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TORINO. MINACCIA UNA RAPINA MA NESSUNO LO ASCOLTA

Illustrazioni di Icona T

 

“Cos’è rapinare una banca a paragone di fondarne una?” si chiedeva Bertolt Brecht. E alla sua celebre frase s’ispira Insospettabili sospetti, remake di una deliziosa commedia geriatrica del 1979 (con George Burns, Art Carney e Lee Strasberg).

La questione è semplice.

Defraudati dei fondi-pensione dalla loro banca, gli anziani Joe, Willie e Albert decidono di rapinarla. Dopo essersi grottescamente esercitati in un supermercato di quartiere al “colpo perfetto” (una delle gag più divertenti della pellicola), mettono realmente in atto il loro piano. E magari la scelta/cammeo di coprirsi il volto con le maschere di Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis jr, non è solo una piccola e irriverente citazione a cui tra l’altro noi italiani eravamo già stati sensibilizzati da uno dei capisaldi della commedia italiana anni 90. E forse anche Aldo, Giovanni e Giacomo personificando con delle maschere tre presidenti italiani (Cossiga, Scalfaro, e Pertini), e alla ricerca della loro gamba, qualche (e non solo qualche) figura di merda l’hanno fatta poi, sedendo di fronte al comando dei carabinieri come dei bambini colti mentre hanno le cosiddette mani nella marmellata, per usare un eufemismo politicamente corretto, o con le mani nelle mutande in piena pubertà mentre cercano disperatamente di chiudere tutte le schede di Pornhub aperte.

E alla fine a Torino, precisamente a Lombriasco, non è che ci sia stata tutta questa fantasia umoristica. Ma neanche un po’. E forse non si trattava nemmeno di quasi-pensionati derubati di qualcosa che gli spettava di diritto. Però un dieci per l’impegno i due quarantenni Luca Menerella e Giuseppe di Vincenzo se lo meritano.

Sapete no, quando si dice, UN DIECI ALL’INTENZIONE.

Ecco.

Così. Non si sa per quale motivo, magari c’era un Garpez di mezzo non si sa, i due in una bella mattinata di Luglio hanno deciso di rapinare la filiale di Intesa San Paolo di Lombriasco. Giuseppe di Vincenzo nei panni de “IL PALO” e Luca Menerella in quelli del protagonista, che armato di una 9 millimetri entra in questa piccola banca diretto verso una delle impiegate e agitando l’arma intima la mal capitata ad aprire la porta che conduce al bottino.

Il tutto si risolve in poco più di un minuto.

La donna con freddezza gli risponde che non può soddisfare la sua richiesta perchè la porta è blindata e bloccata e lei non dispone delle autorizzazioni necessarie ad aprirla. L’uomo così, sconsolato inizia a brandire la pistola con sempre meno convinzione mentre l’impiegata, semplicemente ritorna a lavorare, ignorandolo. Ebbene sì. Il rapinatore viene completamente ignorato dall’intero staff e dai correntisti dell’Intesa San Paolo presenti.

Così Luca, al quale ci sentiamo particolarmente affezionati visionando quel minuto e mezzo delle riprese a circuito chiuso completamente senz’audio, si precipita verso l’uscita per fuggire col compagno Giuseppe.

Quello che ci viene da pensare in primis è chissà cosa l’amico PALO avrà mai potuto pensare vedendoselo ritornare dopo così poco tempo e sostanzialmente con le pive nel sacco. Anzi. Senza manco il sacco in realtà.

Fatto sta che grazie alle telecamere di sorveglianza e ai testimoni i due malviventi occasionali sono stati arrestati dall’arma dei Carabinieri di Moncalieri pochi giorni dopo.

Ed è anche vero che la Giustizia è uguale per tutti e non ammette ignoranza, ma alla fine, per quanto possa far ridere una situazione di questo tipo, dovrebbe anche far riflettere.
Negli ultimi anni il tasso di criminalità in Italia è rimasto abbastanza stabile, leggermente aumentato, ma quello che dà da pensare sono le sottocategorie e come queste percentuali si stiano muovendo all’interno della grande famiglia “Criminalità”.
Gli omicidi sono pressoché stabili e le differenze latitudinali non sono particolarmente influenti. Ma non si tratta dello stesso affare quando si parla di due crimini in particolare. Stupri e rapine. Mentre nel primo caso si vede una maggiore affluenza di pubblico (eh sì, il pubblico negli ultimi anni ha fatto da protagonista a scandali di questo genere) dalle regioni italiane da Roma in su, nel secondo caso, l’aumento di percentuale è sconvolgente anche se l’AGI e il nostro amato Matteo Salvini rivendicano il contrario. E l’ISTAT e le testimonianze di certo non mentono. E forse sarà un problema di questa fantomatica crisi economica statale, inverosimile, dato che la realtà dei fatti è un’altra e l’Italia non è nemmeno tra i primi dieci Stati dell’UE per debito pubblico nazionale. Oppure il problema è proprio questo?

La reale fantomaticità della crisi.

Un effetto banalmente conseguenziale alla campagna propagandistica anti-storica e anti-verità che dall’avvento dell’Euro si è fatta, ovviamente ai danni dei cittadini.

E allora come mai rapine e furti sono in aumento? E non ci interessa sapere dove, tanto si sa come l’Italia bene o male sia messa. Non viviamo gli anni d’oro dei Casinò in Nevada e delle varie bande alla Bonnie e Clyde, o manipoli alla Ocean’s Eleven, e non c’è nessun Clooney a spacciarci una rapina come un atto di abilità sportiva o come una qualche sorta di auto-giustizia.

In Italia, furti e rapine in banche, case, negozi in generale è in aumento. E allora vi vorrei far riflettere solo su due punti.

L’ultima crisi economica che il mondo abbia visto, di una portata non indifferente, fu quella del 1929 (tranquilli siamo a conoscenze delle bolle immobiliari del 2000) e vi ricordate come fu risanata? Probabilmente no. Alla fine vi insegnano solo che un fottutissimo invasato discendente di ebrei appassionato di acquerelli ha sterminato circa sei milioni di, guardate un po’, ricchi banchieri che ancora oggi detengono un quinto della ricchezza mondiale. Magari era un pazzo. Magari la parola Olocausto è più che meritata, e qui non ci piove. Ma ricordate che un pazzo raramente si dimostra uno dei migliori statisti ed economisti degli ultimi duecento anni.
Quindi, questa crisi è realmente reale? O è solo l’ombra di qualcos’altro che in realtà vogliamo vedere?

E alla fine un altro dato interessante è il tasso di rapine quasi nullo nelle zone commerciali dove la presenza cinese è alta. Mah, magari è una coincidenza, o magari MISTERO ha ragione… Ma torniamo alla realtà.

Gli improvvisati, oggi, aumentano e commettono sempre più rapine, e la quasi totalità finisce con figure di merda o famiglie rovinate, e allora non ho ragione a dire che alla fine era meglio nascere Ebrei?

O cinesi.

Ebrei o Cinesi.

RIACE E LA MONETA DEL CAMBIAMENTO

Illustrazione di Camilla Neri

Camminando per le strade rocciose di Riace (piccolo comune in provincia di Reggio Calabria) saltano all’occhio i numerosi murales che decorano le pareti delle case antiche. Colori e messaggi di solidarietà spiccano sulle crepe lasciate dal tempo. Del resto, il tempo in questi luoghi a tratti sembra essersi fermato, come quando, di tanto in tanto, si vede un uomo raccogliere i rifiuti porta a porta portandosi dietro due asinelli. Riace mantiene tutto il fascino della Calabria, terra aspra e dannata, dove in mezzo alle rovine greche nascono ginestre e bergamotti. Eppure, è proprio da questo piccolo e vivo centro nel cuore della costa ionica, che, da qualche anno, si sta portando avanti una vera e propria rivoluzione.

Negli ultimi decenni si è spesso parlato, in toni più o meno accesi, dei flussi migratori che stanno interessando la nostra penisola in maniera sempre più consistente. È chiaro che si tratta di un problema concreto e che l’integrazione non può essere semplice né immediata, ma questo non esclude che le soluzioni possano esistere. Da questo punto di vista, Riace, a partire dagli anni ’90, in concomitanza con i primi sbarchi, si è meritato a tutti gli effetti l’appellativo di “Paese dell’Accoglienza”.

Al momento, infatti, convivono nel paese almeno 25 etnie diverse, ciascuna delle quali contribuisce a dare vita a quello che, altrimenti, sarebbe ancora un comune fantasma. Non solo i profughi (circa un terzo della popolazione attuale) sono una vera e propria risorsa, ma la loro presenza nel territorio ha contribuito allo sviluppo di iniziative all’avanguardia. Una di queste è stata l’introduzione, nel 2010, di una moneta locale, volta a compensare la mancata puntualità degli aiuti economici dello SPRAR (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati), che spesso giungono a destinazione con diversi mesi di ritardo. I negozianti hanno accolto la proposta con entusiasmo e, tuttora, permettono ai migranti di acquistare nei loro esercizi commerciali beni di prima necessità, favorendo ulteriormente l’integrazione tra le comunità. A ciascuno, infatti, vengono consegnate delle banconote del valore complessivo di circa 185 euro mensili, che non comprendono i costi delle utenze e dell’affitto (a carico di progetti ONU). Una volta arrivati i fondi statali, i debiti vengono saldati, senza che l’economia locale subisca alcun danno.

“Si tratta di Comuni poveri, in cui il settore tributi è bloccato: a Riace non ci sono addizionali comunali in quanto abbiamo deciso di non incidere con i prelievi fiscali e abbiamo consentito inoltre a tutte le attività commerciali di utilizzare gli spazi pubblici senza pagare alcuna concessione comunale. I costi della politica sono ridotti ai minimi termini, in quanto non abbiamo indennizzi, telefoni aziendali, macchine comunali, autisti o altro. C’è voluta, quindi, grande creatività per fare tutto questo, per quella che per noi è una nuova possibilità di sviluppo per vari settori.”

A parlare è il sindaco (da tre mandati) Domenico Lucano, portavoce dei cambiamenti che stanno interessando questo piccolo centro della Calabria, che non finisce mai di guadagnarsi l’ammirazione del dibattito mondiale. Infatti, lo stesso primo cittadino è stato recentemente menzionato nella lista delle cinquanta persone più influenti a livello mondiale indetta dalla rivista statunitense Fortune. I turisti, del resto, non mancano e possono anche loro usufruire della moneta locale, acquistando le banconote (del valore di 1, 2, 5, 10, 20 e 50 euro e raffiguranti vittime della mafia come Peppino Impastato e liberatori di popoli come Che Guevara o Gandhi) con uno sconto del 20% sul prezzo in euro corrispondente.

Naturalmente non sono mancate le proteste.

“Il servizio centrale del Ministero dell’Interno non è d’accordo con il nostro esperimento perché è fuori dalle sue linee guida. Io stesso sono visto male dalle autorità, ma questo sistema presenta molti vantaggi: per intanto, è trasparente e impedisce che qualcuno si arricchisca alle spalle dei migranti; non ci sono fondi neri o sporchi, e soprattutto i rifugiati sono direttamente coinvolti e incrementano il circuito dell’economia locale.”

Mimmo ‘o curdu (come è stato ribattezzato proprio per il forte legame che ha stabilito con i profughi) sa che la strada che ha intrapreso fa storcere più di un naso, ma è determinato a proseguire. Sempre più comuni stanno adottando il sistema delle monete locali, riportando in vita una tradizione che fonda le proprie radici nell’antichità e che anche in passato è servita a far fronte alle mancanze statali (basti pensare ai “miniassegni” emessi dal Banco San Paolo di Torino nel 1975 per far fronte alle piccole spese giornaliere in un periodo in cui c’era pecunia di denaro di piccolo taglio).

Jamu, dunque, Mimmo! Riace continua a essere la bussola che guida questo cammino e il fuoco che anima chi, stringendo i denti, continua a seguirne buon esempio. Passo dopo passo, sfida dopo sfida, sarà, forse, possibile costruire davvero un mondo più sano.

Del resto, come sosteneva Giuseppe Valarioti (un altro grande calabrese, caduto nella lotta alla ‘ndrangheta e raffigurato su una delle monete comunali): “Se non lo facciamo noi, chi deve farlo?”