
Il caso più problematico e rappresentativo è quello di Sadayo Kawakami, vostra professoressa che lavora anche come domestica notturna, con tanto di succinti abiti francesi. Ma Kawakami è anche collega di Suguru Kamashida, professore di ginnastica responsabile del team di pallavolo. Vedete, Kamashida ha un piccolo vizietto: violenta le proprie studentesse. Non per nulla è il primo antagonista della storia.

Sotto questo punto di vista, Persona 5 non cammina in punta di piedi sulla stretta linea della moralità che separa ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Ci balla il tip tap come un T-rex ubriaco. Ma sapete una cosa? Alla fine non ha davvero nessuna importanza. A differenza di quanto detto prima per amor di esagerazione, nessuna della waifu del gioco ha una caratterizzazione talmente pedante da scadere nel manicheo e, per quanto il fan service e gli ammiccamenti abbondino, per quanto le relazioni amorose siano ben lontane dall’assomigliare anche solo vagamente ad un rapporto “vero”, si tratta comunque di rapporti sempre consenzienti da entrambe le parti, in cui l’accento non è mai posto sull’aspetto sessuale, quanto su quello affettivo. Il gioco affronta argomenti abbastanza scottanti e controversi (tutta la prima parte è incentrata sugli abusi sessuali), prendendo spesso e volentieri una posizione netta a riguardo, ma sull’amore ricambiato, nella sua forma più pura, lascia libera scelta di far quel che si preferisce, senza schierarsi.

E tutto ciò è possibile perché, fondamentalmente, i protagonisti del gioco siete voi. Per quanto il vostro avatar possa essere un adolescente, a prendere le decisioni è sempre chi tiene in mano il controller dall’altra parte dello schermo. Ed è probabile che, se avete deciso di impiegare il vostro tempo con un gioco di nicchia come Persona 5, con le sue cut scene chilometriche e tutte rigorosamente in inglese, con la sua pianificazione certosina per ogni singola azione, stiate già viaggiando ad una certa velocità verso la trentina. Se non li avete già superati.

Non è il vostro corrispettivo digitale a scegliere con chi impegnarsi, ma voi. È un po’ come il classico dilemma che ogni tanto ci attanaglia in certi postumi della post-adolescenza. Se poteste tornare ai tempi della scuola, con la mentalità di ora, cosa fareste?

Nel caso di Persona 5, leggendo i vari forum disseminati nella rete, tantissime persone hanno avuto pochi dubbi a riguardo. Si scoperebbero la professoressa bona.

E nel mucchio mi ci metto anch’io.

IL FARDELLO DELL’UOMO HIPSTER (approcciarsi a Brian Wilson da spettatore)

Illustrazioni di The Green Cut

 

Una persona che conoscevo mi ripeteva sempre che l’umanità si divide in due categorie: i protagonisti e gli spettatori.

Parte attiva e inconsapevole degli eventi i primi, concentrati sul proprio qui ed ora e intenti ad assorbirne acriticamente ogni particella. Sarcastica controparte i secondi, sempre un passo indietro, o di lato, rispetto al centro dell’azione. Io rientravo indisputabilmente, a suo dire, nella seconda specie.

Ci ho provato, lo giuro, ad avvicinarmi al concerto di Brian Wilson con lo spirito del protagonista. Ho indossato la mia camicia hawaiiana oversize, riempito la mente di good vibrations e lasciato da parte ogni senso critico, pronto a lasciarmi avvolgere dal caldo abbraccio della California degli anni ‘60, dal suo ottimismo new-age fatto di automobili decappottabili, bikini e tavole da surf. Prima che i giardini delle villette a schiera iniziassero a riempirsi di rifugi anti-atomici, prima che la avvolgesse il ragno peloso della controcultura, prima che il silicone inondasse la valley.

Cosa c’è di male, mi sono detto, nel celebrare uno dei pochi, credibili compositori del rock’n’roll e, con lui, un’epoca d’oro in cui, forse per l’ultima volta in occidente, almeno una piccola minoranza di persone si è sentita orgogliosa della propria vita e, soprattutto, spensierata? Perché dovrebbe essere sbagliato? Sono queste, d’altronde, le cattedrali del nostro tempo, il lascito dei baby boomers ai posteri, che ore e ore di filmati di repertorio in loop ci hanno efficacemente insegnato a idolatrare.
Allora perché, mi chiedo, sembra così impossibile, ascoltando Brian Wilson, riuscire a rivivere quelle sensazioni che lui stesso o Chuck Berry raccontavano? Perché il nostro disimpegno, politico ma soprattutto emotivo, è così simile ma tanto più infelice rispetto a quello dei Beach Boys? Forse è proprio perché non riusciamo a capirlo, a replicarlo, a riviverlo, quello spirito, che ci troviamo ancora qui, cinquant’anni dopo, ad ascoltare le canzoni di Wilson, McCartney o chicchessia, quasi sperando di poterne essere illuminati, di poter assaporare almeno per un secondo ciò che loro ci hanno detto di aver vissuto. E probabilmente è una specie di invidia collettiva quella che guida la retromania della nostra generazione, l’avvicinarci alla musica del passato come una farfalla da dissezionare, sempre, rigorosamente filtrata da un apparato critico.

Ma soprattutto, ripeto, perché tutte queste domande, perché la mente e lo spirito non riescono a vagare leggeri come su tavole da surf? Forse i tempi sono davvero cambiati, e così la musica, e noi stessi. Ed è davvero ormai impossibile presentarsi di fronte a Brian Wilson, o chi per lui, senza dimenticare in soffitta il proprio bagaglio culturale, senza i compiti a casa ben fatti. Lo chiamo il fardello dell’uomo hipster. Ed è una duplice sofferenza questa: l’inavvicinabilità dell’esperienza pura e, al tempo stesso, l’amara consapevolezza di quanto quell’esperienza, rivissuta oggi, sia effettivamente priva di senso. Così come l’Avvocato ne Le Porte del Cielo di Cortàzar, “mi faceva schifo pensare così, pensare ancora una volta ciò che agli altri bastava sentire”.

È quando ti ritrovi ad essere l’unico con indosso una camicia hawaiiana che credevi d’ordinanza, circondato dal verde delle magliette con la stampa PET SOUNDS 2017 © ben in vista, che rinsavisci e ti rendi conto di come non sia altro che un’illusione arrogante, quella di pensare di poter rivivere, anche per un istante, un’epoca intera in un concerto. Ed è qui che lo spettatore in te riemerge con prepotenza, recuperando dai suoi archivi tutto ciò che in un momento di amor proprio aveva cercato di sotterrare, deridendo quell’ingenuità che ti ha cacciato nella trappola Nostalgia per antonomasia. E pensare che non sarebbe stato così difficile rendersene conto. Il biopic fresco fresco di uscita – Love and Mercyl’esecuzione integrale di un classic album – Pet Sounds – il pubblico unanimemente estatico, dal bancario sessantenne al reduce del Primavera. A quel punto, basta la diffusione, prima del concerto, di una serie di cover orchestrali dei Beach Boys in stile Burt Bacharach a farti reagire come il padre di Laura Palmer in Twin Peaks.

Parte California Girls, e poi, a stretto giro, I get around, Surfer Girl e Don’t worry baby. Gli arrangiamenti sono perfetti, le armonie vocali collaudate e Wilson sembra essere a suo agio sul palco, da cui interagisce con il pubblico di Perugia piuttosto spontaneamente, presentando i membri della band senza particolari imbarazzi (“Hooray for the audience!”, lo si può sentire gridare in un vecchio album dal vivo, nel silenzio generale). Nonostante tutto, però, la band sembra come separata ermeticamente dall’ambiente circostante, quasi suonasse in una teca di vetro, incapace di trasmettere calore e emozioni. E dall’altra parte, questo effetto Madame Tussauds non può che tradursi nel distacco di chi ascolta, che rimane appunto spettatore, intento a postare foto su Facebook in un personalissimo ego trip stile Techetechetè.

Come sempre, in questi casi, lo spettatore che è in te, alla ricerca di spiegazioni razionali, si butta immediatamente su quel passe-partout sociologico che sono le “differenze culturali”: come pretendere di sentirsi protagonisti, nel nostro paese, di una narrazione (altro must imprescindibile) come quella dei Beach Boys, in cui l’estate è senza fine e la spiaggia il campo di battaglia? Se le distese infinite dell’America profonda – ce lo insegnano i western di Leone o Corbucci – non erano così dissimili da certe zone dell’Italia, allo stesso modo l’epopea del viaggio, della povertà, o quella ovviamente sentimentale di certa musica d’oltreoceano non potevano non attecchire nel nostro paese. Che dire invece del positivismo spensierato di Brian Wilson, delle spiagge californiane? Se si escludono gli anni del boom, dei musicarelli con Celentano (e Chet Baker) e dei twist di Peppino di Capri, quella sensibilità sembra chiaramente fuori contesto in qualsiasi altro momento della storia italiana, sempre problematica, spesso conflittuale, raramente armoniosa. In altre parole, accompagnare il racconto del ’77 con Surfin’ U.S. A. potrebbe essere una buona scelta stilistica, sì, ma non la troverete mai in un documentario di Veltroni.

“I just wasn’t made for these times”, canta Wilson, e non è mai stato così vero, oggi ancor più di quarant’anni fa, quando Pet Sounds segnava il definitivo distacco dei Beach Boys dall’immaginario californiano – e di Brian Wilson dalla realtà.
Pieno di malinconia, solitudine e disagio, questo è l’unico album dei Beach Boys a essere sopravvissuto alla prova del tempo, tanto da poter essere eseguito nella sua interezza ancora oggi. E, non a caso, è durante Sloop John B. – col suo “I feel so broke up, I wanna go home” – che per la prima volta sembra squarciarsi il velo di nostalgia che separa band e pubblico. Forse è soltanto una brutale questione di forma. Se le modalità in cui l’uomo sfoga il proprio benessere sembrano cambiare a un ritmo vertiginoso, il suo approccio alla disperazione, al blues, mantiene una sua feroce costanza nel tempo. L’esempio più lampante è il ballo. Lo swing, il twist, il lindy-hop, la breakdance, il boogaloo, la disco, la tecktonik, il liscio. Uno dopo l’altro hanno inesorabilmente perso la propria urgenza, la propria presa sul pubblico, trasformandosi da spontanei e liberatori mezzi espressivi a pacchiane maschere retrò con la velocità di una maionese scaduta. Al contrario, cinquant’anni dopo, il lamento di Ray Charles è tanto attuale quanto quello di James Blake.

“Talking ‘bout hard times, who knows better than I?” La storia comincia e finisce qui.

Il malessere, la disperazione, ma anche la presunzione di stare vivendo qualcosa di unico e degno di essere gridato o sussurrato al mondo. L’autoreferenzialità che richiede l’atto stesso di guardarsi allo specchio e raccontare ciò che vede e, al tempo stesso, l’umiltà di chi disperatamente canta sperando che qualcuno condivida la medesima sofferenza, o quantomeno trovi interessante la sua storia. È questo mix di egotismo e empatia a dar vita a opere d’arte che, a differenza di una Barbara Ann qualsiasi, toccano tematiche che hanno attanagliato l’uomo in ogni momento della sua esistenza: la nostalgia di casa, la gratitudine verso la propria compagna, il senso di straniamento rispetto alla società. Ecco perché, ancora oggi, è possibile ascoltare Pet Sounds e commuoversi, essere protagonisti.
Ma è una sensazione temporanea, sfuggente: Brian Wilson finisce l’ultimo brano di Pet Sounds e si entra tutti in modalità villaggio turistico. Col pilota automatico, il pubblico si alza dalle sedie in cui era sprofondato tra il dormiveglia e la disperazione, fiondandosi sotto il palco per ballare Good Vibrations, con un’urgenza da timer atomico, quasi fosse l’ultima canzone della loro vita. La malinconia è solo un brutto ricordo ora e il ginocchio può scivolare come di fronte a un Edoardo Vianello qualsiasi. Ed è tragico rendersi conto che tutti nella platea stavano ansiosamente attendendo l’hully gully, il rifugio in un passato da cartolina per sfuggire alla tragica attualità della disperazione di un uomo.

E, una volta tanto, è un sollievo essere qui tra la folla da spettatore, fiero di non essere il protagonista di questa drammatica fuga dalla realtà a bordo di una tavola da surf.

ME(z)MERIZE

Illustrazioni di Icona T

 

Tutto all’improvviso si fa confuso.

Le immagini delle cose intorno sono come avvolte da una cortina di fumo, iniziano a distorcersi, dapprima delicatamente e poi via via in maniera sempre più vorticosa. All’inizio ti chiedi cosa stia succedendo, sei scosso e anche un po’ impaurito. Qualcuno intorno parla ma ogni singolo suono è un’eco che rimbomba, proveniente da un’altra dimensione. Da un altro mondo. Lentamente ti senti sollevare. Sei leggero come una piuma e ti libri piano nell’aria. Un piccolo e flebile bagliore di luce bianca si fa largo mentre inizi a dirigerti verso quello che sembra un oscuro corridoio attraversato da veloci scariche bluastre. Un ultimo sguardo intorno e ti accorgi che, ehi! Sei proprio tu quello che giace sul letto! Ma com’è possibile? Pensi che è assurdo vedere il proprio corpo come riflesso nello specchio del bagno, con la differenza che non ti trovi proprio nel tuo bagno a lavarti i denti, a schiacciarti i brufoli, a tagliarti i peli del naso o a contarti gli ultimi capelli rimasti. Ma ormai poco importa. Ciò che è, è. Un senso di pace ti attraversa. Le domande ormai si sciolgono come neve al sole. C’è musica nell’aria. Hai attraversato un confine invisibile ma che percepisci come incredibilmente reale. Incredibilmente reale perché senti di non voler e di non poter più tornare indietro. Quella luce, ormai avvolgente, è così splendente e chiarissima eppure non così accecante da dover rimpiangere gli occhiali da sole comprati in spiaggia a quindici euro (Bvlgari non era la marca ma i due venditori ambulanti che ti hanno fregato). La Luce emana pace e amore infinito. All’improvviso, la Sua voce, profonda e calma:

“Non avere paura. Se sei pronto, prima di fare il grande passo, osserva allora la tua vita passata”

In un lampo, sulle pareti dell’oscuro corridoio iniziano a scorrere volti, oggetti, frasi, alcune di queste cose sono statiche, altre in movimento. Le conosci bene. Sono tutte le storie che hai postato su Facebook e Instagram. Soprattutto, una quantità incalcolabile di meme. Di tutti i tipi, alcuni noti e altri semi sconosciuti, alcuni originali, creati proprio da te, e altri ripresi dai profili dei tuoi contatti e ripostati. Un meme per ogni occasione, un meme per ogni evento, un meme per ogni tragedia, un meme per ogni momento della tua vita. Il tuo sguardo beato ormai è perso quando la Luce ti incita: “Vieni a me”. Sei ormai al termine di quello che sembra un lungo viaggio. Non c’è ombra di stanchezza nei tuoi occhi ma solo gioia infinita e un largo sorriso si apre sul tuo volto quando da quella Luce splendente emerge la Sua figura. Ormai è tutto chiaro, ormai la Verità è manifesta. I tuoi occhi ammirano ciò che i comuni mortali hanno potuto soltanto immaginare nelle loro fantasie. Germano Mosconi è lì, in abiti papali e circondato da una luce bianca che ne esalta la beatitudine. Protende verso di te le sue braccia aperte. Il suo sorriso è indulgente. Gli occhi pieni di compassione. Con una mano sulla tua spalla ti accompagna verso il sacro cancello celeste. Si gira verso di te e in tono benevolo ma sicuro esclama:

“Una volta che sarai passato chiudi quella porta lì, per favore. E, soprattutto, non sbattere e non urlare”

Chiudi gli occhi e le sue parole sono come miele. Aspettavi questo momento da sempre. Ti accarezza la testa e ti lascia andare. Nel frattempo, da qualche parte, Dante contempla la scena e annuisce invidioso.

In principio, quindi, era Germano Mosconi. Spero che risulti altamente inutile stare qui a spiegare chi fosse e soprattutto perché è diventato un’icona nazionale, nonché uno dei simboli della cultura internettiana italiana (non vorrei ritrovarmi a sbattere i pugni sul tavolo e a urlare le sue stesse simpaticissime ed educatissime ingiurie rivolte all’Altissimo). L’ex giornalista sportivo, che ha attraversato per davvero il proverbiale tunnel ormai cinque anni fa, può essere elevato al rango di meme maximo fra i più famosi, sicuramente in Italia, ripreso, riassemblato e ripostato in tantissime forme incredibilmente virali. Il suo caso dimostra una semplice e lampante verità sul mondo di oggi, traslata direttamente da quel filosofo contemporaneo 50 Cent. O vivi abbastanza per diventare un meme oppure muori provandoci. Ma morire provando ad essere un meme equivale sostanzialmente ad adempiere a metà del compito, e la rete, soprattutto per quanto riguarda il raggiungimento della celebrità, non ammette mezze misure. O ci sei o non ci sei. O impugni i guantoni come un novello Rocky e ti spari quei due tuorli d’uovo la mattina prima di andare a correre o col cazzo che potrai gridare dal ring “ADRIAAAANAAAA SONO UN MEMEEEEE!!!”.

A ragionarci un po’ su, in un’epoca in cui non si parla più di una sola religione ma della convivenza e della diffusione su larga scala di molte religioni, quella del “diventare un meme” può essere vista come una sorta di reincarnazione. Perché no? D’altronde, se esiste una cosa come la Chiesa missionaria del Copismo, che ha messo Internet al centro della sua religione alla stregua di un vero e proprio luogo sacro con tanto di riti e leggi, perché la pratica del meme portata avanti dalle numerose comunità in rete non potrebbe essere interpretata come una forma di reincarnazione 2.0? Può sembrare un’idea bizzarra ma teniamo a mente ciò che ha scritto quel testone di Richard Dawkins nel 1976 nel suo Il gene egoista: il meme non sarebbe altro che la controparte culturale del gene e, proprio come quest’ultimo, anche lui trasporta informazioni in cerca di nuovi supporti per essere replicate.

La sopravvivenza del meme dipende sia dalla sua capacità di adattamento culturale, ovvero dal poter essere trasformato, modificato e risemantizzato su vari contesti e livelli, e sia dalla sua diffusione su larga scala. E maggiore è la diffusione, più alta può essere la possibilità per il meme di essere rimodellato, ovvero reincarnato. Per non parlare poi degli ambienti dove nascono i meme: 4Chan, giusto per citare il più sputtanato, è una vera e propria mecca per i memer e gli autists (coloro che portano avanti la pratica dei meme in maniera sistematica) operano una dicotomia netta del mondo. Da una parte, infatti, ci sono i normies (i normali, le persone comuni, quelli che “hanno una vita”) e dall’altra gli autists, appunto, sorta di popolo eletto regolato da propri codici comportamentali e di riconoscimento che prende tremendamente sul serio ogni cosa che riguardi i meme.

Oggi col termine meme siamo soliti identificare video e immagini che girano principalmente sui social networks e che associano particolari figure e parole scritte a carattere Impact. Ma quante vite hanno vissuto i meme che condividiamo quotidianamente sulle nostre bacheche? Dalle community virtuali come 4Chan e 9gag a Facebook la strada è lunga e per niente affatto lineare. Qual è stato e quale sarà ancora il ciclo del samsara che sottende alle vite dei meme diventati ormai stranoti come quelli con Willie Wonka, Boromir o il Confused Travolta?

Ma la cosa diventa ancora più interessante se ci poniamo la stessa domanda per quanto riguarda i meme che hanno come “oggetto” non star e icone dello spettacolo bensì persone qualunque diventate dei meme a loro insaputa. È il caso, ad esempio, di Bad Luck Brian, il ragazzino sfigato tutto apparecchio e vestiti per niente alla moda, l’alias virtuale di Kyle Craven, oggi supervisore in una società di costruzioni di chiese e capace di capitalizzare la sua immagine pubblica di meme (in tre anni ha racimolato circa quindici mila dollari, provate ancora a chiamarlo sfigato!). Oppure di Good Guy Greg, il tizio tranquillone che non rompe mai le scatole per nulla. O di animali come il gorilla Harambe e quel mito di Grumpy Cat, il micio più girato di palle che si sia mai visto (forse perché Tardar Sauce, il nome che gli ha appioppato il suo padrone, fa davvero schifo). Quante reincarnazioni aspettano ancora questi meme?

Se consideriamo che icone degli autists come Pepe The Frog, Dat boi e Caveman Spongebob hanno subito o stanno subendo l’abbandono da parte dello zoccolo duro della comunità memer, allora il ciclo vitale di molti altri meme sembra davvero assai breve.

Ma alla fin fine, il bello dei fenomeni come i meme è quello di avere sempre qualche asso nella manica, di ricomparire all’improvviso quando meno ce lo aspetteremmo. È un po’ se vogliamo con il ritorno agli anni ’80 che da un po’ di anni a questa parte stiamo assistendo nei vari ambienti dell’industria culturale, dal cinema, alla musica e alle serie tv. Cose che credevamo morte ma che in realtà non lo sono (e Romero questo lo sapeva bene). Qual è allora il livello di interpretazione ancora possibile per i meme?

Resisteranno al tempo o la loro capacità di adattamento virtuale verrà meno? Riusciranno a reincarnarsi ancora sino al raggiungimento del nirvana? C’è vita dopo un meme?

Come diceva Guzzanti: “la risposta è dentro di te epperò è sbagliata”.

QUANDO PORNO SIGNIFICA “GROSSO” E NON E’ QUELLO CHE CREDETE

Illustrazione di Camilla Neri

 

Pornhub.

Probabilmente il più grande portale erotico attualmente attivo sul web, analizza ogni anno i dati relativi alle visualizzazioni per poterne ricavare informazioni utili alla propria crescita e, che resti tra noi, per far divertire chi come me si appassiona leggendo le ambiguità sessuali del popolo della Terra.

In Italia siamo al nono posto per numero di accessi, ci supera mezza Europa compresi i tanto amati cugini francesi e, udite udite, anche il Giappone. Le fantasiose ricerche comprendono nei primi posti “amatoriale napoletano”, salito di ben 99 posizioni, “piedi” e uno scontatissimo “milf”. Altro dato simpatico è la diminuzione dell’affluenza del 25% durante la finale di Champions League, numeri che potrebbero far arrabbiare le donne nostrane. Sostanzialmente, un italiano su quattro preferisce il calcio al sesso.

Dopo questa caterva di dati vi parlerò della categoria che più di ogni altra aumenta le proprie visualizzazioni, senza sosta, da un biennio: il giantess porn. Si tratta di un feticismo, chiamato nell’ambiente con il termine “Macrofilia”, con delle peculiarità che maniacalmente andremo a sviscerare. Non ci sono quasi mai scene di nudo e tantomeno di sesso vero e proprio. Per darvi un’idea, avete presente il wrestling? Immaginate un incontro tra uomini magrolini e donne dalle fattezze giunoniche. Enormi. Incommensurabili. Per motivi a noi ignoti, che siano il seno, l’altezza, il fondoschiena, queste donne appaiono effettivamente gigantesche.

Il loro ruolo, all’interno di questi singolari video, è in realtà molto semplice. Spesso dormono, si fanno portare del cibo, si fanno massaggiare, oppure (ed entra qui in gioco la componente più piccante) puniscono gli sventurati partner. Le punizioni non sfociano quasi mai nel sadomaso classico, si tratta più di sottomissioni corporali o schiaffi, che non invidiano assolutamente nulla all’acustica di quelli, ben più celebri, del buon Bud Spencer.
Riproposizione più letteraria è quella del role – play in cui gli uomini, ricalcando i famosi “Viaggi di Gulliver”, devono scappare dalle grinfie delle gigantesse in questione. L’eleganza dei costumi qui, è proprio il caso di dirlo, si spreca!

Entrando nel dettaglio, le ricerche attinenti a questa singolare forma di pornografia sono aumentate del 191% nel 2015 e del 197% nel 2016, un trend positivo confermato anche in questa prima metà di 2017.
Cosa spiega un così massiccio numero di appassionati? Il tutto dipende, nella maggior parte dei casi, dal ruolo che ognuno di noi occupa e ricopre nella società. Spesso siamo portati ad assumere incarichi di responsabilità che richiedono polso e fermezza. La posizione del leader porta a un ribaltamento di ruoli nell’intimità. Il risultato è che inconsciamente si sogna la sottomissione, ecco spiegata la genesi di questi video.
Laurie Betito, direttore del Pornhub’s Sexual Wellness Center, spiega come ci potrebbero anche essere delle motivazioni cinematografiche. Basti pensare a quanti film vedono come protagoniste delle creature gigantesche come Godzilla o King Kong. È evidente dunque come la componente cinematografica influisca non poco nelle fantasie degli utenti, se si pensa che “Star Wars” rientra tra le prime trenta parole digitate nella barra di ricerca di Pornhub.

Nonostante l’enorme crescita, bisogna tenere a mente che si tratta in ogni caso di un feticismo di nicchia. Questo comporta una riflessione sui numeri sopracitati. In questi anni va di moda, d’accordo, ma basta uno spostamento della comunità macrofiliaca per causare il crollo completo di questo tipo di video.

Si tratta di passioni spesso vissute in modo esclusivamente cibernetico, difficili da realizzare sotto le coperte, e che occupano una fetta di mercato delicatissima e pronta a estinguersi nel giro di poco, come una bolla di sapone. Maggiore è la crescita, maggiore sarà la probabilità che gli utenti, annoiati, partano in massa alla ricerca di altre forme di dominazione.

La routine non piace a nessuno, specialmente nell’intimità.

ADESSO ANCHE GREEN-SPORT E FRISBEE

Illustrazione di Samuele Recchia

 

Il Windmill di Amsterdam è il più importante torneo di Ultimate Frisbee in Europa.

Richiama giocatori da tutto il mondo, che si presentano per competere in una delle tre divisioni (maschile, femminile o mista) con le loro squadre o in “pick-up” (squadre composte da giocatori che non si allenano abitualmente insieme ma che si accordano per partecipare all’evento).

L’Ultimate nasce in America negli anni ’70, nei parcheggi della Columbia, grazie ad alcuni ragazzi che probabilmente durante una comune sessione di lanci di frisbee in notturna, e probabilmente non troppo lucidi si rendono conto che la situazione avrebbe potuto essere dinamicizzata un po’, e si inventano a tavolino (o forse in piedi) le regole di un nuovo vero e proprio sport di squadra.

Oggi l’Ultimate ufficiale si gioca sette contro sette in un campo che presenta le stesse dimensioni di un campo da calcio. Alle estremità ci sono delle aree di meta in cui segnare come nel rugby. C’è il piede perno e non si può avanzare con il disco in mano come nel basket, e per segnare un punto occorre semplicemente riuscire a passare il disco ad un compagno che si trova in meta senza perderne il possesso.

Molto più complesso a dirsi che a farsi.

Il frisbee non viene passato necessariamente solo all’indietro, (niente granchi), e teoricamente non è ammesso contatto fisico; e quando il disco cade per terra viene raccolto da un giocatore della squadra avversaria che cerca di fare meta in direzione opposta.
Interessante è la questione dell’arbitraggio, nonchè l’aspetto che rende l’Ultimate uno sport veramente estremo a livello di mantenimento della propria salubrità mentale.
Il gioco non contempla infatti la presenza dell’arbitro “Maat egizia” che gestisce la verità e l’ordine cosmico in campo , ma sono l’autocontrollo e l’attitudine positiva dei giocatori stessi, uniti con il rispetto verso l’avversario, a (teoricamente) garantire l’armonia.
Quando vengono commesse delle infrazioni, dei falli o altri tipi di episodi che comportano l’interruzione del gioco e necessitano di una conseguente risoluzione, è compito dei coinvolti segnalarli e raggiungere una risoluzione.
Un giocatore può “fare una chiamata” e l’avversario deve stabilire ragionevolmente se accettarla o contestarla. Si chiama “etica del fair-play” e viene ritenuta così fondamentale che, al di là del risultato, le squadre a fine partita votano vicendevolmente uno “spirito di gioco”, avente come parametri di valutazione l’attitudine sportiva dell’altra squadra , l’autocontrollo, la conoscenza delle regole, la fisicità nel gioco, la fallosità e la capacità di comunicare e interagire con gli avversari.
Nella pratica ciò si traduce abitualmente in una considerevole dose di tensione aggiuntiva, condita da un pizzico di finto moralismo, perchè in qualsiasi momento di alta competizione l’oggettività dei giocatori è normale che sfumi, (non per malafede ma per santo e spontaneo agonismo).
Ad ogni modo questo sport, proprio per la sua linea politicamente corretta, continua a prendere largamente piede nelle scuole, dove attinge dal bacino degli “stanchi/rifiutati” dagli sport tradizionali, e dai “curiosi”, attratti dalla dimensione di squadra, dalla differenziazione delle competenze richieste a livello fisico, e dall’outdoor.

Perchè nell’Ultimate devi essere psicologicamente preparato a giocare all’aria aperta, con la neve così come sulla sabbia (avendo solitamente in dotazione campi che hanno visto l’erba solo molti e molti anni fa), oppure con cinquecento nodi di vento, cosa che accade  nella maggior parte dei tornei nel Nord Europa, dove la disciplina è più praticata nonostante le condizioni climatiche cerchino di indicare che non è cosa buona e giusta.

Nel corso degli anni l’Ultimate sta rapidamente compiendo il duro percorso degli sport minori per essere riconosciuto e così ottenere un posticino tra le federazioni colosso ai giochi olimpici.

Ad Amsterdam vi partecipano le migliori squadre del continente (a tutti gli effetti agonistiche) e nonostante questo è incredibile come venga ancora qui mantenuta ed enfatizzata la dimensione ludica e hippy che contraddistingue storicamente lo sport, in perfetta compatibilità con le verdi e speziate vocazioni del luogo.
I giocatori alloggiano per i tre giorni dell’evento nelle proprie tendine a bordo campo, c’è un contributo spese per chi riesce ad arrivare al posto sfruttando sistemi di trasporto poco inquinanti, il simbolo del torneo è un piccolo elefante colorato Herbie, e la struttura di accoglienza principale è un tendone da circo dentro cui la sera gruppi sperimentali fanno performance per dare libero sfogo ad ogni e qualsivoglia discutibile gusto musicale. La mattina vengono organizzate per i giocatori sessioni di yoga ad accesso libero e i pasti vengono serviti da camioncini colorati con grafiche psichedeliche.

Non resta che immaginare cosa venga regalato come gadget e souvenir dell’evento ai giocatori.

Appuntamento al 10-14 giugno 2018

INFO

 

VACANZA DA SOGNO PER HIPSTER STRONZI IN CERCA DI SOLITUDINE

Illustrazione di Nicolò Rimerici

 

La signora Paolina Grassi si alza ogni mattina alle otto in punto.

Fa colazione con la sua tazza di caffellatte e un pacchetto di crackers. Dà da mangiare alle galline, si dà da fare con rastrello e falcetto per procurarsi del fieno, raccoglie l’insalata (quella selvatica va tagliata fine, anche se è un po’ duretta), pulisce la chiesa e riempie la gerla di legna per la stufa. A pranzo un risottino e dopo si riposa a braccia conserte sul tavolo. D’estate saluta e si ferma a chiacchierare con quei pochi turisti tedeschi, svizzeri o italiani che passano dalle sue parti, pronti per ripartire per le loro destinazioni. La signora Paolina va una volta al mese a fare la spesa al supermercato della città più vicina ed è andata due volte, in tutta la sua vita, al cinema. Ha fatto solo due viaggi nella sua vita, non allontanandosi mai per più di cento chilometri. Non ha mai letto un libro. Ha la televisione perennemente spenta, coperta da un telo per la polvere. La signora Paolina ha novant’anni ed è l’unica e sola abitante rimasta, di Casali Socraggio, nella Valle Canobina a due passi dalla Svizzera, paesino piemontese che sta lentamente, ma inesorabilmente, scomparendo dalle mappe.

Non li vedete commuoversi già? Non li sentite piangere immersi in un lago di lacrime? Non li guardate condividere freneticamente la storia della vecchietta sul loro profilo accompagnando il tutto con gattini, cuoricini, massime sulla vita di Paulo Coelho e cani color “kaffèèèèèèè” con in bocca delle rose del cazzo? E il pensiero che si articola in qualcosa del genere: “oh, che bellissima storia! Com’è terribilmente toccante! La vecchietta che vive tutta sola nel suo vecchio paesello a contatto con la natura senza tutta la tecnologia che oggi domina le nostre vite! Vive così bene perché non vede la tv e non legge libri!!11!!1!!! Quanto la invidioooooo!11!!!11!!”.

Coloro che commentano in questa maniera probabilmente sono gli stessi che metterebbero il naso fuori di casa principalmente per trascorrere le loro ferie barricati nel centro commerciale più vicino e che, a dispetto delle loro parole, non farebbero mai a cambio con la singolare situazione della signora Paolina. Singolare sì, ma solo per la peculiare modalità in cui si presenta. Il mondo, infatti, è pieno di casi che assomigliano a quello della vecchietta piemontese, dove comunità umane o singoli individui vivono quanto più possibile isolati dal tutto, per una propria personale scelta o a causa di altri fattori. Questo sino a quando qualcuno non decide di andare a rompere le scatole a queste persone e, dopo uno sguardo veloce su Google Maps e TripAdvisor, va lì, fa qualche foto, ci scrive un articolo e porta a galla l’esistenza di questi luoghi molto poco noti e delle persone tanto folli o coraggiose (questo dipende dal punto di vista del lettore) da viverci.

Bisognerebbe ammettere che nessun posto sul pianeta si può realmente dire “isolato” o così distante dai principali nuclei umani da poter sfuggire alla nostra fame di “isolamento”. Il desiderio, o la speranza, che possano esistere ancora luoghi (possibilmente incontaminati) lontani da tutto e da tutti per poter ricominciare la propria vita. Nulla di nuovo in questo, lo si fa dalla scoperta del Nuovo Mondo, passando per Robinson Crusoe sino a Cast Away e Selvaggi di Carlo Vanzina. Se non fosse, però, per due inconvenienti a livello culturale che permettono di tastare il modo con cui ci rapportiamo a ciò che riteniamo “civiltà”. La nostra idea di “luogo isolato” si avvicina più a un catalogo di Costa Crociere che ad altro. Se da una parte le località remote ci attraggono, dall’altra ci spaventano, e una volta viste da vicino realtà così particolari e così lontane da quelle alle quali siamo abituati, probabilmente, ci penseremmo su una ventina di volte prima di lanciarci in entusiastiche grida di meraviglia e gioia come quelle riportate sopra.

Condizioni ambientali ostili, comunità composte da quattro gatti, nessun luogo di svago, pochissimi collegamenti con i centri più vicini (che possono essere distanti giorni o settimane). Adattarsi all’ambiente sarebbe prioritario, quindi, vegano avvisato mezzo salvato. Se poi siete respiriani ricordatevi di portarvi dietro le scorte di luce dell’universo di cui andate ghiotti, perché in zone come la Siberia o il Polo Sud i mesi di luce sono molto pochi. E naturalmente il Wi-Fi per postare quelle cazzo di foto su Facebook funzionerà un paio di orette al giorno. Ammesso che ci sia. Non sarà allora un caso che uno di questi “luoghi isolati” sia stato denominato Desolation Islands, un arcipelago francese nel bel mezzo dell’Oceano Indiano meridionale, a metà strada fra l’Australia e il Sudafrica, lontano migliaia e migliaia di chilometri dai continenti. Il simpatico epiteto gli fu affibbiato nel XVIII secolo dal famoso navigatore inglese James Cook, e non c’è da biasimarlo visto che le Kerguelen (questo il vero nome delle isole) sono quanto di più vicino a Mordor si possa immaginare. Precipitazioni frequenti e abbondanti tutto l’anno, e soprattutto un vento gelido che va dai 150 ai 200 Km/h, imperversano continuamente sull’isola. Il vento è così violento che ha impedito la crescita di alberi e cespugli. Questo vuol dire che la terra è spoglia, dominata da rocce appuntite e scoscesi speroni in basalto sul mare, perennemente in tempesta (Mordor almeno non era ventosa). Nonostante ciò, dai settanta ai centodieci tecnici e scienziati vivono annualmente nell’insediamento di Port-aux-Francais, sede di laboratori geofisici e di biologia delle Kerguelen. I fortissimi venti soffiano anche sull’isola vulcanica di Tristan Da Cunha, nell’Oceano Atlantico meridionale, a più di tre settimane di nave dal Sudafrica. Le poche imbarcazioni di passaggio sono l’unico filo che lega l’isola all’outside world, concetto sviluppato dai duecento abitanti per indicare tutto ciò che esiste al di là del muro d’acqua che li circonda. Un isolamento voluto e difeso nel corso del tempo, con il rifiuto categorico degli isolani delle condizioni vantaggiose offerte dal governo inglese per farli trasferire definitivamente in Inghilterra, e che si riflette in una forte coesione sociale, assenza di criminalità (sino agli anni ’50 anche del denaro) e senso di ospitalità che ha invogliato vari naufraghi a trasferirsi qui, nonostante le difficili condizioni ambientali.

Sorte opposta capitata invece alle isole Pitcairn, nel mezzo del Pacifico e di proprietà inglese, e alla città di La Rinconada, in Perù. Le prime sono la classica località tropicale da paradiso terrestre con sole, spiagge imbiancate, mare cristallino, cocktail in noci di cocco e party hard tutta la notte. Avranno pensato a tutto ciò gli ammutinati del Bounty che nel 1790 decisero di insediarsi qui insieme a delle donne tahitiane, dopo esser sfuggiti alla Marina britannica che li cercava ovunque per impiccarli. Comunque, le loro notti da leoni non durarono a lungo visto che gli uomini iniziarono ad uccidersi a vicenda, spesso per liti sulle donne, aggravando il tutto con abbondanti dosi di alcol quotidiano distillato sull’isola. Alla fine, povero a lui, rimasero in vita solo un uomo, otto donne e vari bambini, ed oggi il numero degli isolani è di poco superiore, aggirandosi sulle cinquanta persone.

Come se non bastasse, la dimostrazione di come un paradiso si possa facilmente trasformare in un inferno è stata anche data dal fatto che a partire dal 2004 furono accusati alcuni uomini, fra cui anche il sindaco della capitale, di abusi sessuali su minori, che si sarebbero svolti sin dagli anni ’60. Da allora l’isola ha cercato di riabilitare la sua immagine ma con scarso successo. Se avete studiato mineralogia e siete uno dei tanti cervelli in fuga, La Rinconada non è propriamente indicata per sentirsi valorizzati a dovere. I vostri “colleghi” potrebbero essere spacciatori, terroristi, narcotrafficanti e poveracci d’ogni sorta, tutti comunque esclusivamente minatori, considerando la presenza di giacimenti d’oro alle pendici del ghiacciaio che da il nome alla città, posta a più di 5000 metri d’altitudine, risultando così la più alta del mondo e quasi inaccessibile. Molti arrivano qui attratti dalla facilità con cui ci si può procurare il prezioso minerale, ma le uniche cose certe che incontrano sono la temperatura sotto lo zero, i gas tossici nelle miniere, respirati per ore, la totale assenza di infrastrutture sicure sui luoghi di estrazione e la mancanza di una rete fognaria, che in una cittadina di 50.000 persone risulta un problema da non sottovalutare. E per chi non sopportasse l’afa estiva, ci sono Oymyakon, cittadina siberiana di cinquecento anime, praticamente il luogo più freddo della Terra, con temperature che arrivano a -67° e distante due giorni di auto dal centro principale, e Longyearbyen in Norvegia, il luogo composto da mille persone più a nord del mondo in cui è illegale essere dei senzatetto. Se vi doveste trovare da quelle parti, oltre a stare attenti alla Cosa di Carpenter, cercate di non morire, perché poi è un casino. A Longyearbyen potreste ritrovarvi senza qualche parte del corpo dopo aver fatto conoscenza con la fauna locale, in particolare con gli orsi polari, e a Oymyakon bisognerebbe accendere per molti giorni dei falò per riscaldare il terreno per poter poi seppellire il vostro cadavere.

Magari la signora Paolina conosce un metodo migliore e più veloce. D’altronde vi siete già chiesti perché poi alla fine è rimasta l’unica abitante del suo paese e perché le sue galline sono così grasse?

E SE LA CRITICA DEL MAINSTREAM FOSSE ESSA STESSA IL MAINSTREAM?

Illustrazione di Andrea Pizzo

Che condividiate canzoni de I Cani, quadri di Frida Kahlo o toccanti performance di Marina Abramović con il suo ex compagno, poco importa. Nemmeno seguire le dirette delle conferenze stampa della Nasa vi salverà.

I supremi giudici anti-mainstream analizzeranno accuratamente le vostre mosse e i vostri post, di qualsiasi genere essi siano. La macchina umana degli addetti alla prevenzione dell’espansione della piaga del mainstream non conosce orari. I loro strumenti tecnologici sono costantemente sincronizzati con le bacheche di ogni piattaforma social, con annesse impostazioni di notifica che li svegliano anche nel cuore della notte per consentirgli di condividere con il mondo le loro minuziose osservazioni. I maggiori esponenti delle università di tutto il mondo, hanno deciso di unire le loro forze per fondare una branca specialistica della psichiatria che si occupi di tutti coloro che soffrono del Disturbo Post-Traumatico da Stress, reduci dal giudizio degli eletti, gli unici che posseggono le facoltà intellettuali necessarie per formularne uno. Il complesso di inferiorità che instillano gli arbitri supremi grava sul nostro equilibrio psico-emozionale come una spada di Damocle in versione nuvola di Fantozzi.

Il termine Mainstream nasce intorno agli anni Cinquanta nel mondo della musica, del jazz per l’esattezza. Come in balia di un interminabile telefono senza fili, questa parola arriva a noi con un altro significato, pur mantenendo invariate le sue origini. Corrente principale è la traduzione letterale, beneficiare di un seguito di massa la descrizione che firma la sua condanna. Si narra che se si pronuncia mainstream per tre volte consecutive davanti a uno specchio si materializzino un paio di Hogan e delle mutande D&G.

Riferendoci nello specifico alle piattaforme social, l’angoscia causata dal mainstream sta agli accaniti sostenitori dell’originalità come il fair play a Erode il Grande. A proposito di grande, ricordate: The Big Brother is watching you, e per BB si intende la massa, perché è di comunicazione di massa che stiamo parlando, a patto che non abbiate profili Facebook, Instagram, Twitter e chi sa cos’altro, lucchettati, con le impostazioni della privacy attivate in modalità CIA, con unici “amici” o seguaci vostra madre e il vostro prozio. Esclusa quest’evenienza, comunicazione è trasmissione, e per trasmettere qualcosa il presupposto fondamentale è che il destinatario sia disposto ad accogliere quel qualcosa. Dato ciò per scontato, il gioco può avere inizio. Abbiamo a disposizione una lavagna virtuale e una tastiera per metterci, e mettere alla prova. Il ventunesimo secolo è la cornice che abbraccia la pluralità di colori e sfaccettature della società della conoscenza, culla della cultura e della creatività. Nella suddetta pseudo corporazione della conoscenza il bene primario ha compiuto una virata allontanandosi dai beni materiali, propendendo per quelli immateriali, nello specifico il sapere, in ogni sua sfumatura. In un ipotetico, spaventoso futuro distopico, immagino due fazioni contrapposte. La prima è armata di fotografie in cui si ostenta il lusso (rigorosamente associate all’abbreviazione ‘ph’ seguita dal nome di colui che le ha scattate), accompagnate da frasi a effetto il cui collegamento con l’immagine postata rimarrà per sempre ignoto. La seconda è invece munita di una ricerca spasmodica dell’inesplorato, del “mai condiviso”. Un po’ come per le mode, “io indossavo le Dr. Martens prima che andassero di moda”, la stessa cosa vale per il regime agghiacciante del minaccioso mainstream. “Condividevo frasi di De André prima che tutti parlassero di fiori e letame”.

Il filosofo, sociologo, critico letterario e professore canadese Marshall McLuhan conosciuto principalmente per, no, per niente, nel 1964 affermò.

“Non è a livello delle idee e dei concetti che la tecnologia produce i suoi effetti. Sono piuttosto i rapporti tra i sensi e i modelli di percezione a essere modificati da essa a poco a poco senza incontrare la minima resistenza”.

Ciò significa che la natura del contenuto muta la percezione del concetto che si vuole comunicare. Ma nella psichedelica centrifuga di argomenti del Web, che importa se si tratti di un video, uno status, un’immagine? Se il contatore delle condivisioni segna una cifra compresa tra lo zero e il sette, via libera. Superate le sette condivisioni rassegnatevi. Passare da ‘paladini dell’originalità’ a ‘seguaci della massa’ è un attimo. In questo modo si escludono automaticamente il novantanove virgola nove periodico dei contenuti multimediali reperibili attraverso Internet e rimane soltanto una possibilità. Scrivere parole a caso in modo tale da ottenere una frase mai pronunciata prima, magari con l’aggiunta di qualche vocabolo serbo per restare sul sicuro, oppure comporre nuove e scoordinate melodie, registrarle e pubblicarle dimostrando a tutti le proprie doti compositive. Anche se scrivere di proprio pugno e strimpellare nuove arie picchiettando con un cucchiaio la teiera del vicino lo fanno già gli intellettualoidi, i quali, non ritenendovi appartenenti a quella ristretta cerchia, vi reputeranno scontati. E via che si sprofonda nuovamente nell’ade mainstreammatico (anche i neologismi sono mainstream). Nella società esistono un numero infinito di sottoculture, gettonate o meno, alle quali almeno uno dei nostri “seguaci” aderisce. Che siate punkabbestia, hipster, ingegneri nucleari, gabber, dark, pastafariani, tamarri, politicanti, storiografi, esorcisti, poco importa. Potrete proporre qualcosa di nuovo agli appartenenti della vostra setta ma incapperete, inevitabilmente, nel giudizio di almeno un appartenente a qualche altro clan, che vi leggerà e dichiarerà apertamente la vostra caduta nell’abisso del mainstream.

Quanto influenza le nostre scelte il parere altrui? Quanti gruppi musicali preferiti abbiamo cambiato per non dare risposte scontate? A quanti film, canzoni, a quante frasi sconosciute ai più abbiamo attribuito valenza negativa dopo che avevano superato le fatali sette condivisioni?

Potremmo non spartire nulla con nessuno, ma anche questo sarebbe mainstream.
Le piattaforme sulle quali postiamo, leggiamo, critichiamo, sono utilizzate da più di 2.8 miliardi di persone, almeno una volta al mese. Se lo spirito d’osservazione non mi inganna anche gli affiliati alla Haters Corporation ne fanno uso. E se la matematica non è un’opinione, 2.8 miliardi supera il numero sette di qualche unità.

La filmografia indipendente, Italo Calvino e gli acceleratori di particelle hanno la stessa valenza di Despacito.

Passo e chiudo.

Vado a condividere una canzone dei Joy Division.

PREMIO IGNOBEL

Illustrazione di The Green Cut

QUANDO ANCHE LA SCIENZA SI FERMA A PRENDERVI PER IL CULO

 

Anche la scienza riesce a prendersi poco sul serio.

Non ci credete? Vi conviene allora continuare a leggere ed entrare nel pirotecnico e parodistico mondo del premio IgNobel.

Istituito nel 1991, il fratello scemo del più popolare premio Nobel si occupa di tutte quelle ricerche scientifiche che prima di pensare fanno ridere: “premiare l’insolito, l’immaginifico, e stimolare l’interesse del pubblico generale alla scienza, alla medicina, e alla tecnologia”, questa è la dichiarazione d’intenti. Non una competizione tra pazzi tuttavia; i partecipanti sono infatti selezionati da riviste scientifiche anche autorevoli (come Science, Nature o Scientific American) e la premiazione stessa si svolge nel Sanders Theatre dell’Università di Harvard, che patrocina tutto l’evento.
E guai a mettersi in mezzo: nel 1995 Sir Robert May chiese che fossero esclusi dalla competizione gli scienziati britannici, temendo evidentemente per il decoro della corona, ma fu deliberatamente ignorato e la sua richiesta non venne accolta. D’altra parte anche l’IgNobel ha il suo prestigio, si tratta certamente di ricerche singolari ma spesso interessanti per il poliedrico e mai sazio panorama della comunità scientifica. I vincitori possono illustrare i risultati della propria ricerca al MIT, che apre volutamente un ciclo di incontri (Ig Informal Lectures) pochi giorni dopo le assegnazioni. Insomma non stiamo parlando di noccioline.
Ma entriamo ora nel merito dei premi. Devo ammettere che scorrere l’albo dei vincitori, pur non cambiando la mia condizione esistenziale, mi ha fatto riflettere molto sul senso della vita:

  • Arte – a Jim Knowlton per il suo poster di anatomia classica “Peni del Regno Animale” e al Sovvenzionamento Nazionale per le Arti degli Stati Uniti, per aver incoraggiato il signor Knowlton a presentare il suo lavoro anche in forma di libro pop-up.
  • Matematica – a Robert W. Faid di Greensville, South Carolina, visionario e costante profeta della statistica, per aver calcolato l’esatta probabilità (710.609.175.188.282.000 a 1) che Mikhail Gorbachev sia l’Anticristo.
  • Medicina – a James F. Nolan, Thomas J. Stillwell e John P. Sands Jr., per la loro accuratissima ricerca: “Come gestire intelligentemente un pene intrappolato nella zip dei pantaloni”.
  • Biologia – a Ben Wilson dell’Università della Columbia Britannica, per aver reso noto che le aringhe, apparentemente, comunicano con le flatulenze.
  • Scienze Artiche – a Eigil Reimers, dalla Germania, e Sindre Eftestøl, dalla Norvegia, per aver sperimentato come reagiscono le renne quando vedono un essere umano travestito da orso polare.
  • Pace – ad Artūras Zuokas, sindaco di Vilnius, Lituania, per aver dimostrato che il problema delle auto lussuose parcheggiate in divieto può essere risolto passandoci sopra con un carro armato.
  • Riproduzione – ad Ahmed Shafik, per aver testato l’effetto dei pantaloni di poliestere, cotone o lana nella vita sessuale dei ratti, e per aver condotto test simili sugli uomini.
  • Economia – a Mark Avis e colleghi, per aver valutato la personalità delle rocce, dalla prospettiva del marketing e delle vendite.

Okay, okay, mi rendo conto che la portata rivoluzionaria della scoperta può avervi un attimo scombussolato le priorità. Anche gli scienziati dunque hanno il senso dell’umorismo e questa sopra non è che una breve raccolta del paese dei balocchi che ogni Settembre si esibisce agli IgNobel.
C’è spazio anche per l’Italia e gli italiani. Tre giovani fisici catanesi hanno ricevuto il riconoscimento, che specifichiamo non prevede un riscontro economico di alcun tipo, grazie a una loro rielaborazione del Teorema di Peter. Il suddetto paradosso spiega come all’interno di un gruppo ogni nuovo membro sale di grado fino a “raggiungere il suo massimo livello di incompetenza”: nella pratica questo significa che all’interno di una azienda un lavoratore qualsiasi sale di volta in volta di grado fermandosi solo quando suo malgrado raggiunge il ruolo a lui meno congeniale. È un paradosso, chiaro, ma da ciò deriva la regola che promuovendo i dipendenti in modo casuale anziché sulla base dei curricola l’azienda ha più possibilità di funzionare. Cazzate! direte voi, eppure il trio etneo formato dai fisici Andrea Rapisarda e Alessandro Pluchino e dal sociologo Cesare Garofalo hanno dimostrato questo principio in modo matematico. Una legittimazione del caos che non dovrebbe stupirci se pensiamo a quanto fondamentale sia il ruolo della fortuna all’interno della vita di una persona.
L’edizione degli IgNobel appena trascorsa non ha mancato neppure l’appuntamento con l’ecologia che assilla ormai le nostre vite. La Volkswagen ha infatti progettato un auto in grado di diminuire l’emissione di gas inquinanti durante i test drive. Interessante, senza dubbio, ma continuo romanticamente a preferire Thomas Thwaites, inventore di protesi che permettono all’uomo di camminare come una capra.
Chi sa ridere è padrone del mondo, disse qualcuno, dunque non resta che resistere al grigio mantello della scienza fino alla prossima edizione.