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DEAN CLIFFORD. LA STORIA DI UN UOMO FARFALLA.

Illustrazione di Laura Cagnoni

Dean Clifford.

Così si chiama, ne sentivo parlare spesso dagli amici.

So che ora ha trentotto anni, mentre i dottori, alla nascita, non gliene avevano dati da vivere più di cinque.
Me lo ricordo, quelle poche volte che usciva di casa per giocare coi bambini del quartiere. Aveva sempre la faccia cosparsa di chiazze rosse. Una maschera di sangue. Che ci volete fare, la sua pelle si rompeva di continuo.  Gli altri ragazzini lo chiamavano Pelle di farfalla, o Bambino di Ovatta. Beh, questi erano i due nomignoli più carini.  L’altro giorno parlavo con mio fratello, che è rimasto in paese tutti questi anni, non come me. Quindi è rimasto sempre aggiornato su tutto quello che succedeva, inclusa la vita di Dean.  Mi ha ricordato che la malattia da cui è affetto si chiama Epidermolisi Bollosa. O meglio, la sua forma più grave.

Avere questo disturbo non significa vivere bene, ve lo assicuro. Immaginate di avere la pelle così fragile che la minima frizione potrebbe provocarle dei danni. Immaginate di ritrovarvi con delle ferite alle mani ogni volta che indossate dei guanti. Ecco, qualcosa del genere. E dopo, immaginate quanto diventi difficile svolgere qualsiasi altra attività.
Mi hanno detto che ogni mattina Dean deve cambiare tutte le bende che ricoprono il suo corpo, dopo un lungo bagno. Si tratta di una routine di circa tre ore. Ogni mattina.

Questo aneddoto mi ha fatto venire in mente immagini di antichi battesimi, che si facevano immergendosi completamente in acqua. Certo a Dean deve fare male questo battesimo. Mio fratello dice che è una specie di martire. Che sta soffrendo per i nostri peccati. Ma insomma, i peccati di chi, dico io? E a lui chi gliel’ha chiesto di soffrire? Non ha mica deciso di nascere così. Beh, lasciamo stare. Mio fratello a volte è un po’ strano.

Ah, mi hanno detto anche un’altra cosa. Che un giorno Dean ha iniziato a sollevare pesi. A stendersi su una panca e ad alzare un manubrio sopra di sé. Quelle cose lì. Io se devo essere sincero non le ho mai capite, però, voglio dire, ognuno fa un po’ quello che vuole.

Dean dice che sollevare pesi lo fa stare bene, ma io non capisco come. Mi sembra solo una gran sofferenza. Sollevare più di cento chili, così, stesi su una panca… e in più col suo problema alla pelle. Deve fare un male cane.
L’altro giorno, preso dalla curiosità, sono andato in palestra a vedere l’Uomo Farfalla sollevare i suoi pesi.
Lo vedevo da lontano. Provavo disagio nel guardarlo in faccia troppo a lungo. Entrambe le palpebre inferiori gli pendevano verso il basso, ed erano rosse di sangue. La sua testa era quasi una sfera perfetta, completamente priva di capelli. Qua e là delle croste rosate spezzavano il bianco candido della sua pelle.
Dean si è steso sulla panca, a fatica, con dei gemiti. Aveva delle bende sulle braccia, attorno a un gomito, e sulle mani.
Oggi tentava di stabilire un nuovo record. Centocinquanta chili. Circa il doppio del suo peso corporeo.

Si è fatto silenzio tutto intorno. Dean ha cominciato a respirare profondamente, ma in modo affannoso. Inizialmente ho pensato che stesse avendo dei problemi respiratori.

Si è battuto una mano sul petto qualche volta, gridando, e si è steso sulla panca. Non riuscivo più a staccargli gli occhi di dosso. Poi è successo tutto in un attimo. Ha sollevato il manubrio dal supporto e l’ha fatto scendere verso di sé. Nel frattempo gemeva di dolore. Mi immaginavo tutti i microscopici tagli che gli si stavano formando sulla sua pelle, in diversi punti del corpo.

Poi, con uno sforzo enorme, ha spinto nuovamente il manubrio verso l’alto. Si è alzato dalla panca di scatto, con un grido liberatorio.

Beh, mi capirete, non riuscivo a crederci. Avevo appena visto una farfalla sollevare centocinquanta chili.

L’UOMO CHE VISSE TRE ANNI SU UNA PALMA

Illustrazione di Laura Cagnoni

Avete presente quelle storie fuori dal normale? Quelle storie dove stenti a credere la loro veridicità sebbene ci siano prove concrete della loro effettiva avvenuta?

Gilbert Sanchez, filippino, residente nella località di La Paz, un bel giorno decise di arrampicarsi su una palma alta 20 metri e di non scenderci per tre lunghi anni.

Tale decisione, propriamente non ordinaria, andò a creare una concatenazione di eventi incredibili. Cosa portò Sanchez a prendere una decisione così definitiva? Durante una lite abbastanza violenta, venne sparato dritto in testa. Il terrore creatosi in lui, uno shock abissale, lo portò a fuggire sul primo punto più alto lì vicino, ovvero una palma.
Immaginatevi ora, intemperie, temporali e giornate di caldo afoso, e poi immaginatevi Sanchez. Rannicchiato su una palma per tre lunghi anni. La motivazione, che rasenta la follia, portò un unico uomo a vivere un’esperienza irripetibile. Siamo quasi sicuri che tale idea gli fosse venuta in mente in un momento di poca lucidità, ma le decisioni prese in maniera così impulsiva solitamente si sgretolano dopo qualche ora. Qui parliamo di anni, di un uomo che non voleva assolutamente scendere per colpa di presunte manie di persecuzione grandi tanto quanto quella palma su cui vi si era abbarbicato.
Vedovo da una quindicina d’anni, padre con responsabilità, decise di non scendere da quella sua casa nemmeno quando la madre gli disse di non essere più in grado di prendersi cura dei suoi figli. Incapace di accompagnarli a scuola, avrebbero perso anche l’istruzione. Perciò cosa si muoveva nella testa di Sanchez per non provare senso di colpa e commiserazione nemmeno quando entrò in gioco la vita dei suoi figli?

Sanchez, d’altro canto, aveva un persona che si occupava del suo fabbisogno giornaliero. Winifreda Sanchez, la stessa madre che, seppur anziana e quasi invalida, esasperata da una situazione grave e assurda, si premurava di legargli beni di prima necessità su una corda ogni giorno. Cibo, vestiti, talvolta sigarette venivano recuperati da Gilbert per sopravvivere in maniera modesta su una palma. La madre, assieme al fratello, lo pregarono di scendere nei successivi lunghi mesi, ma la risposta fu sempre la stessa. Un cenno del braccio e nulla di più.
Ormai tale storia era conosciuta in tutto il villaggio e nessuno si mosse in prima persona per capovolgere una situazione che non sarebbe potuta durare ancora a lungo. Una popolazione di silenti che vivevano normalmente la loro vita con la consapevolezza che un loro compaesano stava vivendo rannicchiato su una palma da tre anni. Quando ormai la sua famiglia si stava arrendendo, un articolo comparse sul web. Tutta la storia di Gilbert fu descritta per filo e per segno, e fu virale. Bastò poco tempo per fare in modo che diverse persone circondassero la sua palma. Fu l’ultimo vano tentativo di convincerlo a scendere volontariamente dalla sua casa. Dopo l’ennesimo rifiuto, il gruppo guidato dalla polizia locale decise di azionare una motosega e tagliare l’albero. Tale operazione fu eccessivamente rischiosa perché poteva ovviamente portare alla caduta dell’uomo. Andò a buon fine però e Gilbert Sanchez toccò il suolo per la prima volta dopo tre lunghi anni. Ciò che spaventò la gente furono le condizioni fisiche e mentali del poveretto. Tralasciando il tasto dolente dell’igiene, furono le vesciche e i morsi d’insetto che ricoprivano il suo corpo a destare tanta preoccupazione. Per non parlare della colonna vertebrale irrimediabilmente deformata per il tempo trascorso in quella posizione. La sua condizione psichica invece rasentava la pazzia. Il primo psichiatra a visitarlo fece una valutazione a dir poco agghiacciante: psicosi, allucinazioni, manie di persecuzione furono solo alcuni, dei gravi problemi di Sanchez che comunque non sarebbero bastati ad esplicare il perché del suo stare tanto a lungo in un contesto così inumano.

Questa non è altro che la triste storia di un uomo che, preso da uno shock non curato, decise di buttare tre anni della sua vita su una palma.

Inconcludente, ma indubbiamente avvincente allo stesso tempo.

BABBO NATALE, LA MORFINA E L’ANGELO DELLA MORTE DANZANO INSIEME PER L’UOMO DELLA SABBIA

Illustrazioni di Armando Genco

Papaver somniferum è il nome scientifico per il papavero da oppio. L’oppio non è altro che il succo di questa pianta, ottenuto tramite l’incisione delle sue capsule immature che rilasciano una specie di liquido, simile a lattice essiccato. Sumeri, egizi, greci e latini, tutti si divertivano già con questa sostanza, utilizzata sia per scopi medici contro cefalee, epilessia e problemi di vista, che per scopi molto meno scientifici, tanto da denominare il papavero “pianta della gioia”. La svolta avvenne nel 1800 con Friedrich Wilhelm Adam Serturner, medico e farmacista tedesco che riuscì ad isolare dall’oppio quello che è considerato il primo principio attivo estratto da un vegetale: il principium somniferum, meglio conosciuto come morfina. Era nato un potentissimo analgesico per la cura del dolore associato soprattutto ai tumori, all’infarto del miocardio e per il trattamento del dolore post-operatorio. La sua assunzione prolungata porta a uno stato di totale dipendenza, con ripercussioni molto serie sul fisico e la psiche. A causa della sua potente azione sui centri di respirazione, in caso di sovradosaggio possono insorgere gravi depressioni circolatorie e respiratorie che portano ad una riduzione dello stato di coscienza, arresto respiratorio, coma e, infine, alla morte. Il confine che questa sostanza segna fra vita e morte, sollievo e dolore, è labile. Profondo e labile allo stesso tempo. Di conseguenza quantità, modalità e frequenza della somministrazione di morfina devono essere attentamente seguite da un medico. È lui il guardiano alla porta di questa strana bestia, ed è naturalmente l’unico del quale ci possiamo fidare.

Come Annie Wilkes di Misery insegna, i serial killer si possono trovare anche fra le mura degli ospedali, fra coloro che dovrebbero prendersi cura di noi, dei nostri famigliari e, in generale, di coloro che sono talmente tanto ammalati e impossibilitati da non poter provvedere a sé stessi. Possono indossare il camice bianco di medici ed infermieri. E chi meglio di loro si trova quotidianamente e direttamente a decidere delle sorti della salute di una persona. Sarà capitato di sentire appellare un dottore come “angelo”, spesso da persone guarite da un male molto grave o dai famigliari di queste persone. Proprio perché la figura del medico si trova in una posizione peculiare che ha a che fare sia con la vita che con la morte degli esseri umani, essa assume un carattere quasi “sovrannaturale”, di religiosa reverenza e rispetto. Non è assolutamente un caso, quindi, che questa caratteristica possa fare presa su soggetti disturbati da determinate psicopatologie, che trovano gratificante mettere fine alla vita di persone già di per sé malate o totalmente indifese, specialmente bambini ed anziani. La criminologia li chiama angeli della morte, o angeli della misericordia. Le motivazioni del gesto criminale possono essere varie ma rientrano fondamentalmente in tre categorie. La prima: credendo di aiutare il malato, l’assassino decide di mettere fine alle sue (reali o ipotetiche, questo per lui è indifferente) sofferenze, come fece ad esempio Jane Toppan, infermiera americana che ammise anche di essere stata sessualmente eccitata dalla morte dei pazienti con i quali giaceva nel loro letto dopo averli iniettato un mix letale di farmaci. La seconda: in modo da apparire agli occhi dei famigliari come loro eroe e salvatore, l’assassino può mettere volontariamente in pericolo la vita del malato e cercare quindi di salvarlo in un secondo momento, tentando ad esempio la rianimazione nonostante la persona sia ormai deceduta, come dimostra il caso esemplare di Richard Angelo, infermiere condannato nel 1989 a cinquant’anni di carcere per aver procurato la morte di otto persone e averne avvelenate altre ventisei. Infine la terza, la motivazione più semplice e allo stesso tempo più tremenda: nascondendosi dietro l’aspetto rassicurante del medico, soddisfare le proprie pulsioni omicide con la soppressione della vita altrui ribadendo così la propria forza. In parole povere, sentirsi un dio.


È il caso, questo, di Harold Frederick Shipman. Toglietevi dalla testa soggetti esistenti o inventati, che siano dottori cannibali alla Hannibal Lecter, esaltati in preda alle loro visioni alla Charles Manson o gente in fissa col travestitismo e con un pessimo gusto per l’arredamento alla Ed Gein. A vederlo dall’esterno, Shipman, nato nel 1946 a Nottingham, è il prototipo del classico dottore tutto concentrato sul proprio lavoro. Non potreste non immaginarlo se non con un camice bianco mentre si aggira fra le corsie del suo ospedale, con una classica barba bianca alla Babbo Natale a contornargli buona parte del viso, occhi piccoli dietro a degli occhialetti a montatura leggera, una classica pancetta che mette a dura prova la camicia, alto ma non troppo imponente e la classica andatura un po’ impacciata e orsina. Tutto sembra essere “classico” in quest’uomo, tutto sembra comune, ordinario, medio. Un dottore come tanti, laureatosi in medicina all’università di Leeds, stimato e rispettato per le sue capacità, padre di famiglia della middle-class inglese con quattro figli e una moglie devota. Un po’ burbero a volte, ma che tutto sommato piaceva alle due comunità del Todmorden e del Lancashire in cui si era inserito. Peccato però che Shipman, è oggi considerato come uno dei più prolifici (se non proprio il più prolifico) serial killer della storia, avendo ucciso per venticinque anni i suoi pazienti al ritmo di circa uno al mese. L’unico metodo da lui usato è sempre stato lo stesso: dosi letali di morfina. Dal 1975 al 1998, anno della sua incarcerazione, il Dr. Morte, come è stato in seguito denominato, si recava a casa dei suoi pazienti che erano principalmente donne anziane che vivevano sole. Iniettava loro una dose letale di morfina e le osservava morire, tranquillamente seduto. Alzava il riscaldamento al massimo per ritardare il processo di raffreddamento dei corpi dovuto al decesso e il giorno dopo, quando l’anziana veniva scoperta, compilava un certificato di morte, stimando l’ora del decesso con considerevole ritardo rispetto alla sua visita precedente e attribuendo la causa della morte semplicemente alla vecchiaia o ad un’insufficienza cardiaca. Fattore fondamentale: non prescriveva nessun esame post mortem visto che lui stesso era il medico del defunto, affermando che lo aveva visitato di recente. L’inchiesta su Shipman, oltre all’identificazione di tutte le vittime, possibili ed accertate, si è posta anche due altre domande: perché usare proprio la morfina? E quali sono state le motivazioni che hanno spinto il medico inglese ad uccidere con tanta meticolosità? Alla prima domanda gli psicologi affermano che una possibile risposta andrebbe ricercata in tutte quelle volte che, da bambino, osservava la madre trovare un po’ di pace sprofondando nell’oblio della morfina, iniettata per alleviarle il dolore causato dal cancro ai polmoni. Harold aveva appena diciassette anni quando la donna morì, nel 1963. Alla seconda domanda è più difficile rispondere, innanzitutto perché Shipman ha mentito sempre sulle sue reali motivazioni sino al giorno della sua morte nel 2004, impiccandosi alla finestra della sua cella. Non ha mai ucciso per soldi, tranne in un caso, quello dell’ottantunenne Kathleen Grundy, in cui il medico inglese arrivò a falsificare il testamento dell’anziana per ottenere le sue proprietà immobiliari dopo averla assassinata. Fu la sua ultima vittima.

Venne tradito da una sua stessa impronta digitale sul testamento, redatto fra l’altro con la macchina da scrivere che aveva nello studio. Proprio questo episodio di ordinaria e comune avidità dimostra il tipico carattere megalomane dei serial killer. Man mano che le loro vittime aumentano, aumenta anche la sicurezza nei propri mezzi e nel proprio modus operandi, portando ad un atteggiamento superficiale e a trascurare particolari che, in un secondo momento, si riveleranno decisivi per la loro cattura. Se non fosse stato per la sua radicata convinzione di poter decidere deliberatamente di uccidere chi voleva, costata la vita a 210 persone (alle quali vanno aggiunte altre probabili 40), Shipman sarebbe stato uomo qualsiasi affetto da una comune, ordinaria, classica arroganza.

Harold Shipman rimarrà per sempre un assassino che soffriva della più comune, ordinaria e classica delle umane caratteristiche: sentirsi talmente al di sopra degli altri da credere di poter impersonare il ruolo di Dio, per sempre.

13 RAGIONI PER 13 RAGIONI (e per non guardarlo)

Illustrazione di Nalsco

 

La serie più vista del 2017.

L’abbiamo vista tutti. Ne abbiamo parlato tutti, per mesi. Abbiamo atteso tutti la seconda stagione, nel bene o nel male. Alcuni di noi hanno avuto il coraggio di piazzarsi di fronte alla tv e guardare uno dei seguiti meno necessari nella storia della serialità. Ho promesso a un amico che mi sarei seduto sul divano insieme a lui e lo avrei accompagnato fino alla fine della tortura, come quando il carrello delle montagne russe ti si stringe al petto e inizi a salire, ma è troppo tardi per rinunciare. Ho passato i primi cinquanta minuti della seconda stagione in cerca di qualcosa che si salvasse in questa mattanza della serialità, ma niente. Tutto ciò che poteva incuriosire lo spettatore nella prima stagione ha lasciato spazio al nulla.

13RY” non parla alla mia generazione, ma dubito che, dopo cinquanta minuti di nulla, questo secondo capitolo possa avere la speranza di catturare anche solo la metà del pubblico adolescente che ha visto la prima. E invece no. Sarà un successone, perché ci stiamo abituando alla mediocrità.

Nel tentativo di dissuadervi dalla visione di questa seconda stagione, ho deciso di darvi tredici ragioni per non guardare tredici ragioni:

1 – IL FINALE

La prima stagione, che aveva un sacco di problemi e altrettanti ottimi propositi, si concludeva con un finale, cosa che sempre meno serie possono vantare di avere. Un finale aperto, per di più. Lo spettatore veniva lasciato alle sue considerazioni generali, senza il senso di nausea che abbiamo provato tutti quanti quando è stato annunciato “Westworld 2”. “13RY” era una delle poche serie a non terminare con un cliffhanger tipico dei settimanali televisivi sui supereroi. Infatti ne hanno dovuto creare uno falso per proseguire con la narrazione della seconda stagione.

2 – IL FINALE?

La seconda stagione non sarà (probabilmente) l’ultima. E sappiamo cosa succede alla maggior parte delle produzioni odierne quando devono fare a pugni con archi narrativi troppo lunghi: perdono per KO. Netflix, come tante altre produzioni, si basa sui numeri, giustamente. Se l’audience fa abbastanza rumore è probabile che venga annunciata una terza stagione. In fondo non è così impossibile. Basti pensare all’ultimo episodio di “Sense8” in uscita a Giugno. La domanda è: cosa volete guardare voi? O cosa vi meritate di guardare.

3 – INIZIO, SVOLGIMENTO E CONCLUSIONE

La serialità, specialmente quella mediocre, ci sta abituando a storie che non finiscono mai. Non c’è alcun bisogno di sapere sempre cosa succede “dopo”, perché le vite dei personaggi sono FINTE, anche quando sono tratte da storie vere. Vi svelo un segreto: ogni storia ha un inizio e una fine. La narrativa è verosimile, non vera. Prima lezione di sceneggiatura.

4 – SCELTI PER TE

Netflix ha ridotto il numero di produzioni, riuscendo a limare la qualità di gran parte di esse. Ci sono un sacco di cose belle da vedere su Netflix, sempre se avete voglia di scorrere un po’ il catalogo. “Mindhunter”, “Peaky Blinders”, “Flaked” e “Master Of None” sono solo alcune delle serie di alto livello che Netflix produce o trasmette. Senza contare che Netflix produce anche film. Quanti di voi hanno visto “I don’t feel at home in this world anymore”, per esempio? Netflix può sorprendervi con grandi cose, basta non dare retta ai suoi “scelti per te”.

5 – CONTINUA A GUARDARE

Che bisogno c’è di vedere tutto? Potete abbandonare la seconda stagione di “WestWorld” e fingere che non sia mai stata scritta. Davvero, riguardatevi il finale della prima stagione e fermatevi. Così come avreste fatto meglio a ignorare “Sense8”. Nessuno vi obbliga a vedere tutte le puntate di “Luke Cage” solo perché vi siete affezionati al personaggio.

6 – IL CINEMA ITALIANO E’ VIVO.

In questi giorni, al cinema, c’è “Dogman”. Un film italiano che sta facendo parlare tantissimo e che sta riscuotendo un sacco di successo. Il logout da Netflix costa pochi secondi e per il biglietto ve la cavate rinunciando a una pizza. Correte, perché gli “Avengers” resteranno nelle sale per tutto il mese. “Dogman” farà la fine di Wes Anderson, che con “Isle of Dogs” è rimasto al cinema per due settimane. Garrone meriterebbe il vostro tempo. “13RY” no.

7 – I MIRACOLI FUNZIONANO SOLO UNA VOLTA

La prima stagione di “3RY” aveva dei propositi educativi che hanno fatto parlare tantissimo e hanno aiutato un sacco adolescenti. Peccato che come tutte le opere di cui si parla troppo, spesso ci si concentra più sul come (discutibile) che sul tentativo in sé. Sarebbe bastato un filo di senso critico in più per rendersi conto che il suicidio di Hannah Baker non aveva nulla di romantico. In alternativa, sarebbe bastato guardare il documentario sulla serie. Per alcuni di noi grandicelli è stato come guardare indietro agli anni delle superiori con un po’ di ironia e nostalgia. È stato piacevole, ma fatevi un favore: fermatevi, prima che diventi imbarazzante per tutti quanti.

8 – IL VILLAIN

Hannah Baker, la vittima, è il vero cattivo della storia. Un villain peggiore del villain peggiore delle produzioni Marvel, che si parli di quelle cinematografiche o televisive. Ditemi voi quale, perché a mio parere funziona solo Wilson Fisk della prima stagione di “Daredevil”. Hannah Baker è un personaggio fastidioso e incoerente. Se durante la prima stagione avete preso le sue difese, allora meritereste che Thanos schioccasse le dita.

9 – IL TEMPO E’ DENARO

Tredici ore sono un’eternità. Non fatevi del male. Il tempo è denaro e costa più di 9,99€ di abbonamento mensile a Netflix. Mi dispiace per tutti quelli che sono riusciti ad arrivare alla fine di “The Defenders”, l’unico crossover sui supereroi in cui dei vigilanti decidono di parlare invece che fare a cazzotti con i cattivi. E finiscono per parlare di niente.

10 – IL PLOT

Su Sky c’è la nuova serie scritta da Ammaniti, il Miracolo. È molto più intrigante del fantasma di Hannah Baker che tormenta Clay. Inoltre è italiana, e di qualità superiore.

11 – GLI ALTRI MEDIA

Netflix, forte della varietà dei suoi contenuti, è diventato piuttosto popolare da noi. Una cosa è certa: ci piacciono le serie tv. Ci piace restare col fiato sospeso per una settimana in attesa dell’episodio successivo e ci piace il binge-watching quando i cliffhanger sono davvero potenti. Se ci immedesimiamo così tanto nei personaggi, allora perché snobbare i videogiochi? Più passa il tempo e più questo medium convince gli scettici a prendere il “manettino” in mano. Fatevi un favore e gioca- guardate “Life is strange“, la migliore serie tv che possiate trovare fuori dal circuito delle serie tv. Racconta un dramma liceale, in chiave fantascientifica e un po’ super-eroica, permettendovi di partecipare nei panni della protagonista. È scritta meglio di “13RY”, che ha preso spunto per le polaroid della seconda stagione e ha una trama dannatamente coinvolgente. Ma sopratutto finisce. Per fortuna.

12 – LA NOSTALGIA

Vi manca il liceo? Sullo store della PlayStation c’è “Bully“, in sconto a 10€. Uno dei prodotti migliori della Rockstar Games. Dopo due ore passate nei panni del basso, brutto, incazzato e ribelle Jimmy Hopkins non sentirete più la mancanza dei personaggi di “13RY”. Provare per credere.

13 – REWIND

Riavvolgete la videocassetta e rileggete i precedenti punti.

 

Per leggere altro di Axel

I THE PILEUPS SI RACCONTANO

I The Pileups si sono formati nel 2012 a Bologna presso la scuola di musica “Preludio” grazie all’aiuto dell’attuale bassista degli Skiantos, Max Magnus Magnani.

Dopo varie vicissitudini e alternanza di membri (cosa che come ben sappiamo è successa anche ai migliori, vedi La Compagnia dell’Anello) si è arrivati alla formazione attuale composta da Lorenzo Giuffrida (chitarra e voce), Fabio Bentivogli (chitarra e seconde voci), Edoardo Bertini (basso e alle volte ballerina), Lorenzo Meloni (batteria e talvolta voce) e Luca Comaschi (tastiere).

Dopo un primo cd registrato con Chiara Zirotti alla voce principale, il gruppo decide a passi lenti di aver bisogno ormai di giocarsi l’ultima carta per dare una svolta alla loro vita. I quattro membri principali decidono così di tentare il tutto per tutto, e dopo aver lavorato stagionalmente in quel di Rimini sotto il sole cocente, in un Adriatico che somiglia più alla via degli aquitrini per il Nero cancello, e iperscrutati da russi in calzini bianchi e palestrati oleati, riescono a mettere dei soldi da parte per scommettere sulla loro vita. Decidono così di partecipare alla 15esima edizione dell’India X Factor.

Purtroppo i loro sogni di gloria vanno dopo poco infrangendosi vedendosi massacrare al pimo turno da un suonatore di stoviglie in rame. Ma del resto nessuno avrebbe potuto resistere al confronto.

Sconfortati da questa sconfitta i The Pileups ritornano in patria e dopo un lungo eremitaggio lungo le coste della Serbia (che coste non ne ha) riflettono seriamente sul mollare tutto e tornare a studiare ingegneria (tranne Lorenzo Giuffrida, lui beh, studia economia, e il signor Meloni, che studia Filosofia, quindi insomma…).

Ma accade l’impensabile.

Il silenzioso e ramingo Fabio decide una sera di vedere quanto resiste senza che il tunnel carpale gli apra in due una mano, scorrendo all’infinito la home di Facebook per stabilire un nuovo Guinnes world record (il precedente è di 6 giorni e 4 ore e 7 minuti), quando per un allineamento di pianeti si imbatte in una pseudo pubblicità progresso. L’etichetta discografica indipendente PulseBox, progetto insider della Prott Edizioni, lancia una campagna di scouting. Così il buon Fabio come un ninja nella notte e senza più l’uso della mano destra, decide di inviare una mail alla suddetta.

Nasce l’amore.

La PulseBox prende a cuore i ragazzi e il loro strano Punk Rock che li riconduce subito ai loro periodi adolescenziali più dolci e acneici, e decide di puntare su di loro. Di credere in loro. E soprattutto di scroccare il ping pong nella villa del bassista. Ma questa un’altra storia (i componenti della label si rivelano degli asiatic… ehmm, abili giocatori. Il ping pong è attualmente in vendita sulla pagina ufficiale dei The Pileups, compreso di spedizione.)

Alla fine come diceva sempre Charlie Brown o uno che forse non gli somiglia affatto.

“Nella Realtà esistono cose vere e cose false. Parole e gesti buoni, e cattivi. E come si sa che in Sardegna mangiano del formaggio coi vermi, e forse è davvero buono, tutto alla fine fa parte della Verità. Anche le cazzate.”

“Forse non abbiamo nemmeno chissà quale sogno di gloria e saremo comunque degli ingegneri (tranne i due Lorenzo. Economia e…Filosofia), e magari continueremo a vivere con la nonna (Edoardo), e rimarremo comunque brasiliani di nascita (Fabio), ma alla fine continueremo a suonare. E saremmo degli ipocriti se vi dicessimo che lo faremo solo per voi. Sicuramente l’obiettivo è quello di arrivare, o almeno provarci, a trasmettervi qualcosa con la nostra musica, ma comunque continueremo a suonare. Nella nostra taverna, per i nostri amici fattoni o per quei due pazzi della Label che ci segue.”