Tag

società

Browsing

SE PLATONE VIVESSE OGGI ANDREBBE AL GRANDE FRATELLO

Seghe sotto le coperte, sveltine dentro l’armadio, tradimenti, lacrime, disperazione.

E poi Malgioglio, Malgioglio, Malgioglio, ripetuto come un mantra. Le sue frasi citate ovunque, le sue gif condivise pure dall’anima de li mortacci vostra. L’ultima stagione del Grande Fratello Vip si sta per concludere, e abbiamo visto esattamente ciò che ci aspettavamo. Scandali, polemiche ed un ormone sessuale nell’aria che neanche un allevamento di cavalli in primavera.

D’altronde stiamo parlando della trasmissione trash per eccellenza, che del “vedo-non vedo” e del “sento-non sento” ha fatto i propri cavalli di battaglia. Tra le perle di quest’anno, in ordine sparso, abbiamo potuto ammirare Lorenzo Flaherty che tra le coperte pratica l’attività consolatoria ad-una-sola-mano più amata da grandi e piccini, Cecilia Rodriguez che bacia le rotule di Ignazio Moser, un’incredibile Veronica Angeloni che salva in corner una bestemmia contro la Santa Vergine convertendola in un incomprensibile neologismo di provenienza ignota (Camalow, Camalow). La fiera del ritardo mentale, roba da circo Barnum. Ma con più applausi.

Eppure c’è un personaggio che, ahinoi, continua a mancare da questo zoo di individui sobri quanto Platinette e istruiti quanto un melograno. Un’assenza illustre. Un difetto riconducibile ad un solo, futile motivo. Quest’uomo è morto nel 347 avanti Cristo.

Stiamo parlando di Platone, il filosofo Ateniese più famoso di sempre. Ve lo trovereste in televisione, camicia di flanella e barba lunga (che oggi va pure di moda), a discutere con Alfonso Signorini circa le legittimazioni metafisiche del televoto. Sarebbe lì, in prima serata.

E volete sapere perché?

Innanzitutto perché Platone era un fico. E non lo diciamo tanto per dire. Figlio di genitori aristocratici, Platone era, prima ancora che un filosofo, un tizio coi big money tra le pieghe del chitone che di mestiere faceva il nullafacente. Che a pensarci bene, su questo saremo tutti d’accordo, è il mestiere perfetto per un concorrente tipo del Grande Fratello Vip. Se ne andava perlopiù in giro per la città, Platone, in compagnia del suo maestro Socrate. I due discutevano tutto il giorno con falegnami, interrogavano muratori, rompevano insomma le palle un po’ a tutti i lavoratori di Atene, mettendo alla prova le opinioni del fruttivendolo sugli dèi e criticando l’utilità dei poeti. Comportandosi da VIP, insomma, simpatici come la diarrea in piscina.

E una volta morto Socrate (condannato a morte da quegli stessi falegnami, muratori, fruttivendoli e poeti), Platone si diede all’attività che l’avrebbe reso celebre fino ai giorni nostri. La scrittura. Divenne un intellettuale scrittore le cui opere, a dirla tutta, erano anche scritte bene. Principalmente dialoghi, perché a quel fico barbuto non bastava spiegare le cose semplicemente, come avrebbe fatto una persona normale. Lui doveva trasmettere la passione, la realtà, lo sforzo della discussione. Doveva rappresentare la vita vera, con tanto di amici ubriachi e litigi superflui.

Se ora vi è più facile accostare Platone a Fabio Volo, non ditelo a nessuno, ma vi state avvicinando alla verità.
Che poi, diciamocelo, Platone assomigliava pure un po’ ad Adriano Pappalardo (la cui presenza su L’Isola dei Famosi nel 2003 ancora oggi brilla come una stella nel cielo delle compilation trash su Youtube). E non passava sicuramente inosservato, il nostro filosofo, dato che da giovane aveva praticato il pancrazio (l’equivalente greco del pugilato). Lo stesso nome con cui oggi lo conosciamo, Platone, non era che un soprannome datogli dal maestro di ginnastica, e significava qualcosa tipo “spalle larghe”. Il suo vero nome era Aristocle, riconducibile alla parola greca aristos, “nobile”. Ricco, famoso e con un appellativo del genere all’anagrafe, capirete benissimo perché Platone fosse il tipo di persona da non presentare mai alla vostra ragazza.

Facciamo allora finta che questo tizio, questo greco alto e grosso, abbronzato e in forma, venga come per magia riportato davvero in vita, in Italia, nel 2017. A quanto abbiamo appena detto dobbiamo aggiungere che parlerebbe di cose incomprensibili e a noi aliene, come metafisica, stabilità politica, moralità, uguaglianza di diritti tra uomo e donna. Il che, quando uno ha i soldi in tasca, diventa un affascinante motivo d’interesse.
Ovviamente, parlassimo noi di queste cose, magari seduti per terra in piazza, magari con una Peroni in mano, sembreremmo solamente i cugini scemi di Diego Fusaro.
Resta da specificare un ultimo punto. Posto che Platone sarebbe il concorrente perfetto per quel grande pot-pourri di stramberie che è il Grande Fratello, posto che avrebbe migliaia di seguaci sui social, posto che sarebbe pure un discreto chiavatore professionista, rimane da chiederci.

Perché dovrebbe andare in televisione?

La risposta è semplice quanto disarmante.

A Platone piacevano le avventure, e ne diede prova più volte nella vita. Nel 388 a.C., all’età di quarant’anni, si imbarcò per un viaggio verso la Sicilia. Ora pensate ai vostri genitori (o a qualunque persona conosciate che abbia superato gli “-anta”), e ditemi voi se loro andrebbero mai in un paese governato da una dittatura. Diciamo la Corea del Nord.

Certo che no. Col cazzo impanato e fritto che lo farebbero. Ma Platone non si limitò a visitare l’isola italiana più amata dal commissario Montalbano, allora governata dal tiranno Dionisio. Lui andò a convincere il tiranno di cambiare politica. Avete capito bene. Il suo obiettivo era quello.
Non solo. Fico com’era, Platone ripeté per ben tre volte l’esperimento, ogni volta passandosela malissimo. Giusto per darvi un’idea, la prima volta fu venduto come schiavo. Il semplice fatto che a quello seguirono altri due viaggi dovrebbe farvi capire che tipo di persona fosse. Ora ditemi voi se i vostri quarantenni ci andrebbero, a convincere Kim Jong-un che la vera felicità non si raggiunge con il potere, ma studiando la geometria.

Ma Platone era un genio, era un duro. Era uno che dabbava in faccia alla morte. Se Platone fosse stato una rockstar, avrebbe suonato in Vaticano. Fosse stato un tronista di Uomini & Donne, si sarebbe limonato la de Filippi.

Ma Platone era un intellettuale.

E, vivesse oggi, andrebbe al Grande Fratello.

IN PERSONA 5 TI PUOI FARE LE MATURE

Illustrazione di Roberto D’Agnano

Shin megami tensei: Persona 5 è l’ultimo capitolo di una saga JRPG ormai ventennale che, nel corso degli anni, è riuscita a conquistarsi una considerevole fetta di fan e appassionati. Questo per via della sua formula originalissima e per certi versi irripetibile, che mescola i classici elementi da gioco di ruolo giapponese con quelli di un simulatore di vita, per la trama articolata e, infine, per i suoi personaggi sempre ben caratterizzati, cui è impossibile non affezionarsi. In questo senso, il quinto capitolo del francise può essere considerato, senza troppi giri di parole, l’apice della serie, grazie soprattutto ad una storia molto matura e ambiziosa che affronta temi quali lo scontro generazionale, la sfiducia verso il futuro, la corruzione della politica, le disuguaglianze sociali e la necessità di dare voce ai più deboli.

Impersonando uno studente al secondo anno del liceo, Persona 5 vi permette di passare il vostro tempo libero con dei “confidenti”, dei NPC (Non Playable Characters) dotati di una propria storia , in genere abbastanza sfaccettata e tormentata. Più tempo passerete con loro, più il vostro rapporto crescerà, più abilità utili in battaglia, e non, sbloccherete. E con quelli di sesso femminile, raggiunto il livello massimo, potrete anche iniziare una relazione molto intima. Chiariamo subito una cosa, qui non si parla di Mass Effect. Non vedrete mai scene di violenza esplicita o di sesso. Non vedrete neanche dei pudicissimi baci e, se proprio avete l’ormone a mille per questo genere di cose, fareste meglio a buttarvi sulle doushinji. I personaggi si scambieranno al massimo qualche frase abbastanza ambigua prima che lo schermo diventi nero. Il resto viene lasciato all’immaginazione di chi guarda.

Più o meno tutti i personaggi femminili rientrano nella categoria delle waifu, che letteralmente è la trascrizione giapponese del termine wife, ma in pratica, nella cultura pop, significa ben altro. Una waifu è un personaggio di fantasia dalla caratterizzazione archetipa fortemente idealizzata, con la quale il fruitore dell’opera può fantasticare di intrattenere una relazione amorosa. Avete mai avuto la sensazione che negli anime i personaggi femminili si somiglino un po’ tutti?

Ecco, è una cosa voluta. Sicuramente, da qualche parte del mondo, in una piccola stanza buia, ci sarà qualche nerd occhialuto che si ammazza di seghe pensando a queste mogliettine ideali. Asuka e Rei di Evangelion, per fare un esempio, sono tra le waifu più famose, due personaggi agli antipodi e attraenti per motivi diversi, per cui scegliere tra l’una o l’altra diventa solo una questione di gusti.

Le protagoniste di Fire Emblems: Awakening sono waifu, tanto che in questo capitolo è possibile “accarezzare” la propria compagna (a scelta tra una varietà di donne perfette e assolutamente accondiscendi) con lo stilo del 3DS, in un’orribile feature che per fortuna è stata eliminata nella versione occidentale.

Anche i personaggi femminili di Persona 5 rientrano pienamente in questa categoria. Sono quasi tutte donne sole, molto attraenti (per quanto possa essere “attraente” un character design del genere) e disposte a donarvi un amore forte e incondizionato, che risulterebbe stucchevole anche in un romanzo ottocentesco.
Tutta la fase di rimorchio risulta essere abbastanza automatica. Il giocatore deve solo “scegliere” la waifu che gli va più a genio, spendere con lei abbastanza tempo, magari risolvendo qualche side quest per far avanzare il rapporto, e rispondere in maniera corretta in determinati dialoghi, comunque particolarmente guidati.
E fin qui nulla di nuovo, dal momento che cose del genere erano presenti anche nei precedenti Persona. Ma in un gioco dove a far da padrone è il conflitto tra giovani e adulti, è più che normale che vi siano molti più comprimari che ormai l’adolescenza non la vedono più manco con il binocolo. E si, alcuni di essi potranno anche essere scelti come partner. Non si parla di semplici ragazze un po’ più grandi di voi, ma di vere e proprie donne in carriera, la cui età non viene mai furbescamente specificata (niente MILF, sorry).

E qui inizia il terreno davvero scivoloso.

In Giappone la cosiddetta “età del consenso” per l’attività sessuale è fissata sui 13 anni, quindi, almeno dal punto di vista teorico, non ci sarebbe nessun problema se un sedicenne decidesse di frequentare una donna di una decina di anni più grande di lui. Inutile dire, però, che una situazione del genere sarebbe molto mal vista da una società fatta di etichette e convenzioni asfissianti. Per non parlare di tutta quella miriade di leggi specifiche che variano in base alla zona di appartenenza e che rendono il tutto molto più complicato. La morale è: puoi farti un tredicenne, ma resti marchiato a vita e sei comunque perseguibile penalmente, perché resta un atto predatorio. Quando si parla di norme contraddittorie.
Il caso più problematico e rappresentativo è quello di Sadayo Kawakami, vostra professoressa che lavora anche come domestica notturna, con tanto di succinti abiti francesi. Ma Kawakami è anche collega di Suguru Kamashida, professore di ginnastica responsabile del team di pallavolo. Vedete, Kamashida ha un piccolo vizietto: violenta le proprie studentesse. Non per nulla è il primo antagonista della storia.

Sotto questo punto di vista, Persona 5 non cammina in punta di piedi sulla stretta linea della moralità che separa ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Ci balla il tip tap come un T-rex ubriaco. Ma sapete una cosa? Alla fine non ha davvero nessuna importanza. A differenza di quanto detto prima per amor di esagerazione, nessuna della waifu del gioco ha una caratterizzazione talmente pedante da scadere nel manicheo e, per quanto il fan service e gli ammiccamenti abbondino, per quanto le relazioni amorose siano ben lontane dall’assomigliare anche solo vagamente ad un rapporto “vero”, si tratta comunque di rapporti sempre consenzienti da entrambe le parti, in cui l’accento non è mai posto sull’aspetto sessuale, quanto su quello affettivo. Il gioco affronta argomenti abbastanza scottanti e controversi (tutta la prima parte è incentrata sugli abusi sessuali), prendendo spesso e volentieri una posizione netta a riguardo, ma sull’amore ricambiato, nella sua forma più pura, lascia libera scelta di far quel che si preferisce, senza schierarsi.

E tutto ciò è possibile perché, fondamentalmente, i protagonisti del gioco siete voi. Per quanto il vostro avatar possa essere un adolescente, a prendere le decisioni è sempre chi tiene in mano il controller dall’altra parte dello schermo. Ed è probabile che, se avete deciso di impiegare il vostro tempo con un gioco di nicchia come Persona 5, con le sue cut scene chilometriche e tutte rigorosamente in inglese, con la sua pianificazione certosina per ogni singola azione, stiate già viaggiando ad una certa velocità verso la trentina. Se non li avete già superati.

Non è il vostro corrispettivo digitale a scegliere con chi impegnarsi, ma voi. È un po’ come il classico dilemma che ogni tanto ci attanaglia in certi postumi della post-adolescenza. Se poteste tornare ai tempi della scuola, con la mentalità di ora, cosa fareste?

Nel caso di Persona 5, leggendo i vari forum disseminati nella rete, tantissime persone hanno avuto pochi dubbi a riguardo. Si scoperebbero la professoressa bona.

E nel mucchio mi ci metto anch’io.

TORINO. MINACCIA UNA RAPINA MA NESSUNO LO ASCOLTA

Illustrazioni di Icona T

 

“Cos’è rapinare una banca a paragone di fondarne una?” si chiedeva Bertolt Brecht. E alla sua celebre frase s’ispira Insospettabili sospetti, remake di una deliziosa commedia geriatrica del 1979 (con George Burns, Art Carney e Lee Strasberg).

La questione è semplice.

Defraudati dei fondi-pensione dalla loro banca, gli anziani Joe, Willie e Albert decidono di rapinarla. Dopo essersi grottescamente esercitati in un supermercato di quartiere al “colpo perfetto” (una delle gag più divertenti della pellicola), mettono realmente in atto il loro piano. E magari la scelta/cammeo di coprirsi il volto con le maschere di Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis jr, non è solo una piccola e irriverente citazione a cui tra l’altro noi italiani eravamo già stati sensibilizzati da uno dei capisaldi della commedia italiana anni 90. E forse anche Aldo, Giovanni e Giacomo personificando con delle maschere tre presidenti italiani (Cossiga, Scalfaro, e Pertini), e alla ricerca della loro gamba, qualche (e non solo qualche) figura di merda l’hanno fatta poi, sedendo di fronte al comando dei carabinieri come dei bambini colti mentre hanno le cosiddette mani nella marmellata, per usare un eufemismo politicamente corretto, o con le mani nelle mutande in piena pubertà mentre cercano disperatamente di chiudere tutte le schede di Pornhub aperte.

E alla fine a Torino, precisamente a Lombriasco, non è che ci sia stata tutta questa fantasia umoristica. Ma neanche un po’. E forse non si trattava nemmeno di quasi-pensionati derubati di qualcosa che gli spettava di diritto. Però un dieci per l’impegno i due quarantenni Luca Menerella e Giuseppe di Vincenzo se lo meritano.

Sapete no, quando si dice, UN DIECI ALL’INTENZIONE.

Ecco.

Così. Non si sa per quale motivo, magari c’era un Garpez di mezzo non si sa, i due in una bella mattinata di Luglio hanno deciso di rapinare la filiale di Intesa San Paolo di Lombriasco. Giuseppe di Vincenzo nei panni de “IL PALO” e Luca Menerella in quelli del protagonista, che armato di una 9 millimetri entra in questa piccola banca diretto verso una delle impiegate e agitando l’arma intima la mal capitata ad aprire la porta che conduce al bottino.

Il tutto si risolve in poco più di un minuto.

La donna con freddezza gli risponde che non può soddisfare la sua richiesta perchè la porta è blindata e bloccata e lei non dispone delle autorizzazioni necessarie ad aprirla. L’uomo così, sconsolato inizia a brandire la pistola con sempre meno convinzione mentre l’impiegata, semplicemente ritorna a lavorare, ignorandolo. Ebbene sì. Il rapinatore viene completamente ignorato dall’intero staff e dai correntisti dell’Intesa San Paolo presenti.

Così Luca, al quale ci sentiamo particolarmente affezionati visionando quel minuto e mezzo delle riprese a circuito chiuso completamente senz’audio, si precipita verso l’uscita per fuggire col compagno Giuseppe.

Quello che ci viene da pensare in primis è chissà cosa l’amico PALO avrà mai potuto pensare vedendoselo ritornare dopo così poco tempo e sostanzialmente con le pive nel sacco. Anzi. Senza manco il sacco in realtà.

Fatto sta che grazie alle telecamere di sorveglianza e ai testimoni i due malviventi occasionali sono stati arrestati dall’arma dei Carabinieri di Moncalieri pochi giorni dopo.

Ed è anche vero che la Giustizia è uguale per tutti e non ammette ignoranza, ma alla fine, per quanto possa far ridere una situazione di questo tipo, dovrebbe anche far riflettere.
Negli ultimi anni il tasso di criminalità in Italia è rimasto abbastanza stabile, leggermente aumentato, ma quello che dà da pensare sono le sottocategorie e come queste percentuali si stiano muovendo all’interno della grande famiglia “Criminalità”.
Gli omicidi sono pressoché stabili e le differenze latitudinali non sono particolarmente influenti. Ma non si tratta dello stesso affare quando si parla di due crimini in particolare. Stupri e rapine. Mentre nel primo caso si vede una maggiore affluenza di pubblico (eh sì, il pubblico negli ultimi anni ha fatto da protagonista a scandali di questo genere) dalle regioni italiane da Roma in su, nel secondo caso, l’aumento di percentuale è sconvolgente anche se l’AGI e il nostro amato Matteo Salvini rivendicano il contrario. E l’ISTAT e le testimonianze di certo non mentono. E forse sarà un problema di questa fantomatica crisi economica statale, inverosimile, dato che la realtà dei fatti è un’altra e l’Italia non è nemmeno tra i primi dieci Stati dell’UE per debito pubblico nazionale. Oppure il problema è proprio questo?

La reale fantomaticità della crisi.

Un effetto banalmente conseguenziale alla campagna propagandistica anti-storica e anti-verità che dall’avvento dell’Euro si è fatta, ovviamente ai danni dei cittadini.

E allora come mai rapine e furti sono in aumento? E non ci interessa sapere dove, tanto si sa come l’Italia bene o male sia messa. Non viviamo gli anni d’oro dei Casinò in Nevada e delle varie bande alla Bonnie e Clyde, o manipoli alla Ocean’s Eleven, e non c’è nessun Clooney a spacciarci una rapina come un atto di abilità sportiva o come una qualche sorta di auto-giustizia.

In Italia, furti e rapine in banche, case, negozi in generale è in aumento. E allora vi vorrei far riflettere solo su due punti.

L’ultima crisi economica che il mondo abbia visto, di una portata non indifferente, fu quella del 1929 (tranquilli siamo a conoscenze delle bolle immobiliari del 2000) e vi ricordate come fu risanata? Probabilmente no. Alla fine vi insegnano solo che un fottutissimo invasato discendente di ebrei appassionato di acquerelli ha sterminato circa sei milioni di, guardate un po’, ricchi banchieri che ancora oggi detengono un quinto della ricchezza mondiale. Magari era un pazzo. Magari la parola Olocausto è più che meritata, e qui non ci piove. Ma ricordate che un pazzo raramente si dimostra uno dei migliori statisti ed economisti degli ultimi duecento anni.
Quindi, questa crisi è realmente reale? O è solo l’ombra di qualcos’altro che in realtà vogliamo vedere?

E alla fine un altro dato interessante è il tasso di rapine quasi nullo nelle zone commerciali dove la presenza cinese è alta. Mah, magari è una coincidenza, o magari MISTERO ha ragione… Ma torniamo alla realtà.

Gli improvvisati, oggi, aumentano e commettono sempre più rapine, e la quasi totalità finisce con figure di merda o famiglie rovinate, e allora non ho ragione a dire che alla fine era meglio nascere Ebrei?

O cinesi.

Ebrei o Cinesi.

POPULISMO E PROPELLENTI TRA LE BAMBOLE DI HANS BELLMER

Illustrazione di Nalsco

 

Che si possa combattere con altri mezzi che non siano pallottole, è un fatto risaputo.

Che si possa combattere con delle bambole, è un fatto assurdo.

Ma il nemico di Hans Bellmer era di per sé assurdo. In una Germania nazista e oppressiva, l’idea di un corpo ariano perfetto finì per disgustare Bellmer a tal punto da iniziare una sua personalissima diserzione. Nel ‘33 diede vita ad una petite fille [bambina], nulla di più di una bambola dalle fattezze adolescenziali, ottenuta dall’assemblaggio di pezzi, una ragazza artificiale creata per «inventare desideri». Una parodia, un’arte degenerata, in poco tempo condannata dal regime.
La Poupée aveva un suo modello nella letteratura di inizio secolo, come il Der Fetisch di Kokoschka. Il grande espressionista austriaco non seppe fare i conti con la fine di una relazione, e intrappolò le fattezze dell’amata in una bambola costruita a grandezza naturale.

E allo stesso modo Bellmer componeva le sue bambole con organi, membra e articolazioni dislocati, moltiplicati, montati e poi fotografati, che potessero scandalizzare o risvegliare la coscienza del pubblico. E ancor più, nel mezzo, collocava un panorama, un dispositivo ottico debitamente illuminato che comprendeva sei mini-scene che avevano la funzione di analizzare i «sogni» della ragazza-oggetto.
Di fatti, la bambola non era che un anagramma plastico, i cui pezzi erano tasselli di un puzzle da incastrare, perché lo spettatore ne risolvesse il contenuto, rivelasse l’enigma del corpo. La percezione veniva scossa da visioni alterate e allucinatorie. Ma fu qui che il gioco sfuggì di mano, quando la satira divenne ossessione.

Il volto, appartenuto all’amore infantile di Bellmer, svelava una profonda malinconia che rendeva viva la petite fille. lo sguardo malinconico di un oggetto senza vita interpretava la frustrazione e l’impotenza del soggetto nazista che relegò la donna, essere deputato alla maternità, in quell’ambiente familiare e domestico che Bellmer le fece abitare e profanare. La fotografava avvinghiata a una ringhiera, slegata nel letto, legata su un telaio, fra quelle quattro mura dove non avrebbe potuto essere un nemico.

Non fu di certo l’unico che vide etichettata la propria arte come sottoprodotto della degenerazione e sotto la ghigliottina ci finirono persino Nolde, Kirchner, Kandiskij, Chagall e ancora Beckmann, Grosz e Segall, in quanto responsabili del degrado della morale. La mostra organizzata sull’entartete Kunst, [mostra sull’arte degenerata inaugurata a Monaco nel 37, che comprendeva le opere indice di un «futuro corrotto e malato»] era una grande raccolta di opere grottesche che potessero infangare il diktat nazista. L’allestimento si apriva con un grande crocifisso snaturato, di Ludwig Gies, rappresentante un Cristo contorto, posizionato in modo che le gambe piegate ostruissero il passaggio allo spettatore, sul quale campeggiava la scritta “Questa orrenda opera è appesa come omaggio ai caduti nella Cattedrale di Lubecca”. E non sarebbe certamente stato anacronistico trovare fra quelli il nome di Pyotr Pavlensky, artista russo perennemente nei guai per le sue performance. Tra labbra cucite in onore delle Pussy Riot, testicoli inchiodati sui sampietrini della piazza Rossa di Mosca, e incendi di porte di servizi segreti, l’artista fu celebrato come un denigratore nei cui atti vi era molto di vandalico e poco di artistico. Eppure quell’arte senza tele e pennelli è incisiva, rende il dissenso contro l’assurdità della Russia di Putin e dell’impotenza che regna nell’antica URSS. Non perciò un attentato alla morale, come venne vista la creazione di Bellmer, che riuscì a scrollarsi di dosso l’apatia inflitta dal regime, per esaltare l’uomo nascosto dietro il corpo.

Ma quest’arte che fa spesso a meno della legittimazione dell’autorità costituita, si ritrova a fare i conti con la persecuzione, e finisce per aver comunque bisogno di un’ala protettiva. Bellmer la trovò in Francia, nel caldo mondo dei surrealisti di Breton, il cui intento risiedeva nello sprigionare la libera immaginazione senza i vincoli della realtà materiale.

Eppure, quegli umili estimatori d’arte dei gerarchi nazisti non fecero altro che incrementare un interesse proprio verso ciò che aborrivano. Adolf Hitler non capì mai il valore dell’improfanabile mistero del corpo che Bellmer celebrò, ma respingendone l’idea e condannandolo non fece altro che evidenziare il pensiero e il significato che si celavano dietro l’opera-aborto. Ciò che comprese fu la potenza sociale dell’arte, e ne ebbe paura. Tanta da relegare perfino Van Gogh in qualche malmesso museo dell’orrore.

Di certo, proprio quel Van Gogh per cui oggi si fanno ore di fila con prenotazione, la cui opera meno pretenziosa è al riparo dietro vetri antiproiettile e visibile da almeno 13 metri oltre una linea gialla, sorvegliata da imperturbabili guardie inglesi cui ne proteggono il valore (economico). Proprio quella fila durante la quale si ha il tempo di riflettere su quanto non si sappiano più produrre opere belle e la storia sembra essersi fermata, annichilita e ormai inetta al produrre altra arte che non sia qualche avanguardia su muro, ssporchi e brutti ‘sti teppisti, devasta-intonacoscrostato-e-brucia-chiese, e di ricordarsi di nascondere “Mamma aiuto”, il libro di Cavanna e Altan, nel comodino in camera, perché così rispettosi non sono e potrebbero deviare qualcuno. E ricadiamo nella stessa identica trappola che ci vuole contenti solo di un certo standard artistico, che non implichi alcuna rivalutazione o critica del nostro modo di pensare agire, o ancor meno percepire. E se dietro i caschi gialli che fecero svegliare Piazza Affari quattro anni fa vi erano delle persone che cercavano di manifestare una preoccupazione, nella nostra mente rimbalza solo il significante, il mero gesto che di per sé risulterebbe vano e senza senso, una perdita di tempo, una trovata per non lavorare, un cattivo esempio.

Non la definiremmo propriamente arte, non ne analizzeremmo gli antecedenti e le conseguenze, semplicemente la condanneremmo in qualche etichetta denigratoria nella nostra mente, al fianco delle bambole di Bellmer, senza che possano riscattare il vero motivo della loro esistenza.

ME(z)MERIZE

Illustrazioni di Icona T

 

Tutto all’improvviso si fa confuso.

Le immagini delle cose intorno sono come avvolte da una cortina di fumo, iniziano a distorcersi, dapprima delicatamente e poi via via in maniera sempre più vorticosa. All’inizio ti chiedi cosa stia succedendo, sei scosso e anche un po’ impaurito. Qualcuno intorno parla ma ogni singolo suono è un’eco che rimbomba, proveniente da un’altra dimensione. Da un altro mondo. Lentamente ti senti sollevare. Sei leggero come una piuma e ti libri piano nell’aria. Un piccolo e flebile bagliore di luce bianca si fa largo mentre inizi a dirigerti verso quello che sembra un oscuro corridoio attraversato da veloci scariche bluastre. Un ultimo sguardo intorno e ti accorgi che, ehi! Sei proprio tu quello che giace sul letto! Ma com’è possibile? Pensi che è assurdo vedere il proprio corpo come riflesso nello specchio del bagno, con la differenza che non ti trovi proprio nel tuo bagno a lavarti i denti, a schiacciarti i brufoli, a tagliarti i peli del naso o a contarti gli ultimi capelli rimasti. Ma ormai poco importa. Ciò che è, è. Un senso di pace ti attraversa. Le domande ormai si sciolgono come neve al sole. C’è musica nell’aria. Hai attraversato un confine invisibile ma che percepisci come incredibilmente reale. Incredibilmente reale perché senti di non voler e di non poter più tornare indietro. Quella luce, ormai avvolgente, è così splendente e chiarissima eppure non così accecante da dover rimpiangere gli occhiali da sole comprati in spiaggia a quindici euro (Bvlgari non era la marca ma i due venditori ambulanti che ti hanno fregato). La Luce emana pace e amore infinito. All’improvviso, la Sua voce, profonda e calma:

“Non avere paura. Se sei pronto, prima di fare il grande passo, osserva allora la tua vita passata”

In un lampo, sulle pareti dell’oscuro corridoio iniziano a scorrere volti, oggetti, frasi, alcune di queste cose sono statiche, altre in movimento. Le conosci bene. Sono tutte le storie che hai postato su Facebook e Instagram. Soprattutto, una quantità incalcolabile di meme. Di tutti i tipi, alcuni noti e altri semi sconosciuti, alcuni originali, creati proprio da te, e altri ripresi dai profili dei tuoi contatti e ripostati. Un meme per ogni occasione, un meme per ogni evento, un meme per ogni tragedia, un meme per ogni momento della tua vita. Il tuo sguardo beato ormai è perso quando la Luce ti incita: “Vieni a me”. Sei ormai al termine di quello che sembra un lungo viaggio. Non c’è ombra di stanchezza nei tuoi occhi ma solo gioia infinita e un largo sorriso si apre sul tuo volto quando da quella Luce splendente emerge la Sua figura. Ormai è tutto chiaro, ormai la Verità è manifesta. I tuoi occhi ammirano ciò che i comuni mortali hanno potuto soltanto immaginare nelle loro fantasie. Germano Mosconi è lì, in abiti papali e circondato da una luce bianca che ne esalta la beatitudine. Protende verso di te le sue braccia aperte. Il suo sorriso è indulgente. Gli occhi pieni di compassione. Con una mano sulla tua spalla ti accompagna verso il sacro cancello celeste. Si gira verso di te e in tono benevolo ma sicuro esclama:

“Una volta che sarai passato chiudi quella porta lì, per favore. E, soprattutto, non sbattere e non urlare”

Chiudi gli occhi e le sue parole sono come miele. Aspettavi questo momento da sempre. Ti accarezza la testa e ti lascia andare. Nel frattempo, da qualche parte, Dante contempla la scena e annuisce invidioso.

In principio, quindi, era Germano Mosconi. Spero che risulti altamente inutile stare qui a spiegare chi fosse e soprattutto perché è diventato un’icona nazionale, nonché uno dei simboli della cultura internettiana italiana (non vorrei ritrovarmi a sbattere i pugni sul tavolo e a urlare le sue stesse simpaticissime ed educatissime ingiurie rivolte all’Altissimo). L’ex giornalista sportivo, che ha attraversato per davvero il proverbiale tunnel ormai cinque anni fa, può essere elevato al rango di meme maximo fra i più famosi, sicuramente in Italia, ripreso, riassemblato e ripostato in tantissime forme incredibilmente virali. Il suo caso dimostra una semplice e lampante verità sul mondo di oggi, traslata direttamente da quel filosofo contemporaneo 50 Cent. O vivi abbastanza per diventare un meme oppure muori provandoci. Ma morire provando ad essere un meme equivale sostanzialmente ad adempiere a metà del compito, e la rete, soprattutto per quanto riguarda il raggiungimento della celebrità, non ammette mezze misure. O ci sei o non ci sei. O impugni i guantoni come un novello Rocky e ti spari quei due tuorli d’uovo la mattina prima di andare a correre o col cazzo che potrai gridare dal ring “ADRIAAAANAAAA SONO UN MEMEEEEE!!!”.

A ragionarci un po’ su, in un’epoca in cui non si parla più di una sola religione ma della convivenza e della diffusione su larga scala di molte religioni, quella del “diventare un meme” può essere vista come una sorta di reincarnazione. Perché no? D’altronde, se esiste una cosa come la Chiesa missionaria del Copismo, che ha messo Internet al centro della sua religione alla stregua di un vero e proprio luogo sacro con tanto di riti e leggi, perché la pratica del meme portata avanti dalle numerose comunità in rete non potrebbe essere interpretata come una forma di reincarnazione 2.0? Può sembrare un’idea bizzarra ma teniamo a mente ciò che ha scritto quel testone di Richard Dawkins nel 1976 nel suo Il gene egoista: il meme non sarebbe altro che la controparte culturale del gene e, proprio come quest’ultimo, anche lui trasporta informazioni in cerca di nuovi supporti per essere replicate.

La sopravvivenza del meme dipende sia dalla sua capacità di adattamento culturale, ovvero dal poter essere trasformato, modificato e risemantizzato su vari contesti e livelli, e sia dalla sua diffusione su larga scala. E maggiore è la diffusione, più alta può essere la possibilità per il meme di essere rimodellato, ovvero reincarnato. Per non parlare poi degli ambienti dove nascono i meme: 4Chan, giusto per citare il più sputtanato, è una vera e propria mecca per i memer e gli autists (coloro che portano avanti la pratica dei meme in maniera sistematica) operano una dicotomia netta del mondo. Da una parte, infatti, ci sono i normies (i normali, le persone comuni, quelli che “hanno una vita”) e dall’altra gli autists, appunto, sorta di popolo eletto regolato da propri codici comportamentali e di riconoscimento che prende tremendamente sul serio ogni cosa che riguardi i meme.

Oggi col termine meme siamo soliti identificare video e immagini che girano principalmente sui social networks e che associano particolari figure e parole scritte a carattere Impact. Ma quante vite hanno vissuto i meme che condividiamo quotidianamente sulle nostre bacheche? Dalle community virtuali come 4Chan e 9gag a Facebook la strada è lunga e per niente affatto lineare. Qual è stato e quale sarà ancora il ciclo del samsara che sottende alle vite dei meme diventati ormai stranoti come quelli con Willie Wonka, Boromir o il Confused Travolta?

Ma la cosa diventa ancora più interessante se ci poniamo la stessa domanda per quanto riguarda i meme che hanno come “oggetto” non star e icone dello spettacolo bensì persone qualunque diventate dei meme a loro insaputa. È il caso, ad esempio, di Bad Luck Brian, il ragazzino sfigato tutto apparecchio e vestiti per niente alla moda, l’alias virtuale di Kyle Craven, oggi supervisore in una società di costruzioni di chiese e capace di capitalizzare la sua immagine pubblica di meme (in tre anni ha racimolato circa quindici mila dollari, provate ancora a chiamarlo sfigato!). Oppure di Good Guy Greg, il tizio tranquillone che non rompe mai le scatole per nulla. O di animali come il gorilla Harambe e quel mito di Grumpy Cat, il micio più girato di palle che si sia mai visto (forse perché Tardar Sauce, il nome che gli ha appioppato il suo padrone, fa davvero schifo). Quante reincarnazioni aspettano ancora questi meme?

Se consideriamo che icone degli autists come Pepe The Frog, Dat boi e Caveman Spongebob hanno subito o stanno subendo l’abbandono da parte dello zoccolo duro della comunità memer, allora il ciclo vitale di molti altri meme sembra davvero assai breve.

Ma alla fin fine, il bello dei fenomeni come i meme è quello di avere sempre qualche asso nella manica, di ricomparire all’improvviso quando meno ce lo aspetteremmo. È un po’ se vogliamo con il ritorno agli anni ’80 che da un po’ di anni a questa parte stiamo assistendo nei vari ambienti dell’industria culturale, dal cinema, alla musica e alle serie tv. Cose che credevamo morte ma che in realtà non lo sono (e Romero questo lo sapeva bene). Qual è allora il livello di interpretazione ancora possibile per i meme?

Resisteranno al tempo o la loro capacità di adattamento virtuale verrà meno? Riusciranno a reincarnarsi ancora sino al raggiungimento del nirvana? C’è vita dopo un meme?

Come diceva Guzzanti: “la risposta è dentro di te epperò è sbagliata”.

QUANDO PORNO SIGNIFICA “GROSSO” E NON E’ QUELLO CHE CREDETE

Illustrazione di Camilla Neri

 

Pornhub.

Probabilmente il più grande portale erotico attualmente attivo sul web, analizza ogni anno i dati relativi alle visualizzazioni per poterne ricavare informazioni utili alla propria crescita e, che resti tra noi, per far divertire chi come me si appassiona leggendo le ambiguità sessuali del popolo della Terra.

In Italia siamo al nono posto per numero di accessi, ci supera mezza Europa compresi i tanto amati cugini francesi e, udite udite, anche il Giappone. Le fantasiose ricerche comprendono nei primi posti “amatoriale napoletano”, salito di ben 99 posizioni, “piedi” e uno scontatissimo “milf”. Altro dato simpatico è la diminuzione dell’affluenza del 25% durante la finale di Champions League, numeri che potrebbero far arrabbiare le donne nostrane. Sostanzialmente, un italiano su quattro preferisce il calcio al sesso.

Dopo questa caterva di dati vi parlerò della categoria che più di ogni altra aumenta le proprie visualizzazioni, senza sosta, da un biennio: il giantess porn. Si tratta di un feticismo, chiamato nell’ambiente con il termine “Macrofilia”, con delle peculiarità che maniacalmente andremo a sviscerare. Non ci sono quasi mai scene di nudo e tantomeno di sesso vero e proprio. Per darvi un’idea, avete presente il wrestling? Immaginate un incontro tra uomini magrolini e donne dalle fattezze giunoniche. Enormi. Incommensurabili. Per motivi a noi ignoti, che siano il seno, l’altezza, il fondoschiena, queste donne appaiono effettivamente gigantesche.

Il loro ruolo, all’interno di questi singolari video, è in realtà molto semplice. Spesso dormono, si fanno portare del cibo, si fanno massaggiare, oppure (ed entra qui in gioco la componente più piccante) puniscono gli sventurati partner. Le punizioni non sfociano quasi mai nel sadomaso classico, si tratta più di sottomissioni corporali o schiaffi, che non invidiano assolutamente nulla all’acustica di quelli, ben più celebri, del buon Bud Spencer.
Riproposizione più letteraria è quella del role – play in cui gli uomini, ricalcando i famosi “Viaggi di Gulliver”, devono scappare dalle grinfie delle gigantesse in questione. L’eleganza dei costumi qui, è proprio il caso di dirlo, si spreca!

Entrando nel dettaglio, le ricerche attinenti a questa singolare forma di pornografia sono aumentate del 191% nel 2015 e del 197% nel 2016, un trend positivo confermato anche in questa prima metà di 2017.
Cosa spiega un così massiccio numero di appassionati? Il tutto dipende, nella maggior parte dei casi, dal ruolo che ognuno di noi occupa e ricopre nella società. Spesso siamo portati ad assumere incarichi di responsabilità che richiedono polso e fermezza. La posizione del leader porta a un ribaltamento di ruoli nell’intimità. Il risultato è che inconsciamente si sogna la sottomissione, ecco spiegata la genesi di questi video.
Laurie Betito, direttore del Pornhub’s Sexual Wellness Center, spiega come ci potrebbero anche essere delle motivazioni cinematografiche. Basti pensare a quanti film vedono come protagoniste delle creature gigantesche come Godzilla o King Kong. È evidente dunque come la componente cinematografica influisca non poco nelle fantasie degli utenti, se si pensa che “Star Wars” rientra tra le prime trenta parole digitate nella barra di ricerca di Pornhub.

Nonostante l’enorme crescita, bisogna tenere a mente che si tratta in ogni caso di un feticismo di nicchia. Questo comporta una riflessione sui numeri sopracitati. In questi anni va di moda, d’accordo, ma basta uno spostamento della comunità macrofiliaca per causare il crollo completo di questo tipo di video.

Si tratta di passioni spesso vissute in modo esclusivamente cibernetico, difficili da realizzare sotto le coperte, e che occupano una fetta di mercato delicatissima e pronta a estinguersi nel giro di poco, come una bolla di sapone. Maggiore è la crescita, maggiore sarà la probabilità che gli utenti, annoiati, partano in massa alla ricerca di altre forme di dominazione.

La routine non piace a nessuno, specialmente nell’intimità.

VACANZA DA SOGNO PER HIPSTER STRONZI IN CERCA DI SOLITUDINE

Illustrazione di Nicolò Rimerici

 

La signora Paolina Grassi si alza ogni mattina alle otto in punto.

Fa colazione con la sua tazza di caffellatte e un pacchetto di crackers. Dà da mangiare alle galline, si dà da fare con rastrello e falcetto per procurarsi del fieno, raccoglie l’insalata (quella selvatica va tagliata fine, anche se è un po’ duretta), pulisce la chiesa e riempie la gerla di legna per la stufa. A pranzo un risottino e dopo si riposa a braccia conserte sul tavolo. D’estate saluta e si ferma a chiacchierare con quei pochi turisti tedeschi, svizzeri o italiani che passano dalle sue parti, pronti per ripartire per le loro destinazioni. La signora Paolina va una volta al mese a fare la spesa al supermercato della città più vicina ed è andata due volte, in tutta la sua vita, al cinema. Ha fatto solo due viaggi nella sua vita, non allontanandosi mai per più di cento chilometri. Non ha mai letto un libro. Ha la televisione perennemente spenta, coperta da un telo per la polvere. La signora Paolina ha novant’anni ed è l’unica e sola abitante rimasta, di Casali Socraggio, nella Valle Canobina a due passi dalla Svizzera, paesino piemontese che sta lentamente, ma inesorabilmente, scomparendo dalle mappe.

Non li vedete commuoversi già? Non li sentite piangere immersi in un lago di lacrime? Non li guardate condividere freneticamente la storia della vecchietta sul loro profilo accompagnando il tutto con gattini, cuoricini, massime sulla vita di Paulo Coelho e cani color “kaffèèèèèèè” con in bocca delle rose del cazzo? E il pensiero che si articola in qualcosa del genere: “oh, che bellissima storia! Com’è terribilmente toccante! La vecchietta che vive tutta sola nel suo vecchio paesello a contatto con la natura senza tutta la tecnologia che oggi domina le nostre vite! Vive così bene perché non vede la tv e non legge libri!!11!!1!!! Quanto la invidioooooo!11!!!11!!”.

Coloro che commentano in questa maniera probabilmente sono gli stessi che metterebbero il naso fuori di casa principalmente per trascorrere le loro ferie barricati nel centro commerciale più vicino e che, a dispetto delle loro parole, non farebbero mai a cambio con la singolare situazione della signora Paolina. Singolare sì, ma solo per la peculiare modalità in cui si presenta. Il mondo, infatti, è pieno di casi che assomigliano a quello della vecchietta piemontese, dove comunità umane o singoli individui vivono quanto più possibile isolati dal tutto, per una propria personale scelta o a causa di altri fattori. Questo sino a quando qualcuno non decide di andare a rompere le scatole a queste persone e, dopo uno sguardo veloce su Google Maps e TripAdvisor, va lì, fa qualche foto, ci scrive un articolo e porta a galla l’esistenza di questi luoghi molto poco noti e delle persone tanto folli o coraggiose (questo dipende dal punto di vista del lettore) da viverci.

Bisognerebbe ammettere che nessun posto sul pianeta si può realmente dire “isolato” o così distante dai principali nuclei umani da poter sfuggire alla nostra fame di “isolamento”. Il desiderio, o la speranza, che possano esistere ancora luoghi (possibilmente incontaminati) lontani da tutto e da tutti per poter ricominciare la propria vita. Nulla di nuovo in questo, lo si fa dalla scoperta del Nuovo Mondo, passando per Robinson Crusoe sino a Cast Away e Selvaggi di Carlo Vanzina. Se non fosse, però, per due inconvenienti a livello culturale che permettono di tastare il modo con cui ci rapportiamo a ciò che riteniamo “civiltà”. La nostra idea di “luogo isolato” si avvicina più a un catalogo di Costa Crociere che ad altro. Se da una parte le località remote ci attraggono, dall’altra ci spaventano, e una volta viste da vicino realtà così particolari e così lontane da quelle alle quali siamo abituati, probabilmente, ci penseremmo su una ventina di volte prima di lanciarci in entusiastiche grida di meraviglia e gioia come quelle riportate sopra.

Condizioni ambientali ostili, comunità composte da quattro gatti, nessun luogo di svago, pochissimi collegamenti con i centri più vicini (che possono essere distanti giorni o settimane). Adattarsi all’ambiente sarebbe prioritario, quindi, vegano avvisato mezzo salvato. Se poi siete respiriani ricordatevi di portarvi dietro le scorte di luce dell’universo di cui andate ghiotti, perché in zone come la Siberia o il Polo Sud i mesi di luce sono molto pochi. E naturalmente il Wi-Fi per postare quelle cazzo di foto su Facebook funzionerà un paio di orette al giorno. Ammesso che ci sia. Non sarà allora un caso che uno di questi “luoghi isolati” sia stato denominato Desolation Islands, un arcipelago francese nel bel mezzo dell’Oceano Indiano meridionale, a metà strada fra l’Australia e il Sudafrica, lontano migliaia e migliaia di chilometri dai continenti. Il simpatico epiteto gli fu affibbiato nel XVIII secolo dal famoso navigatore inglese James Cook, e non c’è da biasimarlo visto che le Kerguelen (questo il vero nome delle isole) sono quanto di più vicino a Mordor si possa immaginare. Precipitazioni frequenti e abbondanti tutto l’anno, e soprattutto un vento gelido che va dai 150 ai 200 Km/h, imperversano continuamente sull’isola. Il vento è così violento che ha impedito la crescita di alberi e cespugli. Questo vuol dire che la terra è spoglia, dominata da rocce appuntite e scoscesi speroni in basalto sul mare, perennemente in tempesta (Mordor almeno non era ventosa). Nonostante ciò, dai settanta ai centodieci tecnici e scienziati vivono annualmente nell’insediamento di Port-aux-Francais, sede di laboratori geofisici e di biologia delle Kerguelen. I fortissimi venti soffiano anche sull’isola vulcanica di Tristan Da Cunha, nell’Oceano Atlantico meridionale, a più di tre settimane di nave dal Sudafrica. Le poche imbarcazioni di passaggio sono l’unico filo che lega l’isola all’outside world, concetto sviluppato dai duecento abitanti per indicare tutto ciò che esiste al di là del muro d’acqua che li circonda. Un isolamento voluto e difeso nel corso del tempo, con il rifiuto categorico degli isolani delle condizioni vantaggiose offerte dal governo inglese per farli trasferire definitivamente in Inghilterra, e che si riflette in una forte coesione sociale, assenza di criminalità (sino agli anni ’50 anche del denaro) e senso di ospitalità che ha invogliato vari naufraghi a trasferirsi qui, nonostante le difficili condizioni ambientali.

Sorte opposta capitata invece alle isole Pitcairn, nel mezzo del Pacifico e di proprietà inglese, e alla città di La Rinconada, in Perù. Le prime sono la classica località tropicale da paradiso terrestre con sole, spiagge imbiancate, mare cristallino, cocktail in noci di cocco e party hard tutta la notte. Avranno pensato a tutto ciò gli ammutinati del Bounty che nel 1790 decisero di insediarsi qui insieme a delle donne tahitiane, dopo esser sfuggiti alla Marina britannica che li cercava ovunque per impiccarli. Comunque, le loro notti da leoni non durarono a lungo visto che gli uomini iniziarono ad uccidersi a vicenda, spesso per liti sulle donne, aggravando il tutto con abbondanti dosi di alcol quotidiano distillato sull’isola. Alla fine, povero a lui, rimasero in vita solo un uomo, otto donne e vari bambini, ed oggi il numero degli isolani è di poco superiore, aggirandosi sulle cinquanta persone.

Come se non bastasse, la dimostrazione di come un paradiso si possa facilmente trasformare in un inferno è stata anche data dal fatto che a partire dal 2004 furono accusati alcuni uomini, fra cui anche il sindaco della capitale, di abusi sessuali su minori, che si sarebbero svolti sin dagli anni ’60. Da allora l’isola ha cercato di riabilitare la sua immagine ma con scarso successo. Se avete studiato mineralogia e siete uno dei tanti cervelli in fuga, La Rinconada non è propriamente indicata per sentirsi valorizzati a dovere. I vostri “colleghi” potrebbero essere spacciatori, terroristi, narcotrafficanti e poveracci d’ogni sorta, tutti comunque esclusivamente minatori, considerando la presenza di giacimenti d’oro alle pendici del ghiacciaio che da il nome alla città, posta a più di 5000 metri d’altitudine, risultando così la più alta del mondo e quasi inaccessibile. Molti arrivano qui attratti dalla facilità con cui ci si può procurare il prezioso minerale, ma le uniche cose certe che incontrano sono la temperatura sotto lo zero, i gas tossici nelle miniere, respirati per ore, la totale assenza di infrastrutture sicure sui luoghi di estrazione e la mancanza di una rete fognaria, che in una cittadina di 50.000 persone risulta un problema da non sottovalutare. E per chi non sopportasse l’afa estiva, ci sono Oymyakon, cittadina siberiana di cinquecento anime, praticamente il luogo più freddo della Terra, con temperature che arrivano a -67° e distante due giorni di auto dal centro principale, e Longyearbyen in Norvegia, il luogo composto da mille persone più a nord del mondo in cui è illegale essere dei senzatetto. Se vi doveste trovare da quelle parti, oltre a stare attenti alla Cosa di Carpenter, cercate di non morire, perché poi è un casino. A Longyearbyen potreste ritrovarvi senza qualche parte del corpo dopo aver fatto conoscenza con la fauna locale, in particolare con gli orsi polari, e a Oymyakon bisognerebbe accendere per molti giorni dei falò per riscaldare il terreno per poter poi seppellire il vostro cadavere.

Magari la signora Paolina conosce un metodo migliore e più veloce. D’altronde vi siete già chiesti perché poi alla fine è rimasta l’unica abitante del suo paese e perché le sue galline sono così grasse?

ALLA FINE SI SA CHE LA LEGGE NON AMMETTE IGNORANZA

Come ci insegna il buon Arthur Schnitzler, per quanto il mondo possa sembrare assurdo, non va mai dimenticato che agendo o astenendosi dall’agire si offre un importante contributo a questa assurdità. Del resto, come dimostra David Hand in un suo interessante studio, l’improbabilità non esiste ma può essere teorizzata. E nel momento in cui qualcosa di decisamente vicino a essere considerato impossibile viene messo per iscritto, può essere in qualche modo considerato vero. Immaginate un universo in cui tutto quello che avete letto su internet, verificato o meno, è legge. Un universo caotico in cui è possibile essere multati per aver passeggiato con un cono gelato in tasca (a quanto pare azione proibita negli States, anche se purtroppo nessuno ha mai voluto dimostrarne la veridicità). Per aiutarvi in questo esperimento mentale, mi assumo la responsabilità di aver preparato una storia in cui incontrerete una serie di divieti e regole che, fino a prova contraria, esistono nel mondo (quello vero).

Verrete posti difronte a un bivio.

Ti svegli nella tua stanza. Sono le dieci del mattino, è estate ed è il tuo compleanno. Decidi di iniziare la giornata al meglio, quindi:

A Fai una doccia
B Decidi di fare una passeggiata in spiaggia

OPZIONE A

Decidi di iniziare la giornata con una bella doccia fresca che ti dia la carica giusta. Essendo il tuo compleanno, decidi di dedicare il tuo unico bagno mensile autorizzato a questa occasione speciale (Pennsylvania). Rischiando il capogiro per il caldo, ti avvii verso il bagno. Un cartello sulla porta ti ricorda che è vietato tenere cavalli nella vasca (Carolina del Sud). Per fortuna tu non ne hai mai posseduto uno, ma in compenso hai una voce da fare invidia a Vitas. Mentre ti insaponi sotto l’acqua ghiacciata inizi a canticchiare, ma un allarme ti ricorda che conviene rimandare a quando sarai in accappatoio (Pennsylvania). Dopo aver fatto ripassare al vicinato un mix sconveniente di cori da stadio e sigle delle serie animate della tua infanzia sei pronto per uscire. Davanti alla porta dell’ascensore ti ricordi di controllare che il suddetto sia al piano, pena la multa (San Paolo, Brasile). Giunto al piano terra trovi la tua fidanzata ad aspettarti. Ti ha fatto una sorpresa e ti ha raggiunto nella tua città. Ha ancora la valigia appresso. Vi abbandonate a un bacio appassionato, attenti a non farlo durare più di 1 secondo per non entrare nel penale (Halethorne, Maryland). Oltretutto oggi sfoggi un magnifico paio di baffi che farebbero invidia a Yosemite Sam, quindi avresti rischiato una multa doppia (Iowa).Vi mettete in cammino verso il centro, per fare un giro lungo il Corso, che in questo momento ha l’asfalto così bollente che temete vi possano evaporare i piedi. Le vostre scarpe chiuse fanno intravedere dei calzini resi obbligatori da una recente legge (Israele), quindi allungate fino all’ufficio del Comune per richiedere una licenza per poter girare a piedi nudi (Texas). Dieci dollari totali, ma almeno adesso camminare è un piacere. Quasi vi dispiace rinunciare al fresco tepore della strada per chiamare un taxi, ma del resto le campane della chiesa vicina hanno battuto dodici colpi e la vostra prossima meta è abbastanza distante. L’auto arriva e, dopo essersi assicurato che nessuno di voi due passeggeri abbia la peste (Londra), il tassista apre il cofano per posare la valigia, faticando un po’ a incastrarla nel portabagagli che, come previsto, ospita già una balla di fieno di medie dimensioni (Australia). Dopo svariati minuti (e svariati microbaci), giungete alla vostra destinazione: il ristorante del vostro primo appuntamento. Hai capito che lei era la donna giusta per te nel momento in cui non ha riso quando hai ordinato una brodaglia macrobiotica che per mesi ha fatto dubitare gli amici della tua sessualità. La stessa brodaglia la ordini oggi insieme a un milkshake. Del resto, non puoi fare altrimenti, nonostante la tua leggera intolleranza. Non bere latte, infatti, è considerato illegale da svariati anni (Utah). La tua ragazza, intanto, ha chiesto uno stracchino e una weiss media, approfittando del fatto che c’è la tua zuppa che sta cuocendo a pochi metri (unica eccezione per ordinare la birra, in Nebraska). Mentre aspetti inizi a tamburellare con i piedi per terra, ma il cameriere intima di non continuare perchè altrimenti sarà costretto a chiamare la polizia (New Hampshire). Intanto ti ha portato la zuppa e tu la sorseggi avidamente e rumorosamente. Il cameriere, a quel punto, caccia te e la tua ragazza dal locale per evitare di chiamare davvero le forze dell’ordine (in New Jersey è illegale mangiare rumorosamente la zuppa). Con lo stomaco disturbato e una incazzatura colossale, uscite e decidete che l’unico modo per riparare la giornata è quello di sfogarvi con una sana scopata. Per risvegliare le vostre pulsioni lussureggianti, ricordate tutte quelle volte in cui avete dato sfogo ai vostri istinti violando la legge. Aver fatto sesso percorrendo una strada urbana con il sidecar (Norfolk, Virginia) è stata un’avventura da brividi, ma di certo mai quanto quella volta in cui lo avete fatto in piedi nella cella frigorifera di un negozio (vietato a Newcaste, Wyoming). Non c’è tempo di abbandonarsi ai ricordi quando si è già davanti all’albergo. Neanche il tempo di chiudere la porta della camera e già lei si si sfila il vestito, mentre tu invece ti sfili di tasca un preservativo. Dura lex, sed lex, igitur Durex (nel Nevada è proibito avere rapporti sessuali senza preservativo), ma del resto è bene essere protetti. Un simpatico cartoncino sul letto vi ricorda che è vietato darsi vicendevolmente piacere senza indossare le apposite camicie da notte (Hastings, Nebraska). Lo considerate un gioco e vi abbandonate l’uno all’altra per infiniti attimi. Quando emergete dal tripudio di lenzuola stropicciate, le dai finalmente un bacio degno di questo nome e ti muovi a fatica verso il bagno, nel buio. Essendo passate da un pezzo le 22, non puoi né pisciare in piedi come tuo solito (Svizzera), né tirare lo sciacquone subito dopo (Svizzera). Torni a letto e prendi lentamente sonno cullato dal profumo di chi, in fondo, ha reso la tua giornata degna di essere vissuta.

Tra le sue braccia ti senti a casa.

OPZIONE B

Decidi di fare una passeggiata in riva all’oceano per scrollarti di dosso la tua aria ancora assonnata. Camminando senti la brezza estiva che ti accarezza la pelle e ti abbandoni ai suoni della città, che intanto si fa sempre più lontana. Ma il tuo training autogeno da passeggio si interrompe bruscamente nel momento in cui senti le sirene (non quelle che abitano l’oceano, purtroppo). Un gruppo di forze armate affolla la spiaggia, su cui troneggia una balena morta evidentemente da poco. Ti avvicini un po’ e senti che alcuni carabinieri stanno litigando tra di loro per trovare il giusto metodo per tagliare la balena. La testa, infatti, in queste occasioni va conservata per il re, mentre la coda appartiene automaticamente alla regina, non si sa mai che abbia voglia di costruircisi un busto (Inghilterra). I poliziotti, dando prova di estremo pragmatismo, stanno esaminando la situazione. Ti avvicini con cautela per sentire di più. A quanto apparirebbe dalla perizia, le ferite sul dorso dimostrano che l’animale è stato sparato. Si tratta dell’ennesima vittima della Blue Whale, la banda di gangster che da diversi mesi terrorizza la costa, stuprando animali marini, ma solo se di sesso femminile, per evitare di finire in tribunale (Libano). Questa volta hanno commesso un errore. Uccidere una balena da un’automobile in corsa (cosa più che probabile, vista la profondità delle ferite) è illegale, a prescindere dal sesso dell’animale (Tennessee). Nessun avvocato, per quanto competente, potrà evitare loro l’ergastolo. Improvvisamente i poliziotti si accorgono della tua presenza e, visti i tuoi trascorsi nell’esercito, ti coinvolgono nelle indagini. Nulla di impegnativo, ovviamente. Si tratta semplicemente di andare a cercare delle informazioni al vecchio negozio di pesci tropicali in fondo al lungomare. Ci vai, soprattutto perchè per chiederti una mano hanno evitato di arrestarti, e trovi una piacevole sorpresa: le venditrici sono tutte in topless. Scopri che, a quanto pare, nei negozi di pesci tropicali è considerato legale per le commesse scoprire il seno (Liverpool). Del resto, si sa che i pesci amano le bocce. Dopo un attimo di smarrimento, cerchi la tua informatrice: una ragazza con i capelli blu e un pesce palla tatuato sulla spalla. Le spieghi sottovoce la situazione e lei ti dice queste esatte parole: “Vietato dare da bere ai pesci”. Non si tratta solo di una precisazione effettivamente valida come regola all’interno del negozio (Ohio), ma del codice che ti avevano mandato a cercare. Comunichi l’informazione a chi di dovere e , prima di tornare a casa, passi dalla pasticceria a comprarti un dolcetto per festeggiare il tuo compleanno e la tua mattinata da agente segreto.

Le leggi qui riportate rimbalzano da anni sul web. Non esiste un modo preciso per sapere se siano effettivamente tutte in vigore o rispettate. Chi fruisce di certi articoli tende a farsi una risata, e si concede a quello che si legge, la possibilità di essere considerato autentico. Del resto, l’assurdità del mondo che abitiamo non rende in qualche modo plausibile anche ciò che sembra altamente improbabile?

 

Illustrazioni di Sofia Buratti

VISIONI CUBANE

Vignales,14 aprile

Nella piazza di Vignales c’è sempre gente, ma non sempre c’è rumore.
Si creano spontanei a-social club di persone, per rivendicare (a tempo limitato e a pagamento) l’adeguamento al terzo millennio, laddove 3G è una sigla senza significato e la scritta “Wifi+codici” non fa parte della tappezzeria delle pareti di alcuna casa.
Forse, anche per l’assenza di turisti stazionari, le piazze senza “spot wi-fi controllati” sono sempre più vuote e abbandonate rispetto alle altre.
Come un tormentone estivo, lo spazio virtuale pervade e innesca lo spazio pubblico.

Vignales, 15 aprile

Alba.
La foschia sembra fumo stazionario sulla distesa piana di piantagioni di caffè e tabacco.
Sopra la nebbia si innalzano rigidamente grandi panettoni di pietra calcarea costellati da grotte. Vuoti di materiale come strappati a mano, colmati da macchie verdi di vegetazione antigravità.

Matanzas, 16 aprile

Tramonto.
Sulla Via Blanca che costeggia il litorale nordest dell’isola passano poche auto e qualche camion, e alcune motociclette, e un sidecar. Sui sedili della moto un uomo e una donna con in testa due elmetti, e nel “side”, zampe all’aria, il culo incastrato e lo sguardo sul retro, un asino.

Varadero, 17 aprile

La Lonely dice che a Varadero ci sono tra le più belle e ampie spiagge di tutti i Caraibi.
È giustamente una lunga lingua di terra occupata da resort che privatizzano l’accesso al mare, inframmezzati da tratti di spiaggia libera in cui turisti poveri e cubani si godono brezza e benessere. Una famiglia autoctona allargata (sia per numero che per dimensioni) sorseggia cerveza a mollo nell’acqua trasparente, e, con la stessa leggiadria, accartoccia le lattine verde brillante e le getta senza pensieri tra le onde delicate di una “tra le più belle e ampie spiagge di tutti i Caraibi”.

Playa Larga, 18 aprile 

Piove.
Un bambino e il suo cavallo aspettano la calma dopo il temporale. Il primo accovacciato, il secondo in piedi al suo fianco. entrambi rifugiati sotto la carena sospesa di una nave della Marina da guerra americana, monumentalmente ricollocata al centro di una piazza.
Un bambino, il suo cavallo, e uno sgraziato scalpo ferruginoso dalle conquiste della Revolución.

Playa Giron, 19 Aprile

La sera del 19 aprile a Playa Giron si celebra la vittoria delle armate rivoluzionarie nella Baia dei porci.
Una festa di paese con giostre meccaniche appartenenti ad altre epoche e dai colori slavati, macchine dello zucchero filato e stand economici di giocattoli usati.
Intanto un concerto di raggaeton. Donne, ragazze e bambine indossano abiti succinti accompagnati da gioielli falsi e appariscenti.
Da Playa Giron la notte non si può ritornare in auto a Playa Larga perché lungo quei 17km migliaia di granchi, dopo aver depositato le uova nella foresta, attraversano la strada per tornare in mare e con le loro chele bucano i pneumatici.
Tra Playa Giron e Playa Larga, la notte del 19 aprile, nella guerra contro l’invasività dell’uomo nel loro ecosistema, piccole forze della natura vincono una battaglia.
Fortuna nostra che ci sono i camion.

Cienfuegos, 20 Aprile

Nell’autostazione di Cienfuegos, nonostante siano presenti (e rigidamente separati) sia il terminale delle linee turistiche che quello dei trasporti nazionali, c’è un solo bagno agibile.
Nel bagno dell’autostazione di Cienfuegos non c’è né carta né acqua corrente. Né nel vaso, né nel rubinetto.
Per ventiquattro ore al giorno, un funzionario statale, dopo ogni uso, entra con un secchio d’acqua dentro quelle quattro pareti mezze grigie mezze bianche.

Trinidad, 21 Aprile

Trasporti

Trinidad (4 e qualcosa am.)- L’ Habana (14 p.m.), poco meno di 400 km.

  •  Autobus con pochi sedili adiacenti alle pareti e in cui piove dentro, e, nel buio del mattino, l’acqua si distribuisce in tutte le direzioni sul liscio pavimento metallico.
  •  Autobus costellato da scritte in coreano, troppo affollato. Un venditore ambulante ripone a fianco all’autista due secchi colmi di frittura.
    Di fianco, una grande torta decorata e ricoperta di panna è posata per terra e si spalma contro l’estintore alla destra della leva del cambio.
    I nostri zaini occupano sempre troppo spazio e per scendere li facciamo passare dal finestrino. Non abbiamo moneta, una signora gobba paga per noi, gringos indesiderabili.
  • Camion sovietico con cassone posteriore sigillato con una sottile feritoia trasversale, adibito nelle lunghe tratte al trasporto passeggeri, 50 pesos cubani (2 euro) per 200 km.
    Nei giorni festivi gli amarillos, funzionari in tuta gialla, si posizionano in alcuni punti strategici dell’autopista e fermano i mezzi che passano per distribuire e indirizzare i pendolari.

L’autostop è metodo ufficializzato di trasporto nazionale.

L’Habana, 22 Aprile

Il Centro Habana mi fa impazzire.
Un brulichio di formiche che entrano ed escono attraverso gli alti portali di quelli che erano sontuosi palazzi coloniali. E giocano a scacchi e urlano e cantano e stendono panni sporchi sopra i parapetti di ferro battuto in stile art nouveau dei balconi ai primi piani, e da cui, inspiegabilmente e senza preavviso, crescono alberi.

L’Habana, 23 Aprile

Ora della merenda.
Tra le vie confuse del Centro Habana una panetteria come tante vende due tipi di pane per 1 peso cubano (4 cent) a pagnotta, e tre tipi di dolci, anch’essi a 1 peso al pezzo.
I prodotti vengono serviti ai clienti direttamente dalle teglie in cui sono stati sfornati. Il pane a mano. I dolci con goiaba su ritagli di carta di giornale. La marmellata di goiaba appiccica.
Lo spazio di vendita è il laboratorio di produzione, (o il laboratorio di produzione è lo spazio di vendita), e il negozio è in una casa (o una casa è nel negozio). Qui tra spazio di vita e commercio non c’è embargo né frontiera.

 

Flash di viaggio sulla transizione di un paese in estinzione, senza pretese di intendere, né intenzioni di spiegare

 

Illustrazioni di Laura Cagnoni

E SE LA CRITICA DEL MAINSTREAM FOSSE ESSA STESSA IL MAINSTREAM?

Illustrazione di Andrea Pizzo

Che condividiate canzoni de I Cani, quadri di Frida Kahlo o toccanti performance di Marina Abramović con il suo ex compagno, poco importa. Nemmeno seguire le dirette delle conferenze stampa della Nasa vi salverà.

I supremi giudici anti-mainstream analizzeranno accuratamente le vostre mosse e i vostri post, di qualsiasi genere essi siano. La macchina umana degli addetti alla prevenzione dell’espansione della piaga del mainstream non conosce orari. I loro strumenti tecnologici sono costantemente sincronizzati con le bacheche di ogni piattaforma social, con annesse impostazioni di notifica che li svegliano anche nel cuore della notte per consentirgli di condividere con il mondo le loro minuziose osservazioni. I maggiori esponenti delle università di tutto il mondo, hanno deciso di unire le loro forze per fondare una branca specialistica della psichiatria che si occupi di tutti coloro che soffrono del Disturbo Post-Traumatico da Stress, reduci dal giudizio degli eletti, gli unici che posseggono le facoltà intellettuali necessarie per formularne uno. Il complesso di inferiorità che instillano gli arbitri supremi grava sul nostro equilibrio psico-emozionale come una spada di Damocle in versione nuvola di Fantozzi.

Il termine Mainstream nasce intorno agli anni Cinquanta nel mondo della musica, del jazz per l’esattezza. Come in balia di un interminabile telefono senza fili, questa parola arriva a noi con un altro significato, pur mantenendo invariate le sue origini. Corrente principale è la traduzione letterale, beneficiare di un seguito di massa la descrizione che firma la sua condanna. Si narra che se si pronuncia mainstream per tre volte consecutive davanti a uno specchio si materializzino un paio di Hogan e delle mutande D&G.

Riferendoci nello specifico alle piattaforme social, l’angoscia causata dal mainstream sta agli accaniti sostenitori dell’originalità come il fair play a Erode il Grande. A proposito di grande, ricordate: The Big Brother is watching you, e per BB si intende la massa, perché è di comunicazione di massa che stiamo parlando, a patto che non abbiate profili Facebook, Instagram, Twitter e chi sa cos’altro, lucchettati, con le impostazioni della privacy attivate in modalità CIA, con unici “amici” o seguaci vostra madre e il vostro prozio. Esclusa quest’evenienza, comunicazione è trasmissione, e per trasmettere qualcosa il presupposto fondamentale è che il destinatario sia disposto ad accogliere quel qualcosa. Dato ciò per scontato, il gioco può avere inizio. Abbiamo a disposizione una lavagna virtuale e una tastiera per metterci, e mettere alla prova. Il ventunesimo secolo è la cornice che abbraccia la pluralità di colori e sfaccettature della società della conoscenza, culla della cultura e della creatività. Nella suddetta pseudo corporazione della conoscenza il bene primario ha compiuto una virata allontanandosi dai beni materiali, propendendo per quelli immateriali, nello specifico il sapere, in ogni sua sfumatura. In un ipotetico, spaventoso futuro distopico, immagino due fazioni contrapposte. La prima è armata di fotografie in cui si ostenta il lusso (rigorosamente associate all’abbreviazione ‘ph’ seguita dal nome di colui che le ha scattate), accompagnate da frasi a effetto il cui collegamento con l’immagine postata rimarrà per sempre ignoto. La seconda è invece munita di una ricerca spasmodica dell’inesplorato, del “mai condiviso”. Un po’ come per le mode, “io indossavo le Dr. Martens prima che andassero di moda”, la stessa cosa vale per il regime agghiacciante del minaccioso mainstream. “Condividevo frasi di De André prima che tutti parlassero di fiori e letame”.

Il filosofo, sociologo, critico letterario e professore canadese Marshall McLuhan conosciuto principalmente per, no, per niente, nel 1964 affermò.

“Non è a livello delle idee e dei concetti che la tecnologia produce i suoi effetti. Sono piuttosto i rapporti tra i sensi e i modelli di percezione a essere modificati da essa a poco a poco senza incontrare la minima resistenza”.

Ciò significa che la natura del contenuto muta la percezione del concetto che si vuole comunicare. Ma nella psichedelica centrifuga di argomenti del Web, che importa se si tratti di un video, uno status, un’immagine? Se il contatore delle condivisioni segna una cifra compresa tra lo zero e il sette, via libera. Superate le sette condivisioni rassegnatevi. Passare da ‘paladini dell’originalità’ a ‘seguaci della massa’ è un attimo. In questo modo si escludono automaticamente il novantanove virgola nove periodico dei contenuti multimediali reperibili attraverso Internet e rimane soltanto una possibilità. Scrivere parole a caso in modo tale da ottenere una frase mai pronunciata prima, magari con l’aggiunta di qualche vocabolo serbo per restare sul sicuro, oppure comporre nuove e scoordinate melodie, registrarle e pubblicarle dimostrando a tutti le proprie doti compositive. Anche se scrivere di proprio pugno e strimpellare nuove arie picchiettando con un cucchiaio la teiera del vicino lo fanno già gli intellettualoidi, i quali, non ritenendovi appartenenti a quella ristretta cerchia, vi reputeranno scontati. E via che si sprofonda nuovamente nell’ade mainstreammatico (anche i neologismi sono mainstream). Nella società esistono un numero infinito di sottoculture, gettonate o meno, alle quali almeno uno dei nostri “seguaci” aderisce. Che siate punkabbestia, hipster, ingegneri nucleari, gabber, dark, pastafariani, tamarri, politicanti, storiografi, esorcisti, poco importa. Potrete proporre qualcosa di nuovo agli appartenenti della vostra setta ma incapperete, inevitabilmente, nel giudizio di almeno un appartenente a qualche altro clan, che vi leggerà e dichiarerà apertamente la vostra caduta nell’abisso del mainstream.

Quanto influenza le nostre scelte il parere altrui? Quanti gruppi musicali preferiti abbiamo cambiato per non dare risposte scontate? A quanti film, canzoni, a quante frasi sconosciute ai più abbiamo attribuito valenza negativa dopo che avevano superato le fatali sette condivisioni?

Potremmo non spartire nulla con nessuno, ma anche questo sarebbe mainstream.
Le piattaforme sulle quali postiamo, leggiamo, critichiamo, sono utilizzate da più di 2.8 miliardi di persone, almeno una volta al mese. Se lo spirito d’osservazione non mi inganna anche gli affiliati alla Haters Corporation ne fanno uso. E se la matematica non è un’opinione, 2.8 miliardi supera il numero sette di qualche unità.

La filmografia indipendente, Italo Calvino e gli acceleratori di particelle hanno la stessa valenza di Despacito.

Passo e chiudo.

Vado a condividere una canzone dei Joy Division.